cinque ragazzi. cinque ragazzi per cinque argomenti: letteratura, arte, musica, cultura e non solo... cinque argomenti in "cinque righe": il pentagramma, un progetto che si propone di accendere la curiosità del suo lettore suggerendo semplici spunti di interesse generale. Discorsi intrecciati l'un l'altro come note musicali che cercano l'armonia uniti dalla stessa "chiave".
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sabato 25 maggio 2013

Come pietra paziente



Dentro la cornice


Come pietra paziente è un film diretto da Atiq Rahimi e tratto dal romanzo Pietra di pazienza dello stesso Rahimi, pubblicato in Italia da Einaudi.
Il film è ambientato in Afghanistan, in uno scenario esterno di violenza, bombardamenti e follia.
Ma sono poche le scene che mostrano la guerra “da fuori” o che si soffermano sulla città distrutta perché fin dall’inizio appare chiaro che il dove e il quando sono un elemento accessorio, sono come una cornice, potrebbero benissimo non esserci. 


Non a caso la maggior parte del film è girato all’interno di una stanza, dove la protagonista, l’attrice Golishifteh Farahani, deve accudire suo marito, un eroe di guerra ora in coma.  Spesso la macchina da presa indugia sui primi piani, cattura gli sguardi, le voci di una donna che inizia un percorso di scoperta di sé attraverso le parole.
Infatti l’attrice - che tra l’altro nel film non ha nome, come se rappresentasse non una donna ma tutte le donne - inizia a confessare al marito, incosciente e alimentato tramite una flebo, particolari della propria vita che mai avrebbe pensato di poter rivelare.
Il marito diventa quella che per la tradizione popolare afghana si chiama “synguè sabour”, la pietra paziente, cioè una pietra magica che noi poniamo davanti a noi stessi per sussurrarle tutti i nostri segreti e le nostre sofferenze… finché non va in frantumi.
Il film ha queste due dimensioni, una di cornice e di sofferenza straziante esterna, dove la guerra uccide e non risparmia, un’altra di sofferenza interna, lungo un percorso doloroso di libertà.
Ma possono le parole rendere davvero liberi? È ancora possibile cercare la vita e la sincerità in un mondo di violenza e morte?



Visione consigliata : Come pietra paziente (Synguè Sabour), 2012, diretto da Atiq Rahimi
Lettura consigliata: Atiq Rahimi, Pietra di pazienza, Einaudi, 2009


G.D.C.

sabato 13 aprile 2013

Kipling e la paranoia del colonizzatore

Kipling ha vent’anni quando nel 1885 scrive il racconto La strana cavalcata di Morrowbie Jukes.
Ne sono passati ventotto dal 1857, anno dell’Indian Mutiny, cioè della ribellione degli indiani contro i colonizzatori britannici. Anche se la rivolta fu repressa e portò a un rafforzamento dell’ordine e del dominio inglese, aveva in fin dei conti spaventato e indebolito la macchina dell’Impero, rendendola consapevole della forza di quei selvaggi che dovevano essere sottomessi dominati e, per quanto possibile, civilizzati.
Rudyard Kipling, nato a Bombay da genitori inglesi, a sei anni era stato mandato a studiare in Inghilterra -forse il momento più infelice della sua esistenza - e a diciassette, tornato in India, si era fatto assumere come giornalista da un quotidiano locale inglese. Sarà proprio nella “Civil and Military Gazette” che pubblicherà i suoi primi racconti, tra cui La strana cavalcata di Morrowbie Jukes.



Fin dall’inizio del racconto l’autore ci assicura che “non c’è niente d’inventato in questa storia”; del resto, come sarebbe possibile? Il protagonista, Jukes, è un ingegnere civile inglese e “s’intende di planimetrie, distanze e cose del genere: insomma non è certo il tipo che si prende la briga di inventare insidie immaginarie”. Tutto ha inizio da un leggero attacco di febbre che lo rende irritato e nervoso tanto da decidere di inseguire e far fuori in piena notte un “bestione bianco e nero”. Già il fatto che nella sua notturna cavalcata Jukes brandisca l’asta contro la luna piena e sfidi verbalmente i cespugli spinosi per inseguire una preda sulla cui esistenza non sappiamo granché, ci fa capire che le cose non sono proprio totalmente sotto controllo. Nel suo folle inseguimento notturno a un certo punto si ritrova in un luogo infernale, un cratere di sabbia a forma di ferro di cavallo da cui è impossibile uscire: arriva l’alba e ci sono delle persone lì dentro, tra cui un bramino sua vecchia conoscenza: Jukes è capitato in un luogo mitico, un luogo in cui la leggenda dice che venivano portati i morti-non morti, cioè quelle persone credute morte, ma che poi all’ultimo si risvegliavano e che ormai non potevano più essere riportate tra i vivi.
È un luogo terribile, allucinato, una tomba a cielo aperto dove tutte le strutture sociali, gerarchiche, di grado, vengono dimenticate a vantaggio di una lotta per la sopravvivenza individuale. Jukes vorrebbe far valere le proprie prerogative di uomo bianco, britannico e dominatore, cerca di dare ordini, abituato com’è a “una certa qual deferenza da parte degli inferiori”, ma si accorge di non venir preso in considerazione.
I rapporti si stanno ribaltando, lui uomo bianco occidentale riesce sì a comprare con i soldi che ha in tasca del cibo dal bramino, ma quando i soldi finiranno dovrà arrangiarsi da solo e catturare cornacchie; non ci sono più servi alle sue dipendenze, nessuno a cui dare ordini, Jukes è uguale se non inferiore a tutti gli altri poveri abitanti di questo paese di non-vivi.
Nel racconto si fa progressivamente strada un senso di straniamento, di paranoia per il ribaltamento dei piani e per la degenerazione del proprio status quo. Le regole del grande gioco imperiale appaiono capovolte, il colonizzatore diventa il colonizzato, gli indigeni i dominatori”. 


La situazione di Jukes e di qualsiasi inglese che potesse identificarsi con lui non è molto dissimile da quello che avevano potuto provare tutti gli inglesi di stanza in India durante l’ammutinamento: un grande terrore allucinatorio e paranoico sulla possibilità di venire sopraffatti dall’indigeno, da quell’indigeno selvaggio e incivile sclerotizzato in comportamenti e riti inumani che doveva essere dominato proprio perché inferiore.
La paura dell’Altro arriva a causare comportamenti ossessivi e paranoici incrinando le sicurezze di quello che avrebbe voluto credere di essere l’infrangibile Impero britannico.



G.D.C.

 
Bibliografia:
Rudyard Kipling, Il risciò fantasma e altri racconti dell’arcano, Adelphi, Milano 1999
Saggio di Federica Zullo, L’Impero e altro. Contaminazioni e paranoia in alcuni racconti di Rudyard Kipling in www.griseldaonline.it/percorsi/zullo.htm

sabato 15 dicembre 2012

X cose da fare prima e durante e dopo la scelta di un libro


1.Un libro si può scegliere in ogni luogo (che abbia una libreria) e spazio temporale (tempo permettendo): aggirati spesso e volentieri alla ricerca di librerie se vai in una nuova città, cerca di conoscere perfettamente quelle presenti nella tua terra natìa;

2.Ricorda che non basta conoscere una sola libreria, ma devi saperti muovere agevolmente (anche ad occhi chiusi o bendato o cieco –come preferisci-) tra le diverse  del tuo paesino/ paese/ città/ metropoli;

3.Questo non significa che non puoi avere la TUA libreria preferita, anzi sarà più che naturale che prima o poi tu faccia una scelta: ma facendola non dimenticare che intanto stai escludendo qualcos’altro; fatti vedere spesso, fatti riconoscere, non aver paura di chiedere qualche consiglio (mal che vada se ti danno libri del picchio le prossime volte fai per conto tuo, se quello che ti hanno venduto fa proprio schifo portalo indietro minacciando i commessi di diffondere un’ epidemia di tablets);

4. Ora che il posto c’è, manca la materia prima: il libro. Non fermarti  a generi o a case editrici che conosci già, ma spazia, prova, assaggia, anche a costo di sbagliare;

5.Quando hai raccolto dalla polvere dello scaffale un libro, concentrati sull’autore: l’hai già sentito? È un autore famoso morto da secoli, uno di quelli pallosissimi che ti fanno studiare a scuola oppure è un novellino sbarbatello alle prime armi? È uno scrittore che pubblica molto oppure che è uscito con un unico romanzo e poi stop? Qualcosa da sapere di curioso c’è di sicuro: prenditi ancora qualche momento per capire con chi stai per avere a che fare; 

6.È giunta l’ora del titolo: quanti pensieri stanno dietro la decisione del titolo da mettere e della copertina, non a caso menti retoricamente e raffinatamente affinate ci hanno lavorato per mesi, quindi il titolo parla sì, ci dice molto, e molto o forse tutto ha a che fare con la tua scelta finale;

7.Ebbene è giunto il momento di passare all’ azione: il chi e il cosa hanno ora un nome, anche se ancora un po’ fluttuante, ora c’è bisogno di far dire qualche parola al tuo libro prescelto: aprilo delicatamente e accarezzalo dolcemente per non spaventarlo (si sa a nessuno piacciono i tipi bruschi e violenti che pretendono di farti parlare quando non ne hai voglia).  Spegni il cellulare, tappati le orecchie, azzittisci figlio, cane, partner, varie ed eventuali: inizia a leggere;

8.Attenzione: non è detto che da questa esperienza tu possa uscire assolutamente incolume. E se il libro è sconvolgentemente bello che non riesci più a staccare gli occhi dalla storia e a tornare dal tuo cellulare, figlio, cane, partner?

9.Corri il rischio: inizia a leggere la pima pagina. Qualcosa, che tu voglia o no, ne uscirà. Potresti sentirti incredibilmente annoiato, provocato, indignato, esasperato, indifferente, punto sul vivo ma anche cambiato e migliorato. Sentirai subito che qualcosa si muove, che le idee si mettono in moto, o la tua fantasia inizia a lavorare.

10.Non sprecare il momento: prendi il libro e leggi leggi leggi. Leggi in ogni momento in cui puoi farlo, leggi in treno, leggi prima di andare al lavoro, leggi mentre aspetti che la pasta sia cotta, leggi per fare una pausa studio, leggi prima di addormentarti. Ma ricorda: leggi quello che ti fa pensare, riflettere o fantasticare,  così avrai l’opportunità di vivere le infinite mille vite nascoste dietro la tua. 


G.D.C.

mercoledì 31 ottobre 2012

Antonia Pozzi: “Del tempo ho paura, del tempo che fugge così in fretta…”

Come avrebbe potuto essere letta, capita, interpretata una giovane donna dotata di un’intelligenza e di una sensibilità fuori dal comune nella Milano degli anni ’30?

Antonia Pozzi come poetessa è oggi forse ancora troppo poco conosciuta, proprio lei che in una pagina dei suoi Diari scrive dell’umiliazione e di quanto si era pentita a mostrare i suoi versi al suo professore di estetica, Dino Banfi, dell’Università Statale di Milano. Proprio lei che si era sentita dire da uno degli amici intellettuali banfiani – gruppo nel quale si potevano contare nomi come Vittorio Sereni e Luciano Anceschi – di scrivere “il meno possibile”.

Proprio lei, le cui poesie, pubblicate nel 1939, un anno dopo la morte, ricevettero invece consenso e ammirazione da Eugenio Montale che le dedicò una nota critica nel ‘ 45, sul “Mondo” di Firenze, articolo nel quale le riservò uno spazio specifico nella storia della poesia italiana del Novecento.



Ma ai tempi dell’università una sensibilità come quella di Antonia non poteva non collidere con il solido razionalismo filosofico dei banfiani: “Gli schemi della mia personalità si sono rotti a contatto con le loro personalità forti”, scriveva il 4 febbraio del ’35, “mi hanno fatto molto bene, perché non hanno avuto nessuna pietà. E sono indulgenti solo quando in realtà me lo merito […]”.


È del Natale del 1926, quando Antonia aveva solo quattordici anni, una pagina di diario che ci può far capire quanto questa bambina- ragazza “sentisse” e quanto riuscisse già a comunicare, attraverso la pagina scritta, un’analisi profonda di se stessa, un’ inquietudine esistenziale e una finezza psicologica grandissime:

“E’ passato anche questo Natale. […] giorno dunque di festa, ma, come ogni data singolarmente importante o solenne , giorno di rimpianto per quelli passati. Sentimento strano, ingiusto in me, che sono ancora quasi bambina, che dovrei guardare solo all’avvenire, fiduciosa, serena! […] Ho paura, e non so di che: non di quello che mi viene incontro, no, perché in quello spero e confido. Del tempo ho paura, del tempo che fugge così in fretta. Fugge? No, non fugge, e nemmeno vola: scivola, dilegua, scompare, come la rena che dal pugno chiuso filtra giù attraverso le dita, e non lascia sul palmo che un senso spiacevole di vuoto. Ma, come della rena restano, nelle rughe della pelle, dei granellini sparsi, coì anche del tempo che passa resta a noi la traccia […]”.



Questa paura, e non so di che, accompagnerà Antonia nei suoi anni successivi, dall’amore duraturo ma senza futuro e senza sbocco per il professore di liceo, Antonio Maria Cervi, all’ ambiente dell’università, all’ultima lettera inviata ai genitori, il primo dicembre 1938, dove parla della mancanza di un “affetto fermo, costante, fedele”, di un “male dei nervi” che le toglieva “ ogni forza di resistenza”, di una “disperazione mortale” di cui faceva parte “anche la crudele oppressione che si esercita sulle giovinezze sfiorite…”.



È la paura che ha dietro, sullo sfondo, una guerra imminente, ma è soprattutto una paura più privata e personale, una paura che si prova ancora oggi, a cento anni dalla nascita di Antonia, per la troppa vita che si ha nel sangue.



G.D.C



Testi consigliati:
Antonia Pozzi, Poesia che mi guardi, a cura di G. Bernabò e O. Dino, luca sossella editore, Bologna, 2010.

sabato 25 agosto 2012

David Grossman: Viaggio nell’ altro e nell’ altrove

E’ un duplice viaggio il romanzo Che tu sia per me il coltello di David Grossman: viaggio del lettore attraverso la vita di due personaggi, Yair e Myriam, e viaggio di questi due personaggi, sconosciuti l’uno all’altro, attraverso le reciproche vite.

“Myriam, tu non mi conosci e, quando ti scrivo, sembra anche a me di non conoscermi[…] Ti ho vista l’altro ieri al raduno del liceo. Tu non mi hai notato, stavo in disparte, forse non potevi vedermi”.


Così inizia un fitto scambio epistolare tra due persone che sanno nulla o pochissimo di chi c’è dalla parte opposta, dietro le parole. Yair vede la donna per la prima volta in un cortile di una scuola, e qualcosa in lei lo attira: uno sguardo malinconico, il ritrarsi nelle spalle; qualcosa gli fa capire che lei sola potrà accettarlo nelle sue virtù e nelle sue debolezze:

“Non spaventarti, non voglio incontrarti e interferire nella tua vita. Vorrei piuttosto che accettassi di ricevere delle lettere da me. Insomma vorrei poterti raccontare di me (ogni tanto) scrivendo. […] mi piacerebbe darti qualcosa che altrimenti non saprei a chi dare. Intendo qualcosa che non immaginavo si potesse dare a un estraneo. […] Se mi devo spiegare, allora è tutto inutile: non sentirti in dovere di rispondere, probabilmente mi sono sbagliato sul tuo conto. Ma se sei tu quella che ho visto stringersi nelle braccia con un cauto sorriso, credo che capirai”.

Quella tra Yair e Myriam è una partenza per un viaggio senza ritorno nelle terre inesplorate della personalità e della più intima natura umana. Un viaggio senza valige, zaini e punti di riferimento: si parte con il rischio di farsi male, senza sapere dove si va.
E quello che si scoprirà, che si cercherà di comunicare e di capire, prima di tutto di se stessi, sarà spesso degradante e umiliante, infantile ed egoistico. Sarà un viaggio che non dimenticherà di visitare le parti più buie e meno nobili della personalità, che cercherà di cambiare le cose ma che alla fine dovrà solo accettarsi per quello che è: le ferite forse non possono essere rimarginate, e Che tu sia per me il coltello ha sia la capacità di riaprirle, che di lacerare per la prima volta.

Come ci si potrebbe sentire a giungere in un paese straniero, lontano, diverso e nonostante tutto riconoscere ogni singolo luogo, ogni più piccolo angolo? E se per caso una via, un bosco o un fiume di questa terra così estranea e così vicina fossero proprio quella via, quel bosco e quel fiume che cercavamo?

Un viaggio nell’ Altrove e nell’ Altro dove “tu sei per me il coltello col quale frugo dentro me stesso”.


G.D.C.



Letture consigliate:
David Grossman, Che tu sia per me il coltello, Mondadori, tr. It. 1999;
Ma anche, dello stesso autore: Vedi alla voce: amore, tr. It. 1988 e Qualcuno con cui correre, tr. It. 2002

sabato 21 luglio 2012

Lucio Fontana e lo spazio infinito

Redigere il "Manifesto Blanco" (1946), "Movimento Spaziale"(1948), "Manifesto tecnico dello Spazialismo" (1951) e "Television Manifesto" (1952), furono il modo scelto da Lucio Fontana per stabilire i traguardi che il suo movimento avrebbe dovuto raggiungere con l'aiuto degli scienziati, dei tecnici della luce e dell'elettronica. 



Concetto Spaziale. Attese,(61 T 59),1961



Era proprio questo che voleva Fontana: elaborare nuovi strumenti di comunicazione grazie alla luce nera, alla radio, alla televisione, alla luce di wood, per arrivare a dar vita a “ forme, colore, suono attraverso gli spazi”.
Per Fontana e gli spazialisti l’arte non doveva  più sottostare alle limitazioni della tela o della materia ma poteva allargare il suo campo, espandendosi attraverso nuove forme e tecniche :

“ vogliamo che il quadro esca dalla sua cornice e la scultura dalla sua campana di vetro”…
«Con le risorse della tecnica moderna faremo apparire nel cielo forme artificiali, arcobaleni di meraviglia, scritte luminose». 

Fontana cerca di superare i limiti bidimensionali della tela, per creare uno spazio al tempo stesso fisico e concettuale. 

I tagli e i buchi dei suoi quadri monocromatici, oltre a rendere concreto lo spazio vuoto, consentono alla materia di esprimersi attraverso le sue stesse sporgenze e depressioni.

Quello del “taglio” è sì un punto di arrivo di precedenti ricerche ma è anche un gesto che non ammette più ritorni o riflessioni: il piano della tela, così uniforme e importante nella tradizione pittorica, si rompe e si ha una compenetrazione con lo spazio circostante e la dimensione dell’arte ora è potenzialmente infinita. 




G.D.C.


Letture consigliate: Manifesto Blanco (1946)

sabato 16 giugno 2012

Il rumore delle parole

Il rumore delle parole può essere devastante, soprattutto quando una semplice frase è in grado di interrompere il normale circolo dei pensieri e di far slittare su tutt’altro piano l’idea che ci eravamo fatti della nostra vita, del nostro quotidiano. 
Può essere un rumore cieco, così forte da rendere insensibili e inermi, increduli e sospetti. Può essere assordante al punto da sovrastare gli altri suoni, le altre voci e tutto ciò che avevamo vissuto e pensato prima del suo esplodere.

Immagino sia proprio questo, un’esplosione, l’effetto creato dalle parole di un medico di fronte a un padre: “ Suo figlio probabilmente è autistico”.




Un’esplosione di rumore capace di creare un deserto, di azzerare e poi di far ripartire. Ricostruire dalle fondamenta tutta la propria vita.
Ma che sia stata ancora un’esplosione quella scaturita dall’idea di Franco Antonello di dare il via a un viaggio attraverso gli Stati Uniti e  l’America del Sud con Andrea?
Che sia stata la volontà di rendere un po’ meno forte per un attimo il frastuono di quelle parole, o la volontà di crearne uno ancora più intenso che desse l’opportunità ad Andrea di una vita non da “ragazzo autistico”, ma semplicemente da ragazzo quale è?

Fulvio Ervas, con il suo ultimo romanzo, Se ti abbraccio non aver paura, ha raccolto l’esperienza di un padre di Castelfranco Veneto, Franco Antonello, e del suo viaggio in moto con il figlio Andrea attraverso le Americhe.
Ed è proprio il fatto che Andrea sia autistico che ha fatto sì che questo viaggio potesse diventare una vera e propria sfida, un manifesto indice di cambiamento, una volontà di “smuovere” dall’interno e in prima persona le cose e, infine, di iniziare a ricostruirle.


G.D.C.



Letture consigliate: Fulvio Ervas, Se ti abbraccio non aver paura, Marcos y Marcos, 2012

sabato 12 maggio 2012

Alda Merini e le ombre della mente

Sono nata il ventuno a primavera/ ma non sapevo che nascere folle,/ aprire le zolle/ potesse scatenar tempesta [...]

Alda Merini nasce a Milano il 21 marzo del 1931 e a solo 18 anni, nel 1947, fa la conoscenza di nomi come Manganelli, Spagnoletti, Maria Corti, che leggono le sue poesie e che la incoraggiano a proseguire nel suo impegno letterario.
Nello stesso anno però si manifestano apertamente nella poetessa i primi fantasmi della mente, così angosciosi e debilitanti da farle perdere il contatto con la realtà, tanto che verrà internata, una prima volta per un mese, a Villa Turro a Milano.

Ma l’esperienza del manicomio si ripeterà ancora e dal 1956 al 1972 sarà la volta del Paolo Pini, sempre a Milano.
A causa della malattia Alda si rinchiude in un silenzio poetico che durerà quasi vent’anni che si interromperà nel 1979 quando, soprattutto in La terra Santa, darà avvio alla rielaborazione della sua esperienza.

“Io sono certa che nulla più soffocherà la mia rima,/ il silenzio l’ho tenuto chiuso per anni nella gola/ come una trappola da sacrificio,/ è quindi venuto il momento di cantare/ una esequie al passato”.

Ma sarà L’altra verità. Diario di una diversa a catturare una volta per tutte, imprimendo nella pagina scritta della prosa, quello che ha significato per la Merini l’internamento.
Giorgio Manganelli nella prefazione allo stesso Diario, scrive che esso “Non è un documento, né una testimonianza sui dieci anni trascorsi dalla scrittrice in manicomio. E’ una ricognizione, per epifanie, deliri, nenie, canzoni, disvelamenti e apparizioni di uno spazio-non un luogo- in cui, venendo meno ogni consuetudine e accortezza quotidiana, irrompe il naturale inferno e il naturale numinoso dell’essere umano [...]”.




Infatti con estrema semplicità la Merini racconta dei compagni di “detenzione”, uomini e donne dalla grande umanità e sensibilità, spesso presenti lì in manicomio per errore o per il disinteresse della famiglia; dal Diario emergono però anche gli aspetti brutali e quasi “bestiali” di questi personaggi che, a causa delle medicine e dei trattamenti violenti sembrano diventare degli animali ed essere trattati come tali. Ciò che maggiormente spaventa e stupisce però è la descrizione del personale medico ed infermieristico che tranne poche eccezioni non si risparmia dall’utilizzare terapie e medicinali pericolosi per i pazienti, quasi appunto non fossero vere e proprie persone quelle internate, ma cavie da sottoporre a esperimenti di varia natura.

Ancora Manganelli conclude la sua prefazione dicendo che “Grazie alla parola, chi ha scritto queste pagine non è mai stata sopraffatta, ed anzi non è mai stata esclusa dal colloquio con ciò che apparentemente è muto e sordo e cieco.”

Alda Merini infatti è riuscita a riacquistare parte della sua sicurezza e delle sue capacità proprio grazie alla parola e alla poesia, così forte e potente da vincere la malattia.

G.D.C.


Letture consigliate:

L’altra verità. Diario di una diversa (prima edizione Scheiwiller 1986, nuova edizione Rizzoli 1997);

Vuoto d’amore, 1991, Einaudi

sabato 14 aprile 2012

Tiziano e la punizione dei superbi.


Tiziano, La punizione di Marsia, 1570, 212x207, olio su tela,
Kunsthistorisches Museum, Vienna
 
Il dipinto, uno degli ultimi di Tiziano, rappresenta l’apogeo a cui si può arrivare per aver osato sfidare una divinità: il sileno Marsia aveva avuto la superbia di credersi più abile di Apollo nella pratica dell’ aulòs, nel suonare il flauto.
Tiziano riesce a rendere con pennellate cariche, veloci e appositamente poco curate, tutta la tensione del momento: Marsia è punito per la sua alterigia e, appeso ad un albero come una preda di caccia, viene scorticato vivo dallo stesso Apollo.
La presenza di vari spettatori sulla scena non riesce ad attenuare il dramma, che anzi si avvicina sempre più a una natura teatrale e didascalica: osservare, stupirsi e commuoversi, pensare (Re Mida in atteggiamento contemplativo sulla destra) e infine, come ultima tappa, capire e imparare. Tiziano con questo dipinto ottiene un risultato pari a quello della grande tragedia greca: la caduta verso il basso del personaggio, punito per aver voluto troppo e per aver osato innalzarsi al di sopra della sua condizione, mettendosi al pari degli dèi.
E’ una grande lezione di umiltà che, nonostante la lontananza di forme e stili, può avere forse ancora un forte significato.
G.D.C.

sabato 10 marzo 2012

L’osso delle cose. Camillo Sbarbaro.

“Taci, anima stanca di godere
e di soffrire (all’uno e all’altro vai rassegnata).”

E’ così che si apre Pianissimo (1914), la maggiore raccolta di poesie di Camillo Sbarbaro.
E’ un imperativo alla propria anima di spogliarsi di ogni emozione, di azzittire la propria volontà, di denudarsi da ogni orpello sentimentale o indugio emotivo.

“[...] camminiamo io e te come sonnambuli./ E gli alberi son alberi, le cose/ sono cose, le donne/ che passano son donne, e tutto è quello/ che è, soltanto quel che è”.

E’ come se non ci fosse più nulla dietro il manifestarsi delle cose, come se ogni significante avesse perso il suo significato.
Non c’è più un senso altro, profondo, ma “tutto quello che è, è soltanto quello che è”.
E’ un vero e proprio processo di “mineralizzazione”, di riduzione all’osso dei sentimenti.

“Perduto ha la voce/ la sirena del mondo, e il mondo è un grande/ deserto”.

Alla fine rimane solo un “grande deserto”, una desolazione dell’animo.
L’uomo è trasformato in pietra:
“A queste vie simmetriche e deserte/ a queste case mute sono simile./
Partecipo alla loro indifferenza, alla loro immobilità./ Mi pare [...] d’esser fatto di pietra come loro”.

La sensazione che dà la poesia di Sbarbaro è proprio quella di un graduale scavare e “rodere” la carne e il grasso e tutto ciò che c’è di “succulento” attorno all’osso delle cose.
La vita è spogliata di ogni carezzevole suppellettile, di ogni decoro o illusione.

Ma tolta ogni finzione, ogni speranza
Cosa rimane?



G.D.C