cinque ragazzi. cinque ragazzi per cinque argomenti: letteratura, arte, musica, cultura e non solo... cinque argomenti in "cinque righe": il pentagramma, un progetto che si propone di accendere la curiosità del suo lettore suggerendo semplici spunti di interesse generale. Discorsi intrecciati l'un l'altro come note musicali che cercano l'armonia uniti dalla stessa "chiave".
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sabato 27 luglio 2013

Il trasparente enigma

Del diritto all’opacitàQuale voce a noi giunge con il suono delle onde
che non è la voce del mare?
È la voce di uno che a noi parla
ma che, se ascoltiamo, tace,
perché noi abbiamo ascoltato

F. Pessoa, Le isole fortunate

Da sempre, nella riflessione filosofica come nel linguaggio comune – con debiti reciproci tra i due ambiti – la grammatica dell’in/visibile è l’orizzonte in cui si costruiscono le metafore per raccontare i modi buoni e cattivi di esercitare il potere. Il Palazzo di Vetro che ospita il Segretariato delle Nazioni Unite a New York e la politica della trasparenza (glasnost) con la quale Gorbačëv volle provare un estremo tentativo di riforma dell’agonizzante gigante sovietico sono solo due dei recenti eredi dell’ossessione della politica per il proprio carattere pubblico, ultimi figliocci del racconto mitico che Platone tramanda nel Libro II della Repubblica. Il bovaro Gige, dopo un terremoto, spinto da curiosità entra in una voragine apertasi nel terreno; trova il cadavere di un soldato che ha al dito un bellissimo anello d’oro; Gige se ne impossessa e scopre ben presto che quell’anello dona il potere dell’invisibilità. Approfittando di tale potere, il bovaro seduce la moglie del re e uccide quest’ultimo, prendendone il posto. Glaucone, il personaggio del dialogo cui Platone mette in bocca il mito, ne trae la morale che nessuno è talmente virtuoso da non approfittare dell’invisibilità per commettere azioni ingiuste a proprio vantaggio; di più: “giusto” e “ingiusto” sono convenzioni sociali, che si reggono sul controllo che la società stessa esercita sui propri membri e sulla consapevolezza di questi ultimi di essere controllati.
È precisamente entro tale orizzonte concettuale che Norberto Bobbio, nel 1984, svolge alcune considerazioni sugli insuccessi della democrazia. A suo avviso, il più grave e meno considerato di essi sarebbe legato precisamente al tema del potere invisibile, che in Italia era terribilmente all’ordine del giorno per la lunga serie di attentati che dalla strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969 avevano insanguinato il Paese. Bobbio ci ricorda che i discorsi, vecchi e nuovi, sulla democrazia, vedono in essa il governo del potere visibile, o del potere pubblico in pubblico, per cui la pubblicità sarebbe la regola ed il segreto l’eccezione. Del resto, la democrazia di cui parla Bobbio e di cui siamo cittadini è basata sulla logica della rappresentanza: rappresentare significa rendere visibile, rendere presente qualcuno o qualcosa che è assente; secondo tale logica i rappresentanti del popolo, i parlamentari, “mettono in scena” i cittadini che li hanno eletti, con le loro esigenze e le loro aspirazioni. Lasciando il ragionamento di Bobbio, aggiungiamo che la rappresentanza è parente stretto della rappresentazione, per cui il “carattere finzionale” della politica democratica apre inevitabilmente lo spazio ad una zona opaca, che nei casi peggiori – quando, cioè, se ne faccia un uso intenzionalmente dispotico – diventa oscura. Tale opacità sembra essere un carattere distintivo di ogni relazione asimmetrica, compresa quella particolare forma di asimmetria che è il potere. La democrazia e la logica della rappresentanza costruiscono il popolo che ne dovrebbe costituire presupposto e ragion d’essere; facendo ciò, proiettano i limiti individuali in una potenza comune, ma vincolano tale potenza a meccanismi che gli individui non possono conoscere, pena il collassare del sistema stesso. Le giuste preoccupazioni di Bobbio sulla deriva autoritaria che ogni democrazia cova al proprio interno vanno allora affrontate con la capacità di analisi del politologo e la passione del militante, che devono porre un freno agli interessi delle lobby, togliendo terreno da sotto i piedi a possibili poteri occulti; devono però essere lette anche con la sensibilità del poeta, che avverte l’ineludibilità dell’opaco ed il pericoloso carattere consolatorio della metafora del vetro.


Scrive Ludwig Wittgenstein che «di un uomo diciamo che ci è trasparente. Ma per questa considerazione è importante che un uomo possa essere un completo enigma per un altro uomo.» Trasparenza e opacità sono entrambe – spesso, insieme – caratteri della nostra esperienza degli altri e del mondo: possiamo riconoscere la trasparenza di un gesto, di un sentimento, di un discorso proprio perché sappiamo farci un’idea di cosa significherebbe percepirne l’opacità – e viceversa. Ecco allora che, ogniqualvolta singoli individui o movimenti collettivi chiedano a gran voce maggiore trasparenza, come se questa fosse di per sé la soluzione dei nostri problemi, dobbiamo ricordare l’importanza dell’opacità, che è il primo modo di darsi dell’altro a noi e di noi stessi all’altro: una zona d’ombra che non solo ci difende dall’essere totalmente dischiusi al mondo, ma soprattutto costituisce la condizione per un percorso di conoscenza, di condivisione che non schiacci alcuno dei soggetti coinvolti. Tra i pochi che abbiano colto con radicalità questo aspetto della relazione col Diverso, si distingue il poeta, filosofo e scrittore martinicano Édouard Glissant, teorico della creolizzazione. Nella sua Poetica della Relazione torna con insistenza sul “diritto all’opacità”, nella quale egli vede non necessariamente l’oscurità – che pure è implicata da e in ogni relazione – ma «il non riducibile, che è la più vivace delle garanzie di partecipazione e di confluenza. Eccoci lontano dalle opacità del Mito o del Tragico, la cui oscurità provocava esclusione, e la cui trasparenza tendeva a “comprendere”». La metafora della trasparenza va abbandonata, perché «[e]sistono ancora centri di dominio, ma è evidente che non esistono più luoghi privilegiati ed esclusivi del sapere, metropoli della conoscenza. […] La trasparenza non appare più come il fondo dello specchio in cui l’umanità occidentale rifletteva il mondo a sua immagine; in fondo allo specchio c’è ora opacità, tutto un limo depositato dai popoli, limo fertile ma, a dire il vero, incerto, inesplorato, ancor oggi molto spesso negato o offuscato, di cui non possiamo non vivere la presenza insistente.»
Oggi che siamo portati a vedere la democrazia come orizzonte del bene, come unica alternativa alla tirannia – e quindi comprendiamo i suoi punti oscuri come errori contingenti, da superare e superabili una volta per tutti – le parole del poeta creolo ci richiamano al compito inesauribile di trovare il giusto nell’impasto di luce e buio, di trasparenza ed opacità che ognuno di noi è, in qualunque regime politico. La giustizia, forse, è nello sguardo che sappia riconoscere l’in/visibile.

M.P.





Da leggere    N. Bobbio, Il futuro della democrazia. Una difesa delle regole del gioco,Einaudi, Torino 1984
É. Glissant, Poétique de la Relation. Poétique III, Éditions Gallimard, Paris 1990 (tr. it. di E. Restori, Poetica della Relazione. Poetica III, Quodlibet, Macerata 2007)

A teatro        Ailuros Teatro delle nebbie, Insanocorpore (studio), di N. Cecconi e B. Riebolge, con A. Dal Bello e F. Mazzocco

sabato 25 maggio 2013

Come pietra paziente



Dentro la cornice


Come pietra paziente è un film diretto da Atiq Rahimi e tratto dal romanzo Pietra di pazienza dello stesso Rahimi, pubblicato in Italia da Einaudi.
Il film è ambientato in Afghanistan, in uno scenario esterno di violenza, bombardamenti e follia.
Ma sono poche le scene che mostrano la guerra “da fuori” o che si soffermano sulla città distrutta perché fin dall’inizio appare chiaro che il dove e il quando sono un elemento accessorio, sono come una cornice, potrebbero benissimo non esserci. 


Non a caso la maggior parte del film è girato all’interno di una stanza, dove la protagonista, l’attrice Golishifteh Farahani, deve accudire suo marito, un eroe di guerra ora in coma.  Spesso la macchina da presa indugia sui primi piani, cattura gli sguardi, le voci di una donna che inizia un percorso di scoperta di sé attraverso le parole.
Infatti l’attrice - che tra l’altro nel film non ha nome, come se rappresentasse non una donna ma tutte le donne - inizia a confessare al marito, incosciente e alimentato tramite una flebo, particolari della propria vita che mai avrebbe pensato di poter rivelare.
Il marito diventa quella che per la tradizione popolare afghana si chiama “synguè sabour”, la pietra paziente, cioè una pietra magica che noi poniamo davanti a noi stessi per sussurrarle tutti i nostri segreti e le nostre sofferenze… finché non va in frantumi.
Il film ha queste due dimensioni, una di cornice e di sofferenza straziante esterna, dove la guerra uccide e non risparmia, un’altra di sofferenza interna, lungo un percorso doloroso di libertà.
Ma possono le parole rendere davvero liberi? È ancora possibile cercare la vita e la sincerità in un mondo di violenza e morte?



Visione consigliata : Come pietra paziente (Synguè Sabour), 2012, diretto da Atiq Rahimi
Lettura consigliata: Atiq Rahimi, Pietra di pazienza, Einaudi, 2009


G.D.C.

sabato 13 aprile 2013

Del buon uso della paranoia



C'è qualcosa di diabolico in me
di vecchio e giovane
il mio passato non c'è
io ho, io ho lo sguardo contemporaneo
io ho lo sguardo per le cose lontane
Bugo, Millennia (2006)
La paranoia non esiste, è evidente. Al massimo esistono i paranoici: li si vede vagabondare, o stare fermi a fissare un punto che credono degno della massima attenzione, con gli occhi sbarrati, in una meraviglia che sconfina nel terrore, o nell'inespressività dei ciechi. Sono immobili, i paranoici, nel loro stare al mondo sbalorditi – e un attimo dopo schiumano di una rabbia frenetica.


Forse esistono, i paranoici. Ma la paranoia no: è una parola, un concetto, un modo di – non – essere al mondo che ormai ha lasciato spazio ad altre parole, ad altri concetti, ad altri disturbi. Non deve più combattere con la normalità ed il buon senso, perché buon senso e normalità hanno altro a cui pensare. “Paranoia” è innanzitutto una parola e come tutte le parole è anche uno strumento con cui graffiare il mondo, oltre che essere parte di esso: la sua origine è greca, è figlia dell'unione di para (oltre) e nous (mente, intelletto) e vorrebbe indicare una follia che non è la manìa, di cui sono vittime le seguaci di Dioniso, ma un andare-oltre che non ha nulla di sacro, di conturbante. Viene presa poco sul serio, la paranoia, la cui figura esemplare è forse Cassandra – Alessandra, per i greci –, la figlia di Priamo che profetizza la fine tragica di Troia, inascoltata. “Sei una Cassandra” si dice, da allora, a chi annuncia il vero – lo vede in faccia e riesce, con uno sforzo sovrumano, a metterlo in parole – ma non viene ascoltato; eppure dovremmo renderci conto, se davvero abbiamo letto Omero col dovuto rispetto, che nel dare a qualcuno l'appellativo di “Cassandra”, diveniamo corresponsabili della verità delle sue parole, cariche di destino: stiamo annunciando la nostra fine. Ma la paranoia non esiste ed i paranoici – se esistono – annunciano una verità a scoppio ritardato. C'è poco da prendersela con i profeti: quelli veri, non fanno altro che leggere i segni, già tutti presenti, di un oggi che ha bisogno delle loro attente parole, del loro intelletto ulteriore, per assumere la fisionomia di un futuro inevitabile. I profeti, scrupolosi paranoici, abitano tale sfasatura temporale: né presente né futuro – semmai, un impercettibile oscillare tra un oggi sfuggente ed un domani indefinito. Scrive il filosofo Giorgio Agamben, commentando Nietzsche, che «è veramente contemporaneo colui che non coincide perfettamente [col proprio tempo] né si adegua alle sue pretese ed è perciò, in questo senso, inattuale; ma, proprio per questo, proprio attraverso questo scarto e questo anacronismo, egli è capace più degli altri di percepire e afferrare il suo tempo. […] La contemporaneità è, cioè, una singolare relazione col proprio tempo, che aderisce ad esso e, insieme, ne prende le distanze; più precisamente, essa è quella relazione col tempo che aderisce a esso attraverso una sfasatura e un anacronismo. Coloro che coincidono troppo pienamente con l'epoca, che combaciano in ogni punto perfettamente con essa, non sono contemporanei perché, proprio per questo, non riescono a vederla, non possono tenere fisso lo sguardo su di essa.» (G. Agamben, Che cos'è il contemporaneo?, Nottetempo, Roma 2008, pp. 8-10).

In Italia, per poco più di cinquant'anni, ha vissuto – ha consumato il proprio tempo, verrebbe da dire, vista la foga poetica del suo vivere – un profeta che non voleva essere tale. Come Cassandra, ha cercato in tutti i modi di condividere, con amici e compagnie occasionali, la gioia e la tristezza del proprio essere loro contemporaneo: Pier Paolo Pasolini – nome e cognome della nostra sacerdotessa – morì estraneo ad un Paese che oggi lo cita con rispetto e ripete pappagallescamente ciò che lui scrisse e disse, quando ciò che eravamo diventati era troppo sotto i nostri occhi per essere visto senza sforzo, senza sofferenza, senza poesia ed immaginazione. Il 14 novembre del 1974 pubblicò un articolo sul “Corriere della Sera” per parlare in prima persona al proprio tempo, ai propri contemporanei: “Io so”, ripeteva come un mantra, come una formula sacrale, in quell'articolo; Pier Paolo Pasolini sapeva i nomi delle trame “oscure” – così le si voleva rappresentare, per non sentirsi responsabili – che stavano straziando le vite di alcuni e la vita politica di un intero Paese da cinque anni; li sapeva, quei nomi, ma non poteva dirli, perché non aveva le prove. Egli sapeva perché era un intellettuale – una “Cassandra”, diremmo noi – «che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentati di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero.» (P.P. Pasolini, Scritti corsari, Garzanti, Milano 2009 [1975], p. 89). Il dentro-fuori temporale che ogni Cassandra abita trova un analogo nel suo essere dentro-fuori ciò che deve dire: sa una verità che non può affermare, perché per farlo dovrebbe avere le prove che possiede solo chi – i giornalisti, i politici del Palazzo – è troppo compromesso col Potere per denunciarne la natura in modo credibile, senza passare per opportunista, traditore, arrivista. Eccolo, il paradosso di Cassandra: sapere proprio in quanto non si hanno le prove per sostenere davanti agli altri ciò che si sa – conoscere la verità proprio perché non la si può dire. Non è forse paranoia, tutto ciò? Ma la paranoia non esiste. Esistono, forse, i paranoici.
Fa un buon uso della paranoia chi accetta il rischio di dire-il-tutto, di dire-il-vero (la pratica che i greci chiamavano parrēsia), in un'epoca che ha escluso la possibilità di avere a che fare con l'Intero, di esercitare uno sguardo complesso sul reale, che non si accontenti di trastullarsi con i frammenti e voglia immaginare ciò che non riesce ad avere – le prove, nell'articolo di Pasolini; e pretenda di immaginare l'esistenza di qualcosa che stia oltre l'orizzonte che il suo limitato guardare gli regala. Non è forse la paranoia un intelletto ulteriore? Non è, questa, una forma di immaginazione radicale? È bene fare buon uso anche – se non soprattutto – di ciò che non esiste.


M.P.


Da leggere     G. Agamben, Che cos'è il contemporaneo?, Nottetempo, Roma 2008
                     P.P. Pasolini, Scritti corsari, Garzanti, Milano 2009
Da ascoltare    Bugo, Sguardo contemporaneo, Universal 2006
Da vedere       H. Ashby, Oltre il giardino (Being There), 1979
Da bere           ... meglio di no

sabato 2 marzo 2013

La sfida di Aron Ralston

Canyonlands National Park. 
È tutta la settimana che Aron Ralston, ingegnere ventottenne della Intel, ci pensa: finalmente quel giorno è arrivato. 
Sabato 26 Aprile 2003, una bellissima giornata primaverile, l’ideale per un’escursione nei desolati canyon dello Utah. Una borraccia d’acqua, un paio di sandwich, il walkman, l’immancabile videocamera, una torcia, un coltellino, una corda: lo zaino è fatto. Aron Ralston ha già pianificato tutto, il posto dove lasciare la macchina, l’itinerario da seguire, la meta finale: il Blu John Canyon, gole strettissime nel deserto di terra rossa, uno spettacolo della natura. Aron ha questa grande passione per l’estremo, per le arrampicate, le escursioni sulla neve, il contatto con la natura selvaggia, non a caso uno dei suoi libri preferiti è Into the wild. Tutto questo ad Aron piace farlo da solo, lui e la natura, nessun altro a disturbare i suoi pensieri, nessun altro a coprire il rumore dei suoi passi e del suo respiro affannato. Come sempre, per aggiungere fascino alle sue avventure, anche questa volta non ha lasciato detto a nessuno dove andava. Per sua stessa ammissione, sarà l’errore più grande della sua vita.



Musica in cuffia, Aron Ralston intraprende la sua gita; si arrampica tra le rocce erose dai millenni e dalle piogge torrenziali, si infila nei cunicoli alla scoperta di scenari spettacolari, sempre con la videocamera in mano. Vuole esplorare il Blue John Canyon per qualche ora, poi ritornerà alla macchina prima dell’imbrunire. All’improvviso l’imprevedibile: Aron vuole scendere in una gola stretta, per farlo si aiuta reggendosi ad un masso di forma circolare che si è incastrato tra le pareti della gola, portato dalle piogge torrenziali; il masso però non regge al peso del ragazzo, venuto meno l’appoggio Aron cade ma trascina con sé la roccia che va a schiacciare la sua mano destra contro la parete del canyon. Un dolore lancinante, la mano lacerata; ma questo è nulla, il problema è che Aron non riesce a muoversi da quella posizione, il masso ha incastrato la mano ed è troppo pesante da sollevare. Il panico non fatica a farsi strada nella mente del ragazzo, le sue grida di aiuto sono inutili, è in mezzo ad un deserto di roccia. Con il coltellino Aron prova a scalfire la pietra, ma è troppo dura e la lama troppo piccola, la disperazione sempre più grande. La notte ormai è alle porte, il freddo si fa più pungente e il ragazzo sa bene che prima di domattina le ricerche non inizieranno, ricerche tra l’altro affidate al caso dato che Aron non ha detto a nessuno dove andava.




Non resta altro che provare a dormire, ma come fare in quella posizione? Aron è costretto a restare in piedi, prova ad appoggiare la testa sul braccio ma il dolore e il freddo lo svegliano ogni cinque minuti, puntualmente scanditi dalle continue occhiate all’orologio da polso. Dopo un’eternità, ecco rispuntare la luce del sole, ma solo la luce dato che la piccola porzione di cielo che Aron intravede dalla sua posizione (“la mia finestra sul mondo”) permette ai raggi solari di penetrare solo per pochi minuti. Un’occhiata allo zaino e lo sconforto sale ancor di più, poca acqua e pochissimo cibo.
Domenica pomeriggio. Sono ormai ventiquattro ore che Aron è in questa situazione, decide quindi di affidare le sue ultime strazianti emozioni alla videocamera nella speranza che i suoi genitori e i suoi amici possano un giorno ricevere il suo messaggio d’addio. Il sole scende ancora una volta all’orizzonte, forse per l’ultima volta. Invece no, il tepore dell’alba di lunedì riscalda il corpo del ragazzo, una nuova giornata è iniziata; Aron comincia a conservare la sua stessa urina in vista dell’esaurimento dell’acqua, il cibo ormai è finito.

ARON RALSTON R.I.P. 75-03, queste le lettere scalfite nella roccia da Aron in un momento di sconforto. La sfida contro la natura diventa ora una sfida contro sé stesso. No, non si può morire in questo modo a soli ventotto anni, bisogna prendere una decisone, e alla svelta. Le possibilità di un aiuto esterno sono minime, anche se un elicottero dovesse perlustrare la zona la gola è troppo profonda e stretta per farsi vedere; resta solo un’alternativa: andarsene da lì con le proprie gambe. Ma il modo per andarsene è uno solo…
La mano di Aron ormai è completamente insensibile, di un colore violaceo inguardabile, carne morta ancora attaccata ad un corpo vivo. Prova ad infilare la lama del coltellino nel braccio bloccato, ma riesce a malapena a scalfire la carne e di certo non potrà mai superare l’osso; con estrema lucidità e sangue freddo, facendo perno sul masso Aron si spezza l’avambraccio destro…”Toc”, un rumore sordo che riecheggerà per sempre nelle sue orecchie. Ma il lavoro è solo all’inizio: il coltellino per giunta ha la lama spuntata, quindi Aron deve procedere chirurgicamente ed elidere uno ad uno i tessuti e le vene che tengono legata la mano al braccio, solo a scriverlo il mio stomaco va in subbuglio. Con incredibile forza d’animo e coraggio, finalmente, Aron Ralston si è liberato da quel masso che lo teneva imprigionato da cinque giorni, ma una parte di lui resterà lì per sempre.

Oggi Aron Ralston cammina, corre, nuota, abbraccia sua moglie, tiene in braccio suo figlio, tutto grazie al suo nuovo braccio meccanico con il quale può sfidare ancora la natura, la sua grande passione.
Una volta ha scritto Paulo Coelho: “Una settimana è un periodo più che sufficiente per decidere se vogliamo accettare il nostro destino”; ad Aron Ralston sono servite 127 ore.



M.F.


Visione consigliata:    127 ore (2010), di D.Boyle.
                           Desperate days in Blu John Canyon, documentario della NBC trovabile anche su YouTube.
                               

sabato 2 febbraio 2013

Il Bianco




Il bianco circonda le nostre case: è dappertutto, come una banale comodità della quale ormai abbiamo imparato a sopportare la presenza.




 
Lo si giustifica banalmente con il seguente trittico:

-È luminoso (non è l'unico)
-È facile da ritoccare (sbagliato: esistono molte varianti del bianco)
-“Allarga” la stanza(come altri colori)

Perché il bianco ci accompagna sempre? Merita davvero un tale trattamento?
Per rispondere serve capire che il colore è la percezione visiva generata dai segnali nervosi che la retina invia al cervello quando assorbe le radiazioni elettromagnetiche della luce (mi perdonino i fisici per l'ingrata sintesi).

E' fondamentale partire dal presupposto che il colore non è un' entità, ma una percezione, e se quest'ultima avviene non solo attraverso un processo fisico, ma anche culturale, il passo è fondamentale.
La cultura è la grande variabile nella percezione del colore, e il bianco ha radici molto lontane in merito.

In architettura il periodo greco-romano fu un periodo mitizzato da tutte le correnti artistiche successive al Rinascimento che lo aveva scoperto, e tutti i suoi edifici riportati alla luce erano privi di pittura sulle superfici esterne dopo secoli di noncuranza. La deduzione più ovvia fu d’immaginarli bianchi, anche perché la purezza di quel colore si avvicinava molto bene al concetto di purezza formale che quegli edifici avevano acquisito nell’evoluzione culturale, poco importa se un secolo dopo si scoprì che il Partenone ad Atene e molti altri templi originalmente erano colorati con pitture appariscenti di decorazioni.

Il danno ormai era fatto: nell’immaginario collettivo l’architettura classica era bianca.

La dose fu rincarata all’inizio del 900, con il Razionalismo (vedi Adolf Loos) che bandì ogni decoro ed eccesso. Il bianco si è dunque autoproclamato paladino del purismo formale di vari maestri dell’architettura.
Da Le Corbusier a Richard Meier, il quale del bianco ne ha fatto una firma.

“Sono molti gli aspetti legati al bianco. Innanzitutto, l’architettura è creazione di uno spazio definito attraverso superfici, elementi lineari, aperture e chiusure. Tutti questi elementi sono essenziali per l’architettura, e il bianco ne rende più evidenti le differenze. Credo che il bianco renda vivi gli elementi architettonici. Il secondo aspetto riguarda il fatto che l’architettura è fatta dagli uomini, è statica, non cambia, non cresce nel tempo. È la natura che cambia durante il giorno, nel corso delle stagioni, e il candore degli edifici aiuta a riflettere la differenza tra ciò che è stato fatto dall’uomo è ciò che è naturale. Ci aiuta a percepire la natura che ci circonda e il modo in cui l’architettura la riflette.”

Non si pensi però che il bianco sia la risposta ad ogni verità, come un'ideale di perfezione, di purezza e innocenza, legato alla sfera dell'intelletto a differenza del colore, simbolo degli istinti primitivi.



Nella progettazione architettonica il colore è un elemento importante e può costituire una modalità tramite la quale, oltre ad ampliare le caratteristiche degli spazi e delle superfici è possibile connotare il linguaggio della stessa architettura.

Ed è l'influenza culturale che ha trasformato il colore (oltre al bianco) in un mezzo espressivo che necessita di una specifica progettazione e di un'attenzione particolare, essendo in stretto contatto con l'uomo e con l'ambiente che lo circonda.



M.B.

sabato 15 dicembre 2012

S(CULTURA)

I “La scultura è (nel senso moderno del termine) l'arte di dare forma ad un oggetto partendo da un materiale grezzo o assemblando diversi materiali.”

II “È possibile modellare un oggetto per addizione o sottrazione, a seconda del materiale. Materiali come il legno permettono di scolpire intagliando o scolpendo la materia stessa. Altri materiali, invece, consentono di modellare per addizione aggiungendo man mano materia alla materia.”

III Mi è stato spiegato che lavorare l’argilla è facile perchè è un materiale, per l’appunto, che presuppone il togliere piuttosto che l’aggiungere: “quando è marmo, una volta che è tolto, è tolto”, dice il mio maestro. Quindi io, che sono una principiante, che non ho idea di cosa siano le proporzioni, che non sono mai stata in grado di disegnare nemmeno una faccia, ho scelto di seguire un corso di scultura di argilla.



IV La prima lezione facciamo il vaso, ma non usiamo il tornio elettrico, si fa tutto a mano “per prendere confidenza con la materia”. Prima regola: fare dei salsicciotti secondo lo stesso pricipio seguito dalle nonne nel momento in cui preparano gli gnocchi. Unirli uno sopra l’altro spingendo contemporaneamente il pollice interno al vaso verso il basso e l’indice esterno verso l’alto, eseguire il movimento lungo tutta la superficie del salsicciotto evitando di premere troppo altrimenti si rischia che a metà opera “il vaso crolli”. Io premo troppo, vuol dire che son nervosa (dice il mio maestro), e il vaso mi crolla: “in questi casi non bisogna perdere la pazienza, passami i ferri, l’acqua e l’argilla che sistemiamo tutto”. Il mio maestro mi sistema il vaso. Ora sta in piedi e sembra un vaso. Ci metto la firma prima che si secchi tutto.

V Passano le settimane e noi allievi un po’ ‘miglioriamo’. È ora di fare un nudo di donna, o di uomo; a seconda di cosa ci riesce meglio. A me basta che sembri un essere umano, non mi importa cosa, o chi. “Stai togliendo troppo! ...Togli troppo! Così le mancano le proporzioni! Ma non ha i fianchi! E poi le maniglie dell’amore dove le lasci? Passami l’argilla questa donna troppo magra, fa schifo.” Dunque citerei Caparezza: Chi manomette le tette della scultura | ne ignora l'amore e la cura.

VI Facciamo la mano: si prende un cubo di argilla, lo si sbatte di qua e di là fino a dargli una forma rettangolare e si tagliano le dita, che devono essere cinque, anche se il pollice non conta molto perchè è più esterno rispetto alle altre quattro. Si fanno le falangi e, per ultime, le unghie perchè sono le più difficili; bisogna darci dei colpetti sicuri a destra e a sinistra stando attenti a non farle sembrare scavate nella carne. Io levo troppo, mi cade il mignolo, è tutto troppo magro e sproporzionato, stavolta non sono soddisfatta, invece il mio maestro si lascia andare e dice: “ma guarda che bella! sembra la tua mano!”

VII Un inconveniente: seguendo un corso di scultura si impara più o meno a riconoscere le proporzioni che ci devono essere tra le varie parti del corpo umano quindi, ad esempio, tra testa e spalla, tra naso e fronte, tra polpaccio e coscia. Mi rendo conto, probabilmente sempre in ritardo rispetto a figuraccia occorsa, che spesso mi trovo (anche per riuscire a memorizzarle) a fissare determinate persone e a contare se il loro occhio ci sta esattamente una volta nello spazio occupato dal naso, o a cercare di capire da dove parte il lobo dell’orecchio rispetto alla punta del naso, suscitando così alcune fastidiose smorfie di disapprovazione in chi subisce il mio scrutare.

VIII Un corso di scultura permette anche di scoprire quegli eventi mondani ed artistici che altrimenti ci resterebbero estranei. È questo il caso del Festival internazionale delle sculture di neve che si terrà dal 9 all’ 11 gennaio a San Candido, in provincia di Bolzano. ‘‘Le sculture in ghiaccio’’ dice il volantino informativo, “rimarranno al loro posto fino a quando, con l’approssimarsi della primavera, non si scioglieranno”. Oppure, anche se questo io già lo sapevo, che esiste il campionato mondiale di sculture su sabbia a Cervia, in provincia di Ravenna, che lì le opere raggiungono anche gli 8 metri di altezza, che devono essere costruite in 3 giorni e che dovranno rispettare dei “canoni internazionali secondo i quali la sabbia deve essere impastata solo con acqua e non può avere al suo interno nessun supporto rigido”.



IX E poi.. “C’è chi si accontenta, come me, di fare gli ombrellini di buccia d’arancia sostenuti da stuzzicadenti e chi invece, come Dan Cretu, si sbizzarrisce in sculture di elevata complessità.
Aiutato dalla brillantezza e lucentezza dei colori della frutta e della verdura, questo visual artist riesce a generare delle sculture davvero singolari, riproducendo oggetti del vivere quotidiano come macchine fotografiche, biciclette, scarpe da tennis.” (
BarbaraPicci)


X Scolpire permette veramente di creare con il più diverso materiale qualcuno o qualcosa che sia come più o meno lo vogliamo noi e nient’altro. E se alla fine proprio non ci piace, basta poco e si può ritentare.




S.T.

mercoledì 31 ottobre 2012

Twin Peaks: Fire Walk With Me

Uno sconvolgente viaggio nei meandri della paura.

Da piccolo ricordo che i miei fratelli più grandi si lamentavano tutte le sere perché venivano spediti a letto appena cominciava la sigla, diretta ed eseguita magistralmente da Angelo Badalamenti, del telefilm culto degli anni ’80.

Di quel periodo mi vengono spesso in mente i pomeriggi che passavano con gli amici a parlare – tra una partita e l’altra all’Amiga Commodore – di questa Laura Palmer. “Chi ha ucciso Laura Palmer?”, sentivo spesso dire.



Da questa domanda parte lo straordinario telefilm I Segreti di Twin Peaks, firmato da David Lynch e Mark Frost, andato in onda per la prima volta l’8 aprile 1990 sul network americano Abc. La serie inizia come un semplice thriller: nella città di Twin Peaks viene ritrovata morta Laura Palmer,
interpretata da Sheryl Lee, reginetta del Liceo.

L’agente dell’FBI Dale Cooper (Kyle MacLachan) comincia a seguire il caso, un caso apparentemente di routine, fin quando non si ritrova inghiottito da un vortice di pazzia. Le indagini portano alla scoperta dell’omicida ma entrano in campo strane forze della natura, giganti che indicano a Cooper la strada da seguire, strani nani che ballano e parlano in maniera incomprensibile,
per non parlare delle magiche forze del bosco di Twin Peaks.

Ai personaggi della serie vengono affidati momenti di lucidità e chiarezza ed altri di puro squilibrio o confusione.

La Signora Ceppo, a prima vista può apparire come un personaggio di contorno, nato dalla pura fantasia del geniaccio di Lynch, in realtà col proseguo della storia la Signora diviene punto cardine della storia. “Molte cose non posso dire. Notate solo che il mio camino è sbarrato. Non ci sarà mai un fuoco là. Il mio ceppo sente cose che io non posso sentire, ma il mio ceppo mi rivela delle cose. Mi dice delle nuove parole. Anche se ha smesso di crescere il mio ceppo è cosciente”.

Per non parlare dell’agente FBI di X-Files (David Duchovny) a sua volta in Twin Peaks agente federale...donna
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Lo stesso David Lynch incarna l’agente speciale Gordon Cole
costretto ad utilizzare degli speciali auricolari che gli permettono di sentire ma che lo costringono ad urlare mentre parla.



Nella serie si ripetono spesso scene kitsch sul cibo, l’agente Dale Cooper ha una vera e propria venerazione per il caffè e per la “speciale” torta di ciliegie. Il tutto è frutto di una elegantissima ricerca del regista che sottolinea ironicamente tutti i vizi sul cibo e sull’alimentazione americana, nonché gli stereotipi del poliziotto americano “ciambella e caffè”. “Harry, voglio darti un consiglio prezioso. Una volta al giorno, tutti i giorni, fatti un piccolo regalo. Non programmarlo e non andarlo a cercare ma... lascia che arrivi. Può essere una camicia vista in un negozio, un sonnellino nel tuo ufficio oppure... due ottime tazze di caffè nero fumante”.

Il personaggio che però mi è rimasto impresso nella mente maggiormente è Bob. Interpretato da Frank Silva, morto di Aids nel settembre del ’95, Bob è una presenza inavvertibile, uno spirito, un’anima a Twin Peaks. Nessuno l’ha mai visto ma tutti riescono a percepirlo.




Frank non lavorava nemmeno come attore, era uno scenografo. Durante le riprese della puntata pilota Lynch l’ha intravvisto chinato vicino ad un letto e ha deciso di inserirlo nella serie nella medesima posizione, vicino al letto. I vestiti sono gli stessi che portava quel giorno.



Bob è stato (forse rimane ancora) il personaggio più pauroso della televisione. Silva ha dato vita ad un personaggio che spaventa tantissimo con mimica facciale, urla e espressioni degli occhi.



I miei fratelli in qualche modo sono riusciti a vedersi tutte le puntate a suo tempo, grazie a videocassette scambiate fra i banchi di scuola, io invece le ho viste e riviste in streaming (come sono cambiati i tempi!) e ,da qualche anno a questa parte, ogni tanto mi piace rivederle ancora.

Seduto sul divano con una buona tazza di caffè nero fumante e tremante di paura.



Il mio piccolo regalo giornaliero.


A.L.




Visione Consigliata: I segreti di Twin Peaks, Daviv Lynch, Mark Frost (1990)
Twin Peaks: Fire Walk With Me, David Lynch (1992)

sabato 25 agosto 2012

The Beach, il paradiso ad ogni costo.

Chi non ha mai desiderato almeno una volta nella vita di evadere dalla routine quotidiana occidentale e scappare dall’altra parte del mondo? Richard (Leonardo Di Caprio), tipico ragazzo americano pieno di vita, ha fatto di più: ha trasformato il suo desiderio in un vero viaggio. E così si è ritrovato a Bangkok, “la città dello spasso”, dove tutto sembra diverso dal nostro modo di pensare e di vivere, dove la gente ti ferma nelle bancarelle per farti bere sangue di serpente, ad esempio. Tutto questo, ore interminabili di viaggio, scali a non finire, per poi ritrovarsi in una stanza d’albergo piena di comfort  insieme ad altri occidentali a guardare Apocalypse now. Come non essere mai partiti.

Per fortuna di Richard, non tutti i viaggiatori sono uguali. C’è un certo Duffy (Robert Carlyle), un pazzo che va in giro urlando come un disperato, che gli fa una confidenza: esiste un’isola, vicino alla Thailandia, dove tutto è diverso. Un paradiso terrestre, l’isola perfetta dove tutti sono in sintonia, spiaggia bianchissima e acqua cristallina ma, soprattutto, marijuana a non finire. Il paradiso di ogni giovane. Come se non bastasse, Duffy ha anche una mappa per arrivare all’isola. Ora, anche ad un ingenuo come il buon Richard qualche perplessità sorge, tanto che sulle prime prende Duffy per un pazzo (quale peraltro è). Ma infine, che c’è da perdere? È così che Richard cerca di convincere la coppia di francesi che alloggia di fianco alla sua camera a partire insieme a lui. La cosa non è difficile, anzi è proprio il francese Etienne (Guillaume Canet) a prendere in mano la situazione e ad organizzare tutti i trasferimenti.
Detto, fatto. L’isola è ora davanti a loro, terra selvaggia indescrivibile dove il tempo sembra essersi fermato. Ma anche il sogno sembra essersi fermato a quella prima visione, l’accoglienza infatti non è ospitale: le distese infinite di marijuana ci sono effettivamente, ma nessuno aveva detto a Richard e compagni che come guardiani c’erano uomini spietati con fucili dal grilletto facile. Ed è da qui, dall’arrivo alla spiaggia tanto desiderata, che il film passa dal suo filone avventuroso a quello thriller. Agli occhi dei tre ragazzi compare ora una civiltà perduta, una comunità di viaggiatori che aveva deciso di vivere lì esule da ogni occidentalismo, con le proprie regole, una propria lingua, il rito del tatuaggio da fare all’ultimo arrivato per rendere indelebile questa esperienza. Ma l’errore sta proprio qui, nel voler rendere il tutto per forza perfetto, tanto che niente, nemmeno la morte e l’agonia dei due ragazzi svedesi attaccati da uno squalo può (o deve) rovinare l’armonia della colonia. Per Richard la situazione diventa presto insostenibile, e il paradiso tanto decantato all’inizio si trasforma in un inferno, rendendolo pazzo e facendogli quindi ora capire fino in fondo la condizione di Duffy, che era stato uno dei fondatori della colonia.

The Beach è un film contrastante, che passa dall’avventura alla storia d’amore abbastanza banale con la bella francesina Françoise (Virginie Ledoyen), a momenti adrenalinici e di tensione tra i membri del gruppo. E contrastante è stata anche l’accoglienza di questo film di Danny Boyle del 2000, che quasi inevitabilmente in alcuni tratti ricorda molto Trainspotting (i dialoghi fuori campo di Richard molto simili a quelli di Mark Renton) dello stesso regista. Sicuramente la storia non è delle più originali, ma tranne alcune scene che rischiano di sconfinare nel demenziale (la lotta con lo squalo, Richard che si trasforma nel protagonista di un videogioco) il film è ben confezionato e coinvolge chi lo guarda, facendo forza soprattutto sulle immagini paradisiache e una colonna sonora che ben descrive il panorama (come non pensare alle spiagge dell’isola ogni volta che si ascolta Porcelain di Moby?).



 “Cercai di ricordare quello che ero ma non ci riuscii, e sapevo che rimanendo qui non lo avrei mai ritrovato”.

M.F.



Visione consigliata: The Beach (2000) di D.Boyle.