cinque ragazzi. cinque ragazzi per cinque argomenti: letteratura, arte, musica, cultura e non solo... cinque argomenti in "cinque righe": il pentagramma, un progetto che si propone di accendere la curiosità del suo lettore suggerendo semplici spunti di interesse generale. Discorsi intrecciati l'un l'altro come note musicali che cercano l'armonia uniti dalla stessa "chiave".
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venerdì 25 ottobre 2013

Come un caffè

Un soffio di vento.
Il dondolio della sedia.
Le mie pieghe.
Ho sete.
Liquirizia,aroma dolce…
Un sorriso gelato.
I tuoi passi...
La bambina che corre,
Le gote rosse.
Le mani sotto il cappotto.

La vita è un attimo.
Sì,un soffio…
Aroma dolce...
I mandarini profumati
E pieni di semi…
Un bacio in silenzio
Che fonde la liquirizia...
Parole sussurrate
Nel vento.
La vita è un Canto.

Ti sfioro.
E sono foglia ed erba…
Calore,amore…
Poi neve,acqua,vapore…
Tu che nasci e che muori,
tra le mie pieghe,
e mi spettini
i riccioli
d’ombra…
Come un soffio di vento.

Tante strade e noi nel mezzo.
Come un caffè,
Né dolce, né amaro…
Da bere bollente.

La vita è un attimo…




E.E.A.



sabato 27 luglio 2013

I vetri di Murakami

Norwegian Wood, la canzone dei Beatles, è la preferita da Naoko e il titolo del “romanzo d’amore non troppo sentimentale della lunghezza di circa trecentocinquanta pagine” scritto da Haruki Murakami e pubblicato nel 1987 (nel 1993 in Italia). Ho scelto di scrivere su Norwegian Wood, abbandonando il buon proposito di dedicarmi a Tennessee Williams (che pure è citato nel romanzo...) e alla sua opera teatrale Lo zoo di vetro, semplicemente perché è riuscito a “prendermi”, a tenermi sveglia e farsi leggere con grande rapidità. Questo è uno di quei pochi romanzi che si lascia divorare e che divora il lettore fino all’ultima facciata, che lo porta a parlarne in continuazione, a cercare un angolo nascosto in cui sedersi, al riparo da tutti, per leggereleggereleggere; è uno di quei libri che fa venire voglia di pistacchi quando i suoi personaggi mangiano pistacchi, di alcool quando si ubriacano, di sigarette quando fumano; è uno di quei libri che fa pensare e che si consiglia, perché è triste, perché fa ridere, perché è un libro di morti, ma anche di amori e amicizie. 



Non sarà mia intenzione svelare toppo la trama di questo romanzo, per evitare di togliere la sorpresa e la brama di lettura che derivano dal mangiarne una pagina dopo l’altra. Norwegian Wood è un lungo flashback narrato in prima persona dal protagonista trentasettenne Watanabe, un lungo flashback che torna indietro di diciotto anni per raccontare quel periodo della sua la storia che ne segnò l’esistenza: “Pensavo solo a me stesso, alla ragazza così bella che camminava al mio fianco, alla nostra storia, e poi ancora a me. Era un’età in cui qualunque cosa potessi vedere, sentire, pensare, mi tornava sempre nelle mani come un boomerang. Per giunta ero innamorato, e quell’amore mi aveva portato in una situazione terribilmente complicata.” In breve questo è ciò che racconta Norwegian Wood, ma ciò che lo rende ancora più speciale, al di là della storia in sé, sono i suoi personaggi; tutto il libro si popola di personaggi meravigliosamente caratterizzati: dalla dolce Reiko, la controllatrice e mancata concertista, al gentiluomo Nagasawa “la persona più strana che abbia mai incontrato nella mia vita”; da Kizuki, l’amico perso, il motore di tutto, al malinconico e solo protagonista Watanabe, diviso nell’affetto per due ragazze, ma sempre innamorato; da Naoko, fragile e triste, ossessionata dai ricordi e dalla paura di essere dimenticata, a Midori, divertente e pazza. Midori, la mia preferita, Midori che -ubriaca- si addormenta sul water e che tutte le volte, dopo aver bevuto un bicchiere di troppo, vuole arrampicarsi su un albero. Midori che scherza sulla storia di un ipotetico padre fuggito in Uruguay, che cerca nell’ amore qualcosa di assolutamente perfetto, qualcosa che per una volta le “permetta di fare i capricci”. Midori un po’ pervertita che vuole andare a vedere un film porno e che fa sempre domande troppo imbarazzanti a Watanabe; Midori che -ad un certo punto della sua vita- decide di ignorare ciò che non capisce, come seno e coseno, o come le teorie di Marx; in realtà, Midori, l’unica vera testa pensante, colei che viene trattata come un’idiota per le sue domande e colei che di conseguenza diviene sarcastica, che sembra guardare dall’alto i suoi coetanei, “una massa di mistificatori” che “si compiacciono di usare paroloni difficili a effetto per suscitare l’ammirazione delle ragazze appena entrate all’università, e in realtà pensano solo a infilare le mani sotto alle gonne”. Tutti questi personaggi, e tutti gli altri che riempiono i fogli di Norwegian Wood, sono come il vetro. Possono essere spessi o sottili, ma sono fragili: alcuni più, altri meno; talvolta si rompono, talvolta resistono, ma sono sempre estremamente trasparenti nell’immagine che riflettono di sé: “Noi siamo tutti esseri imperfetti che vivono in un mondo imperfetto. Non viviamo misurando le distanze con la riga, gli angoli col goniometro e controllando entrate e uscite come sul conto in banca. O no?” 




 S.T. 



Da leggere: “Norwegian Wood” Haruki Murakami 
Da vedere: “Norwegian Wood”, 2010, diretto da Tran Anh Hung 
Da ascoltare: “Norwegian wood”, dall’ album “Rubber Soul”, 1965

sabato 25 maggio 2013

Musset nella cornice del presente



Alfred de Musset (Parigi, 1810 – 1857) incarna l’immaginario del dandy bruciato dall’alcool e morto piuttosto giovane che si trovò a constatare il vuoto che si era creato attorno a sé. Senza riuscire ad accusare nessuno, Musset cadde in una sorta di ‘depressione culturale’. Tutta la sua vita, 47 anni di vita, si inserisce in una ‘cornice del presente’: «presente che separa il passato dall’avvenire e che non è né l’uno né l’altro e che assomiglia a tutti e due in un sol tempo, ed in cui non si sa, ad ogni passo che si fa, se si sta camminando su un seme o su una rovina. Ecco in quale caos si dovette scegliere allora; ecco ciò che si presentava a dei “figli” pieni di forza e audacia».
Ciò avvenne, in Francia, in seguito all’aumento delle tasse sancito da re Carlo X nel 1830 con un editto finanziario che si proponeva di rimpolpare le casse dell Stato; avvenne in seguito alla scoppio della rivoluzione di luglio e alla deposizione del re a favore di Luigi Filippo, primo a farsi nominare “Re dei francesi”. Musset trasformò questa situazione in arte e esordì con successo con l’opera teatrale di ambientazione storico- fiorentina Lorenzaccio (1833).
La sua opera più ‘famosa’,  però, è La confession d’un enfant du siècle (1836), un romanzo a sfondo autobiografico in cui Musset emerge come lo scrittore/ attore dalla celeberrima storia d’amore che lo unì a George Sand. La confession inizia come una sorta di storia campione che vale ad emblema del dandismo, di una generazione bruciata e disincantata che si trovava a riempire i vuoti con l’abuso di alcool e droghe. Egli, nell’incipit del suo romanzo, scrive: «Colpito, ancor giovane, da un’abominevole malattia morale, racconterò quello che m’è successo durante tre anni. Se fossi malato io solo, non ne farei parola; ma poiché molti altri soffrono dello stesso male, scrivo per loro.»
Musset, l’uomo dilaniato, prende infine la strada della ‘dedizione’ all’assenzio e pronuncia la parola poetica del totale disimpegno, anche in termini di vita ‘pratica’. Egli vive con un inesprimibile malessere la sua condizione di giovane, si sente abbandonato agli stupidi, consegnato all’ozio e alla noia: « la vita al di fuori era così pallida e meschina;  l’ipocrisia più severa regnava nei costumi e l’allegria era scomparsa». Musset sembra essere lo scrittore che vive con disperazione anche la propria condizione di poeta/romanziere, come scrive in La Muse: «le loro declamazioni -dei poeti- sono come delle spade che tracciano nell’aria un cerchio abbagliante, ma dal quale cade sempre qualche goccia di sangue». Musset è stato definito per questo il “poeta pellicano” che, cercando il nutrimento per i suoi piccoli -allegoricamente, per il suo pubblico- trova solo il vuoto e il deserto; così infine sceglie di sdraiarsi ed aprire il proprio cuore in modo che i piccoli pellicani/ lettori possano beccarlo e vivere di sé.
Un canto disperato e bellissimo in cui, del pellicano, spiega: «l’oceano era vuoto e la spiaggia deserta, come cibo egli offre il suo cuore! triste e silenzioso steso sulla pietra condivide con i suoi figli le viscere di padre.»

S.T.


Lettura Consigliata: La confessione di un figlio del secolo, Alfred de Musset (1936)

sabato 13 aprile 2013

Kipling e la paranoia del colonizzatore

Kipling ha vent’anni quando nel 1885 scrive il racconto La strana cavalcata di Morrowbie Jukes.
Ne sono passati ventotto dal 1857, anno dell’Indian Mutiny, cioè della ribellione degli indiani contro i colonizzatori britannici. Anche se la rivolta fu repressa e portò a un rafforzamento dell’ordine e del dominio inglese, aveva in fin dei conti spaventato e indebolito la macchina dell’Impero, rendendola consapevole della forza di quei selvaggi che dovevano essere sottomessi dominati e, per quanto possibile, civilizzati.
Rudyard Kipling, nato a Bombay da genitori inglesi, a sei anni era stato mandato a studiare in Inghilterra -forse il momento più infelice della sua esistenza - e a diciassette, tornato in India, si era fatto assumere come giornalista da un quotidiano locale inglese. Sarà proprio nella “Civil and Military Gazette” che pubblicherà i suoi primi racconti, tra cui La strana cavalcata di Morrowbie Jukes.



Fin dall’inizio del racconto l’autore ci assicura che “non c’è niente d’inventato in questa storia”; del resto, come sarebbe possibile? Il protagonista, Jukes, è un ingegnere civile inglese e “s’intende di planimetrie, distanze e cose del genere: insomma non è certo il tipo che si prende la briga di inventare insidie immaginarie”. Tutto ha inizio da un leggero attacco di febbre che lo rende irritato e nervoso tanto da decidere di inseguire e far fuori in piena notte un “bestione bianco e nero”. Già il fatto che nella sua notturna cavalcata Jukes brandisca l’asta contro la luna piena e sfidi verbalmente i cespugli spinosi per inseguire una preda sulla cui esistenza non sappiamo granché, ci fa capire che le cose non sono proprio totalmente sotto controllo. Nel suo folle inseguimento notturno a un certo punto si ritrova in un luogo infernale, un cratere di sabbia a forma di ferro di cavallo da cui è impossibile uscire: arriva l’alba e ci sono delle persone lì dentro, tra cui un bramino sua vecchia conoscenza: Jukes è capitato in un luogo mitico, un luogo in cui la leggenda dice che venivano portati i morti-non morti, cioè quelle persone credute morte, ma che poi all’ultimo si risvegliavano e che ormai non potevano più essere riportate tra i vivi.
È un luogo terribile, allucinato, una tomba a cielo aperto dove tutte le strutture sociali, gerarchiche, di grado, vengono dimenticate a vantaggio di una lotta per la sopravvivenza individuale. Jukes vorrebbe far valere le proprie prerogative di uomo bianco, britannico e dominatore, cerca di dare ordini, abituato com’è a “una certa qual deferenza da parte degli inferiori”, ma si accorge di non venir preso in considerazione.
I rapporti si stanno ribaltando, lui uomo bianco occidentale riesce sì a comprare con i soldi che ha in tasca del cibo dal bramino, ma quando i soldi finiranno dovrà arrangiarsi da solo e catturare cornacchie; non ci sono più servi alle sue dipendenze, nessuno a cui dare ordini, Jukes è uguale se non inferiore a tutti gli altri poveri abitanti di questo paese di non-vivi.
Nel racconto si fa progressivamente strada un senso di straniamento, di paranoia per il ribaltamento dei piani e per la degenerazione del proprio status quo. Le regole del grande gioco imperiale appaiono capovolte, il colonizzatore diventa il colonizzato, gli indigeni i dominatori”. 


La situazione di Jukes e di qualsiasi inglese che potesse identificarsi con lui non è molto dissimile da quello che avevano potuto provare tutti gli inglesi di stanza in India durante l’ammutinamento: un grande terrore allucinatorio e paranoico sulla possibilità di venire sopraffatti dall’indigeno, da quell’indigeno selvaggio e incivile sclerotizzato in comportamenti e riti inumani che doveva essere dominato proprio perché inferiore.
La paura dell’Altro arriva a causare comportamenti ossessivi e paranoici incrinando le sicurezze di quello che avrebbe voluto credere di essere l’infrangibile Impero britannico.



G.D.C.

 
Bibliografia:
Rudyard Kipling, Il risciò fantasma e altri racconti dell’arcano, Adelphi, Milano 1999
Saggio di Federica Zullo, L’Impero e altro. Contaminazioni e paranoia in alcuni racconti di Rudyard Kipling in www.griseldaonline.it/percorsi/zullo.htm

sabato 2 marzo 2013

La Sfida Inutile


Una lettura infedele de Il Duello, di Joseph Conrad
We got up early,
washed our faces,
walked the fields
and put up crosses.
Passed through the damned mountains,
went hellwards,
and some of us returned,
and some of us did not.

PJ Harvey, In The Dark Places (2010)
«La carriera di Napoleone fu come un lungo duello contro l'Europa intera, ma all'imperatore non piaceva che i suoi ufficiali si battessero tra loro; non gli piacevano gli ammazzasette e poco si curava delle tradizioni. E tuttavia c'è la storia di un duello che divenne leggenda nell'esercito imperiale e che attraversa tutta l'epopea delle guerre napoleoniche».
Nell'attacco del racconto The Duel (1908), Joseph Conrad fa giocare, l'uno contro l'altro, due punti di vista sul mondo – e sembra alludere ad una loro intima complicità: da una parte, vediamo muoversi la Storia, movimento dello hegeliano Spirito Assoluto che si rivela nella figura di Napoleone I; dall'altra, il brulicare delle piccole storie, che nondimeno, per dinamiche insondabili, sanno diventare leggenda e mistero già agli occhi dei loro contemporanei – e restano, come fantasmi fatti della stessa sostanza delle parole, nella memoria popolare.


Il duello è il racconto di una sfida che copre quasi due decadi: i suoi protagonisti, gli ufficiali D'Hubert e Feraud, hanno poco più di vent'anni quando tutto ha inizio – ne hanno quasi quaranta, quando la vicenda sembra trovare una conclusione. Il loro scontro vive nelle pieghe di atroci violenze collettive, che sconquassano l'Europa, ridefinendone a più riprese l'assetto geo-politico. Le vittorie e le sconfitte di Napoleone sono il terreno insanguinato nelle cui fratture Feraud e D'Hubert portano avanti una sfida insensata, irragionevole come il diniego ostinato del Bartleby di Melville. Se quest'ultimo rivela l'incepparsi del linguaggio come dispositivo sociale, gli infiniti duelli dei due giovani ussari, poi maturi ufficiali, stanno a testimoniare la cecità dell'agire umano, il suo esser senza scopo.

Tutto comincia – se così si può dire – in uno dei pochi giorni di pace armata, in cui soldati e ufficiali godono il riposo dei guerrieri, chiacchierando e lucidando spade che torneranno a sporcarsi a breve. L'ussaro D'Hubert deve comunicare all'ussaro Feraud che si trova in stato di arresto, avendo egli violato il regolamento militare, che vieta ai soldati di sfidare a duello i civili. Cosa che Feraud, mosso dal proprio animalesco istinto, ha puntualmente fatto. In pochi minuti, il rifiuto di fronte alla punizione e l'orgoglio ferito di Feraud danno il via ad una rivalità in cui si rispecchia un'epoca, ma che trascende il contesto storico per dirci qualcosa sul senso stesso dell'agire umano. Gli innumerevoli, ostinati duelli che Conrad racconta – a tratti con dovizia di particolari, altre volte con pennellate rapide – finiscono immancabilmente con un nulla di fatto: entrambi i contendenti sopravvivono – e se è vero che è la cieca furia di Feraud a dare pathos alla sfida, è anche vero che D'Hubert, che incarna un equilibrato, razionale desiderio di vivere e conservarsi nell'esistenza, in un ordine antico, sente sempre più nell'avversario un assurdo compagno, un intimo nemico.

Non è la smania di potere a muovere i protagonisti della vicenda: le loro gesta li fanno simili ad «artisti pazzi intestarditi a indorare l'oro, o a tinger di bianco i gigli»; non sono il denaro o la prospettiva di nuovi possedimenti a guidarne l'agire, ma il senso etico ed estetico dell'onore e del ridicolo. Conrad ci ricorda che «[n]essuno riesce in tutto ciò che intraprende. In questo senso non c'è chi non sia, in qualche misura, un fallimento». Il continuo fallire della sfida tra Feraud e D'Hubert è allora lo specchio su cui le imprese militari del loro tempo possono riconoscere il proprio volto: un destino immobile, una sfida inutile nella sua tragicità. Una sfida che proprio per la sua enormità e per la cieca ostinazione dei contendenti che la animano, non può che interrogare i commilitoni e tutti coloro che ne sentano il cupo e grottesco riecheggiare: perché? – si chiedono questi. Così è fatto l'uomo, che dove non vede ragioni le inventa e sa accettare solo storie che abbiano un inizio e una fine. Conrad però è lo scrittore che ha saputo raccontare i momenti di passaggio, le linee d'ombra e le vie di fuga, alla ricerca di una dimensione autentica dell'esistere – racconti narrati col volto girato all'indietro, a guardare il passato, come a cercare una fine per ciò che non ha principio. Non poteva non accadere anche all'inutile duello tra Feraud e D'Hubert che la ragionevolezza dei molti – commilitoni, generali e sottoposti – cercasse un motivo nel loro insensato rincorrersi e sfidare la morte.


Non trovando quel motivo, lo immaginarono misterioso, tragico – ingombrante nell'essere assente. E invece non c'erano che due uomini, due tra quelli che in quindici anni di guerra e morte erano sempre riusciti a tornare – eppure stare non potevano, perché una sfida intima e inutile li univa. Una sfida in cui far risuonare le promesse della giovinezza. Per gustare ancora il sapore vago, intenso di una linea d'ombra.
M.P.
Da leggere      J. Conrad, Il duello (1908); J. Conrad, La linea d'ombra (1917)
Da ascoltare   PJ Harvey, Let England Shake (2010)
Da vedere       R. Scott, I duellanti (1977)
Da bere          Riesling Alsaziano (2010)

venerdì 15 febbraio 2013

Conflitto

Umidità.Sete.
Vorrei un vestito
di ghiaccio.Essere
un iceberg.
Non sentir nulla.

Congelare il cuore.
E allora bramisce
dal mio cuore
quell' orso
bianco,che tenta
di nuotare

in mezzo al mare,
cercando cibo,
una lastra
fredda per sdraiarsi,
stanco.La mia
glaciazione

è la sua sopravvivenza.
Ma è estate,
il cuore è rosso, affannato,
dilatato
ed è tempo
di liquefazione...

L'orso nuota
a grandi falcate,
poi fa il morto
al sole immobile,
si lascia
trasportare

tra le onde,
come una formica
in una lavastoviglie.
La vita a volte
stride
con la vita.







E.E. Accardo

sabato 2 febbraio 2013

La vita senza colori di Emilio Salgari

Le tenebre avvolgono il golfo del Messico. Una piccola imbarcazione, con due soli uomini a bordo, emerge dall’oscurità: “Uomini del canotto! Alt o vi mando a picco!”. La voce metallica, tonante, arriva da una grossa fregata, che i due non tardano a riconoscere per una nave corsara, la Folgore. Riconosciuti presto i compagni, i due uomini ora si trovano di fronte a chi li ha accolti con quella frase minacciosa. “[…] era vestito completamente di nero e con un’eleganza che non era abituale tra i filibustieri del grande golfo del Messico; […] portava una ricca casacca di seta nera, adorna di pizzi d’egual colore, con i risvolti di pelle egualmente nera. […]  Anche l’aspetto di quell’uomo aveva, come il vestito, qualche cosa di funebre, con quel volto pallido, quasi marmoreo[..].”
I due uomini del canotto sono due corsari sfuggiti per miracolo agli spagnoli da Maracaibo: l’uomo vestito di nero intuisce subito come sono andate le cose:
“Me l’hanno ucciso, è vero?”
“Chi?”
“Mio fratello, colui che chiamavano il Corsaro Rosso.”
“Si comandante. Lo hanno ucciso come vi hanno spento l’altro fratello, il Corsaro Verde.”

Emilio di Roccabruna signore di Ventimiglia, noto come il Corsaro Nero, non è un pirata come gli altri: è diventato corsaro non per la sete di denaro, non per sfuggire a qualche condanna, ma solo ed esclusivamente per uccidere Wan Guld, governatore di Maracaibo, e vendicare così la morte del fratello maggiore. Ora che quello stesso uomo ha impiccato anche il Corsaro Rosso, il Conte di Ventimiglia giura sulla salma del fratello che non troverà pace fino a che non avrà sterminato Wan Guld e tutta la sua famiglia. Il destino però sarà ancora una volta crudele con il Corsaro Nero…

Il ciclo di romanzi dei corsari di Salgari, che si apre con Il Corsaro Nero, è un’epopea avventurosa che appassiona e coinvolge il lettore dalla prima all’ultima pagina; i cinque romanzi del ciclo (nell’ordine Il Corsaro Nero, La regina dei Caraibi, Jolanda la figlia del Corsaro Nero, Il figlio del Corsaro Rosso, Gli ultimi filibustieri) sono un’escalation di colpi di scena, avventura, azione, divertimento. Si passa dalle smargiassate dei corsari (Carmaux, Wan Stiller, Moko, il basco Mendoza, ma su tutti voglio citare il guascone Don Barrejo) alla sete di vendetta e alla triste figura del Corsaro Nero, al fascino del figlio del Corsaro Rosso, gli assedi e i combattimenti, gli inseguimenti nella foresta piena di insidie e bestie feroci, e perché no le storie d’amore.

Salgari ci fa sentire la brezza del Golfo del Messico, i cannoni tonanti di Maracaibo, Panama e Gibraltar, ci fa conoscere la foresta attraverso i suoi animali, le sue piante, i suoi abitanti…tutto questo senza aver mai visto questi posti, ma passando ore tra le enciclopedie e gli atlanti della biblioteca civica di Verona.
La vita di Salgari, al contrario dei suoi romanzi, è un racconto molto triste fatto di miseria, tragedie familiari, insuccessi. Non riesce ad entrare nella Marina come avrebbe voluto, e lui che racconta storie di tempeste, abbordaggi, manovre impossibili si è imbarcato solo per qualche addestramento lungo l’Adriatico. Cerca di mettere a frutto la sua immensa fantasia e passione per l’esotico ed inizia a scrivere romanzi d’appendice pubblicati a puntate; vuoi l’inesperienza, l’incapacità o la sfortuna, nel corso della sua vita Salgari non potrà mai godere dei successi delle sue pubblicazioni, ma finirà tutto nelle mani (e nelle tasche) delle case editrici. Ad un certo punto, per onorare i contratti in cui si è impegnato, Salgari è costretto a scrivere ad un ritmo insostenibile di tre pagine al giorno, tutti i giorni: detto così non sembra nemmeno qualcosa di impossibile, ma dietro alle tre pagine ci sono ore di documentazione sugli atlanti e le enciclopedie, notti insonni passate a lavorare di immaginazione alla ricerca di nuove trame, e nemmeno il tempo per rileggere le bozze. A questo va aggiunto il precario stato di salute della moglie, Ida Peruzzi, che verrà rinchiusa in un manicomio, e ancor prima il suicidio del padre nel 1889.

Il 25 aprile 1911 Emilio Salgari esce di casa con un rasoio. Lo trovano privo di vita, con la gola e il ventre squarciati. Ha lasciato tre lettere, una ai figli, una agli editori ed una ai direttori dei giornali per cui scriveva; quella lasciata agli editori si commenta da sé:

“Ai miei editori: a voi che vi siete arricchiti con la mia pelle mantenendo me e la mia famiglia in una continua semi-miseria od anche di più, chiedo solo che per compenso dei guadagni che io vi ho dato pensiate ai miei funerali. Vi saluto spezzando la penna.”

A quei (spero pochi) malaugurati che non hanno letto Salgari da ragazzi, consiglio vivamente di farlo ora. Perché i suoi romanzi mantengono il loro fascino a tutte le età, e caro Emilio anche se ti hanno fatto spezzare la penna noi non smetteremo mai di navigare tra le onde del Golfo del Messico  a bordo della Folgore.



Lettura consigliata: Emilio Salgari, Il Corsaro Nero, 1898. E una volta letto questo, tutti gli altri!
                              



M.F.

sabato 29 dicembre 2012

X

"O Tosco, che per la città del foco vivo ten vai così parlando onesto, piacciati di restare in questo loco. La tua loquela ti fa manifesto di quella nobil patria natio, a la qual forse io fui troppo molesto."
"X" mi ricorda il decimo canto della prima Cantica della Divina Commedia di Dante, l'"Inferno", e con questo l'insegnante che ho tanto stimato alle superiori la quale mi ha fatto innamorare della letteratura e dello studio in genere, la Signora Anna Maria Da Re.
A proposito, ho studiato poco nella mia vita, perchè preferivo stare tra i campi con i cugini e le sorelle, a saltare le balle di fieno e a costruire le trappole per i ladri! Che infanzia felice ho avuto! La mamma a casa pronta ad ogni occorrenza, uno spazio molto grande, una famiglia "caciarona", una casa piena di animali. Respiravo gli odori acri della campagna,  mi arrampicavo sugli alberi e ne combinavo da mattina a sera.
Ho bisogno di questi riti ancora oggi, certo non salto le balle di fieno perchè probabilmente resterei paralizzata dopo il primo balzo dato il fisicone prestante che mi ritrovo, ma una passeggiatina tra i ciliegi o in collina, ogni tanto me la concedo. Mi ricarico, tipo l'orsetto "Duracell", torno frizzantina e sorridente, con i bordi della bocca che sfiorano le orecchie e una parlantina degna della migliore presentatrice che conoscete, ne avete una?!
Ma torniamo a bomba.

Canto X, gli "epicurei", o se volete atei, "diversamente animisti", i negatori dell'immortalità dell'anima.
Dante e Virgilio camminano tra le mura della città di Dite e le arche infuocate dove il poeta ha riposto personaggi illustri del suo tempo, tra cui Farinata degli Uberti, Ghibellino appoggiato da Manfredi nella battaglia di Montaperti del 1260 contro l'esercito Guelfo fiorentino.
É risaputo che Dante fosse Guelfo di parte bianca, ovvero Guelfo ma sostenitore dell'Impero, come per esteso spiegato nel suo trattato, il "De Monarchia". Alla fine è stato una sorta di anticipatore dei Patti Lateranensi, al Papa il potere della Chiesa, all'Imperatore o re che fosse a suo tempo, il potere politico.
Dopo un po' di battibecchi politici con il Farinata, richieste e incontri vari, tra cui quello con il padre dell'amico Guido Cavalcanti, il quale fraintende le parole del poeta e ritorna a giacere sulla sua arca sconsolato, Dante ascolta la profezia di esilio che il Farinata gli esterna e sconsolato e spaventato, capisce che i peccatori di questo cerchio hanno potere di veggenza.
Questo fa parte della legge del contrappasso applicata: i peccatori in vita credevano solo al presente e non alla vita dell'aldilà. È per questo che ora la tomba in cui giacciono è infuocata, scotta appunto per far loro sentire quanto é vero che sono morti, ma ancora vivi! La veggenza di cui sono dotati é particolare, è una veggenza presbite, di chi vede solo da lontano e non può cambiare il futuro.
Voglio interpretare questo Canto anche come un ammonimento al materialismo. Al non credere in qualcosa di impalpabile, o crederci fino a lì. Il non andare mai oltre. Il non approfondire. E non parlo solo di informazione generale, ma della conoscenza di sè.
La cattiva conoscenza di se stessi e del proprio IO, dei propri sentimenti, di ciò che desideriamo, fa nascere in noi i peggiori mali. Dobbiamo trovare il tempo di stare con noi stessi, di ascoltare i segnali che il corpo ci manda.
Sì, posso risultare banale scrivendo queste parole, e credetemi non ne basterebbero fiumi, per dire tutto quello che sento e penso di questo argomento. È un labirinto interminabile, interessantissimo e in ogni parte collegato.
Sta di fatto che sono una sostenitrice del sommo poeta perchè come tutti i grandi geni era ed è tuttora non incastonabile in nessuna corrente storica.
Se pensate a lui, al poeta, cosa vi viene in mente?
Ribellione, sacralità, giustizia, viaggio, allegoria, amore, Firenze, la "c" aspirata, naso, alloro, i 2 euro. Ecco il mio flusso di coscienza.
Io credo nell'anima, e nell' "amor che move il sole e l'altre stelle".




Lisa Parise XXX

sabato 15 dicembre 2012

X cose da fare prima e durante e dopo la scelta di un libro


1.Un libro si può scegliere in ogni luogo (che abbia una libreria) e spazio temporale (tempo permettendo): aggirati spesso e volentieri alla ricerca di librerie se vai in una nuova città, cerca di conoscere perfettamente quelle presenti nella tua terra natìa;

2.Ricorda che non basta conoscere una sola libreria, ma devi saperti muovere agevolmente (anche ad occhi chiusi o bendato o cieco –come preferisci-) tra le diverse  del tuo paesino/ paese/ città/ metropoli;

3.Questo non significa che non puoi avere la TUA libreria preferita, anzi sarà più che naturale che prima o poi tu faccia una scelta: ma facendola non dimenticare che intanto stai escludendo qualcos’altro; fatti vedere spesso, fatti riconoscere, non aver paura di chiedere qualche consiglio (mal che vada se ti danno libri del picchio le prossime volte fai per conto tuo, se quello che ti hanno venduto fa proprio schifo portalo indietro minacciando i commessi di diffondere un’ epidemia di tablets);

4. Ora che il posto c’è, manca la materia prima: il libro. Non fermarti  a generi o a case editrici che conosci già, ma spazia, prova, assaggia, anche a costo di sbagliare;

5.Quando hai raccolto dalla polvere dello scaffale un libro, concentrati sull’autore: l’hai già sentito? È un autore famoso morto da secoli, uno di quelli pallosissimi che ti fanno studiare a scuola oppure è un novellino sbarbatello alle prime armi? È uno scrittore che pubblica molto oppure che è uscito con un unico romanzo e poi stop? Qualcosa da sapere di curioso c’è di sicuro: prenditi ancora qualche momento per capire con chi stai per avere a che fare; 

6.È giunta l’ora del titolo: quanti pensieri stanno dietro la decisione del titolo da mettere e della copertina, non a caso menti retoricamente e raffinatamente affinate ci hanno lavorato per mesi, quindi il titolo parla sì, ci dice molto, e molto o forse tutto ha a che fare con la tua scelta finale;

7.Ebbene è giunto il momento di passare all’ azione: il chi e il cosa hanno ora un nome, anche se ancora un po’ fluttuante, ora c’è bisogno di far dire qualche parola al tuo libro prescelto: aprilo delicatamente e accarezzalo dolcemente per non spaventarlo (si sa a nessuno piacciono i tipi bruschi e violenti che pretendono di farti parlare quando non ne hai voglia).  Spegni il cellulare, tappati le orecchie, azzittisci figlio, cane, partner, varie ed eventuali: inizia a leggere;

8.Attenzione: non è detto che da questa esperienza tu possa uscire assolutamente incolume. E se il libro è sconvolgentemente bello che non riesci più a staccare gli occhi dalla storia e a tornare dal tuo cellulare, figlio, cane, partner?

9.Corri il rischio: inizia a leggere la pima pagina. Qualcosa, che tu voglia o no, ne uscirà. Potresti sentirti incredibilmente annoiato, provocato, indignato, esasperato, indifferente, punto sul vivo ma anche cambiato e migliorato. Sentirai subito che qualcosa si muove, che le idee si mettono in moto, o la tua fantasia inizia a lavorare.

10.Non sprecare il momento: prendi il libro e leggi leggi leggi. Leggi in ogni momento in cui puoi farlo, leggi in treno, leggi prima di andare al lavoro, leggi mentre aspetti che la pasta sia cotta, leggi per fare una pausa studio, leggi prima di addormentarti. Ma ricorda: leggi quello che ti fa pensare, riflettere o fantasticare,  così avrai l’opportunità di vivere le infinite mille vite nascoste dietro la tua. 


G.D.C.