cinque ragazzi. cinque ragazzi per cinque argomenti: letteratura, arte, musica, cultura e non solo... cinque argomenti in "cinque righe": il pentagramma, un progetto che si propone di accendere la curiosità del suo lettore suggerendo semplici spunti di interesse generale. Discorsi intrecciati l'un l'altro come note musicali che cercano l'armonia uniti dalla stessa "chiave".
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sabato 27 luglio 2013

I vetri di Murakami

Norwegian Wood, la canzone dei Beatles, è la preferita da Naoko e il titolo del “romanzo d’amore non troppo sentimentale della lunghezza di circa trecentocinquanta pagine” scritto da Haruki Murakami e pubblicato nel 1987 (nel 1993 in Italia). Ho scelto di scrivere su Norwegian Wood, abbandonando il buon proposito di dedicarmi a Tennessee Williams (che pure è citato nel romanzo...) e alla sua opera teatrale Lo zoo di vetro, semplicemente perché è riuscito a “prendermi”, a tenermi sveglia e farsi leggere con grande rapidità. Questo è uno di quei pochi romanzi che si lascia divorare e che divora il lettore fino all’ultima facciata, che lo porta a parlarne in continuazione, a cercare un angolo nascosto in cui sedersi, al riparo da tutti, per leggereleggereleggere; è uno di quei libri che fa venire voglia di pistacchi quando i suoi personaggi mangiano pistacchi, di alcool quando si ubriacano, di sigarette quando fumano; è uno di quei libri che fa pensare e che si consiglia, perché è triste, perché fa ridere, perché è un libro di morti, ma anche di amori e amicizie. 



Non sarà mia intenzione svelare toppo la trama di questo romanzo, per evitare di togliere la sorpresa e la brama di lettura che derivano dal mangiarne una pagina dopo l’altra. Norwegian Wood è un lungo flashback narrato in prima persona dal protagonista trentasettenne Watanabe, un lungo flashback che torna indietro di diciotto anni per raccontare quel periodo della sua la storia che ne segnò l’esistenza: “Pensavo solo a me stesso, alla ragazza così bella che camminava al mio fianco, alla nostra storia, e poi ancora a me. Era un’età in cui qualunque cosa potessi vedere, sentire, pensare, mi tornava sempre nelle mani come un boomerang. Per giunta ero innamorato, e quell’amore mi aveva portato in una situazione terribilmente complicata.” In breve questo è ciò che racconta Norwegian Wood, ma ciò che lo rende ancora più speciale, al di là della storia in sé, sono i suoi personaggi; tutto il libro si popola di personaggi meravigliosamente caratterizzati: dalla dolce Reiko, la controllatrice e mancata concertista, al gentiluomo Nagasawa “la persona più strana che abbia mai incontrato nella mia vita”; da Kizuki, l’amico perso, il motore di tutto, al malinconico e solo protagonista Watanabe, diviso nell’affetto per due ragazze, ma sempre innamorato; da Naoko, fragile e triste, ossessionata dai ricordi e dalla paura di essere dimenticata, a Midori, divertente e pazza. Midori, la mia preferita, Midori che -ubriaca- si addormenta sul water e che tutte le volte, dopo aver bevuto un bicchiere di troppo, vuole arrampicarsi su un albero. Midori che scherza sulla storia di un ipotetico padre fuggito in Uruguay, che cerca nell’ amore qualcosa di assolutamente perfetto, qualcosa che per una volta le “permetta di fare i capricci”. Midori un po’ pervertita che vuole andare a vedere un film porno e che fa sempre domande troppo imbarazzanti a Watanabe; Midori che -ad un certo punto della sua vita- decide di ignorare ciò che non capisce, come seno e coseno, o come le teorie di Marx; in realtà, Midori, l’unica vera testa pensante, colei che viene trattata come un’idiota per le sue domande e colei che di conseguenza diviene sarcastica, che sembra guardare dall’alto i suoi coetanei, “una massa di mistificatori” che “si compiacciono di usare paroloni difficili a effetto per suscitare l’ammirazione delle ragazze appena entrate all’università, e in realtà pensano solo a infilare le mani sotto alle gonne”. Tutti questi personaggi, e tutti gli altri che riempiono i fogli di Norwegian Wood, sono come il vetro. Possono essere spessi o sottili, ma sono fragili: alcuni più, altri meno; talvolta si rompono, talvolta resistono, ma sono sempre estremamente trasparenti nell’immagine che riflettono di sé: “Noi siamo tutti esseri imperfetti che vivono in un mondo imperfetto. Non viviamo misurando le distanze con la riga, gli angoli col goniometro e controllando entrate e uscite come sul conto in banca. O no?” 




 S.T. 



Da leggere: “Norwegian Wood” Haruki Murakami 
Da vedere: “Norwegian Wood”, 2010, diretto da Tran Anh Hung 
Da ascoltare: “Norwegian wood”, dall’ album “Rubber Soul”, 1965

sabato 25 maggio 2013

Musset nella cornice del presente



Alfred de Musset (Parigi, 1810 – 1857) incarna l’immaginario del dandy bruciato dall’alcool e morto piuttosto giovane che si trovò a constatare il vuoto che si era creato attorno a sé. Senza riuscire ad accusare nessuno, Musset cadde in una sorta di ‘depressione culturale’. Tutta la sua vita, 47 anni di vita, si inserisce in una ‘cornice del presente’: «presente che separa il passato dall’avvenire e che non è né l’uno né l’altro e che assomiglia a tutti e due in un sol tempo, ed in cui non si sa, ad ogni passo che si fa, se si sta camminando su un seme o su una rovina. Ecco in quale caos si dovette scegliere allora; ecco ciò che si presentava a dei “figli” pieni di forza e audacia».
Ciò avvenne, in Francia, in seguito all’aumento delle tasse sancito da re Carlo X nel 1830 con un editto finanziario che si proponeva di rimpolpare le casse dell Stato; avvenne in seguito alla scoppio della rivoluzione di luglio e alla deposizione del re a favore di Luigi Filippo, primo a farsi nominare “Re dei francesi”. Musset trasformò questa situazione in arte e esordì con successo con l’opera teatrale di ambientazione storico- fiorentina Lorenzaccio (1833).
La sua opera più ‘famosa’,  però, è La confession d’un enfant du siècle (1836), un romanzo a sfondo autobiografico in cui Musset emerge come lo scrittore/ attore dalla celeberrima storia d’amore che lo unì a George Sand. La confession inizia come una sorta di storia campione che vale ad emblema del dandismo, di una generazione bruciata e disincantata che si trovava a riempire i vuoti con l’abuso di alcool e droghe. Egli, nell’incipit del suo romanzo, scrive: «Colpito, ancor giovane, da un’abominevole malattia morale, racconterò quello che m’è successo durante tre anni. Se fossi malato io solo, non ne farei parola; ma poiché molti altri soffrono dello stesso male, scrivo per loro.»
Musset, l’uomo dilaniato, prende infine la strada della ‘dedizione’ all’assenzio e pronuncia la parola poetica del totale disimpegno, anche in termini di vita ‘pratica’. Egli vive con un inesprimibile malessere la sua condizione di giovane, si sente abbandonato agli stupidi, consegnato all’ozio e alla noia: « la vita al di fuori era così pallida e meschina;  l’ipocrisia più severa regnava nei costumi e l’allegria era scomparsa». Musset sembra essere lo scrittore che vive con disperazione anche la propria condizione di poeta/romanziere, come scrive in La Muse: «le loro declamazioni -dei poeti- sono come delle spade che tracciano nell’aria un cerchio abbagliante, ma dal quale cade sempre qualche goccia di sangue». Musset è stato definito per questo il “poeta pellicano” che, cercando il nutrimento per i suoi piccoli -allegoricamente, per il suo pubblico- trova solo il vuoto e il deserto; così infine sceglie di sdraiarsi ed aprire il proprio cuore in modo che i piccoli pellicani/ lettori possano beccarlo e vivere di sé.
Un canto disperato e bellissimo in cui, del pellicano, spiega: «l’oceano era vuoto e la spiaggia deserta, come cibo egli offre il suo cuore! triste e silenzioso steso sulla pietra condivide con i suoi figli le viscere di padre.»

S.T.


Lettura Consigliata: La confessione di un figlio del secolo, Alfred de Musset (1936)

sabato 15 dicembre 2012

S(CULTURA)

I “La scultura è (nel senso moderno del termine) l'arte di dare forma ad un oggetto partendo da un materiale grezzo o assemblando diversi materiali.”

II “È possibile modellare un oggetto per addizione o sottrazione, a seconda del materiale. Materiali come il legno permettono di scolpire intagliando o scolpendo la materia stessa. Altri materiali, invece, consentono di modellare per addizione aggiungendo man mano materia alla materia.”

III Mi è stato spiegato che lavorare l’argilla è facile perchè è un materiale, per l’appunto, che presuppone il togliere piuttosto che l’aggiungere: “quando è marmo, una volta che è tolto, è tolto”, dice il mio maestro. Quindi io, che sono una principiante, che non ho idea di cosa siano le proporzioni, che non sono mai stata in grado di disegnare nemmeno una faccia, ho scelto di seguire un corso di scultura di argilla.



IV La prima lezione facciamo il vaso, ma non usiamo il tornio elettrico, si fa tutto a mano “per prendere confidenza con la materia”. Prima regola: fare dei salsicciotti secondo lo stesso pricipio seguito dalle nonne nel momento in cui preparano gli gnocchi. Unirli uno sopra l’altro spingendo contemporaneamente il pollice interno al vaso verso il basso e l’indice esterno verso l’alto, eseguire il movimento lungo tutta la superficie del salsicciotto evitando di premere troppo altrimenti si rischia che a metà opera “il vaso crolli”. Io premo troppo, vuol dire che son nervosa (dice il mio maestro), e il vaso mi crolla: “in questi casi non bisogna perdere la pazienza, passami i ferri, l’acqua e l’argilla che sistemiamo tutto”. Il mio maestro mi sistema il vaso. Ora sta in piedi e sembra un vaso. Ci metto la firma prima che si secchi tutto.

V Passano le settimane e noi allievi un po’ ‘miglioriamo’. È ora di fare un nudo di donna, o di uomo; a seconda di cosa ci riesce meglio. A me basta che sembri un essere umano, non mi importa cosa, o chi. “Stai togliendo troppo! ...Togli troppo! Così le mancano le proporzioni! Ma non ha i fianchi! E poi le maniglie dell’amore dove le lasci? Passami l’argilla questa donna troppo magra, fa schifo.” Dunque citerei Caparezza: Chi manomette le tette della scultura | ne ignora l'amore e la cura.

VI Facciamo la mano: si prende un cubo di argilla, lo si sbatte di qua e di là fino a dargli una forma rettangolare e si tagliano le dita, che devono essere cinque, anche se il pollice non conta molto perchè è più esterno rispetto alle altre quattro. Si fanno le falangi e, per ultime, le unghie perchè sono le più difficili; bisogna darci dei colpetti sicuri a destra e a sinistra stando attenti a non farle sembrare scavate nella carne. Io levo troppo, mi cade il mignolo, è tutto troppo magro e sproporzionato, stavolta non sono soddisfatta, invece il mio maestro si lascia andare e dice: “ma guarda che bella! sembra la tua mano!”

VII Un inconveniente: seguendo un corso di scultura si impara più o meno a riconoscere le proporzioni che ci devono essere tra le varie parti del corpo umano quindi, ad esempio, tra testa e spalla, tra naso e fronte, tra polpaccio e coscia. Mi rendo conto, probabilmente sempre in ritardo rispetto a figuraccia occorsa, che spesso mi trovo (anche per riuscire a memorizzarle) a fissare determinate persone e a contare se il loro occhio ci sta esattamente una volta nello spazio occupato dal naso, o a cercare di capire da dove parte il lobo dell’orecchio rispetto alla punta del naso, suscitando così alcune fastidiose smorfie di disapprovazione in chi subisce il mio scrutare.

VIII Un corso di scultura permette anche di scoprire quegli eventi mondani ed artistici che altrimenti ci resterebbero estranei. È questo il caso del Festival internazionale delle sculture di neve che si terrà dal 9 all’ 11 gennaio a San Candido, in provincia di Bolzano. ‘‘Le sculture in ghiaccio’’ dice il volantino informativo, “rimarranno al loro posto fino a quando, con l’approssimarsi della primavera, non si scioglieranno”. Oppure, anche se questo io già lo sapevo, che esiste il campionato mondiale di sculture su sabbia a Cervia, in provincia di Ravenna, che lì le opere raggiungono anche gli 8 metri di altezza, che devono essere costruite in 3 giorni e che dovranno rispettare dei “canoni internazionali secondo i quali la sabbia deve essere impastata solo con acqua e non può avere al suo interno nessun supporto rigido”.



IX E poi.. “C’è chi si accontenta, come me, di fare gli ombrellini di buccia d’arancia sostenuti da stuzzicadenti e chi invece, come Dan Cretu, si sbizzarrisce in sculture di elevata complessità.
Aiutato dalla brillantezza e lucentezza dei colori della frutta e della verdura, questo visual artist riesce a generare delle sculture davvero singolari, riproducendo oggetti del vivere quotidiano come macchine fotografiche, biciclette, scarpe da tennis.” (
BarbaraPicci)


X Scolpire permette veramente di creare con il più diverso materiale qualcuno o qualcosa che sia come più o meno lo vogliamo noi e nient’altro. E se alla fine proprio non ci piace, basta poco e si può ritentare.




S.T.

mercoledì 31 ottobre 2012

Stoccolma, che paura!

Arriviamo a Stoccolma, ci perdiamo, sbagliamo l’uscita della stazione dei treni –è grandissima-, piove, siamo felici, ci guardiamo attorno e tutto è solo incantevole. Piove tantissimo e noi siamo gongolanti, pimpanti. Camminiamo, attraversiamo un ponticello ed entriamo nella ‘città vecchia’, a ‘Gamla Stan’. Avevamo letto che ‘il modo migliore per visitare Gamla è quello di lasciarsi trasportare fuori strada dall’improvvisa apertura di un vicolo tra due case così da scoprire angoli inattesi; seguire lo snodarsi tortuoso delle stradine fino a piazzette piene di atmosfera’; noi ci siamo lasciate vincere dalla suggestione di quei viottoli così piottoreschi ed eleganti finchè siamo approdate al Palazzo Reale. E lì, di fronte a quell’enorme edificio, abbiamo quasi avuto PAURA. Giriamo un po’ quando quasi ci scontriamo con due enormi leoni di pietra a fiancheggiarne l’ingresso; vorremmo entrarci ma sono già le sei e mezza e qui chiude tutto alle cinque. Continuiamo con la nostra avanscoperta ed arriviamo a ‘Stortorget’, piazza dove nel 1520 avvenne il ‘bagno di sangue’ di Stoccolma, in occasione del quale furono uccisi gli 82 nazionalisti che si dichiararono contrari all’unione con la Corona danese. Per quanto ‘macabra’ sia la sua storia, questo cantuccio di Stoccolma non mette PAURA; c’è una bella fontana, il Museo dei premi Nobel, i palazzi in stile classico; tutto è imponente e ‘serio’, ma le pasticcerie e i caffè riescono a smussare il tono degli edifici.

Anche se lo zaino non pesa poi così tanto le spalle cominciano a dolermi, Giulia non parla più, si guarda attorno e di quando in quando lancia un gridolino di contentezza. Cominciamo a cercare seriamente la via dell’ostello in cui dovremmo fermarci a dormire, cerco di orientarmi dalla cartina ormai inzuppata di pioggia quando sento: ‘sorryyy..’ e bla bla bla. Ha fermato un enorme signore sulla cinquantina, parlano parlano parlano e lui non la lascia più; faccio quasi per svignarmela, ma lei mi chiama e di nuovo mi torna quel senso di PAURA che mi aveva presa nell’incrociare i leoni del Palazzo Reale: ho PAURA che non mi diano modo di togliermi le scarpe e di cambiarmi i calzini fradici. Nonostante il bagnato mi sforzo di essere cortese e ricominciamo a camminare. Tutto a Stoccolma è veramente imponente, non capisco se sia il buio a conferirle anche un tono un po’ tetro, o il fatto che per le vie non ci sia anima viva –a parte me, Giulia e quell’uomo da un metro e novanta per uno-, non capisco. Ci perdiamo di nuovo: troppe informazioni, l’ inglese pessimo, le stradine..passiamo un ponte –l’ennesimo- e ci accorgiamo che ha smesso di piovere. Alzo la testa al cielo e rimango basita per le altissime guglie che svettano in sù sù sù. Sono le guglie della Riddarholmskyrkan, una chiesa conventuale fondata per i francescani verso il 1270 da un re di nome Magnus. MAGNUS, ‘grande’, sicuramente ci ha azzeccato, ha reso l’idea della grandezza che probabilmente aveva in mente. Ci giariamo attorno e non finisce più, è tutto chiuso; avrei voluto vedere i vari sarcofagi delle diverse dinastie reali –soprattutto verdi e rossi, dice la mia guida-. Decidiamo che fa freddo, che è ora di prendere in mano la situazione e di dirigersi verso la calda dimora.


È giorno, non piove più, Stoccolma è più serena. C’è anche un po’ di sole, siamo fortunate; in inverno qui piove sempre –anche se è solo ottobre si può decisamente parlare di ‘inverno’-. Stoccolma città d’arte straripa di musei, ve ne sono moltissimi, per tutti i gusti: c’è il National Museum, quello dell’esercito, quello storico, della marina, della telegrafia e della telefonia; a Stoccolma ce n’è per chiunque. Noi decidiamo di darci all’arte e ci dirigiamo, stavolta senza troppi problemi, verso il Moderna Museet, il Museo Nazionale di arte moderna e contemporanea. Dentro vi sono esposti i quadri e le installazioni dei geni che hanno segnato l’arte dell’ultimo secolo: per la pop art c’è Warhol, poi Pollock, Matisse, c’è Fontana il taglia-tele, Klee, Mirò, un Modigliani, Kirchner, Kandinskij, Braque, Mondrian e infine una mirabile esibizione intitolata “He was wrong” che affianca P.Picasso e M. Duchamp. Picasso, che personificò il pittore moderno, e Duchamp, l’ironico indifferente e il grande degli scacchi, che cambiò la pittura e trasformò l’arte in un labirinto di divertimenti intellettuali. Tutto questo talento, la loro creatività, dopo un po’ mi lascia senza parole, non credo si possa parlare di PAURA dell’arte, ma del loro genio un po’ sì. Giriamo per due lunghissime ore tra le stanze del Moderna, sorpassiamo le scolaresche e inciampiamo sui più piccoli seduti per terra e stremati da tutti quei quadri. Usciamo.
Ora tocca al grandissimo parco dello Skansen, ci dovrebbero essere molti animali tipici di questi posti qui; un’amica ci ha detto di una civetta enorme, delle linci e pure delle renne. Ci dirigiamo verso est col timore che faccia buio troppo in fretta; chissà che non ci tocchi passare la notte chiuse là dentro.



Sai che PAURA?!








S.T.

sabato 21 luglio 2012

Cacoal, tanto spazio tanta erba

Quando ho pagato il biglietto aereo per Cacoal non sapevo ancora cosa aspettarmi. Non sapevo che il portoghese brasiliano potesse essere così diverso dall’italiano, non sapevo che qui le scimmie girano come da noi gli scoiattoli, non sapevo che esistono ancora gli indios, non sapevo che gli indios mangiano le scimmie, non sapevo che un casco di banane può essere grande come un mio mezzo braccio, non sapevo che alcune persone vivono in case senza fondamenta, non sapevo che qui la terra è rossa, non sapevo che i bambini girano anche scalzi per la scuola, non sapevo che il cacao è un frutto, non sapevo che il cacao è un frutto che non si può mangiare, che è un frutto che non si può mangiare ma solo gustare e poi sputare. Non sapevo che Cacoal significa ‘terra del cacao’.

Cacoal è una città della Rondonia. La Rondonia è uno stato posto ai confini della Bolivia e dell’Amazzonia, situato a nord ovest del Brasile. Il Brasile è una repubblica federale formata da 27 stati. Il Brasile è grande come l’Europa. Il Brasile è trenta volte l’Italia. Cacoal conta all’incirca 100.000 abitanti, fuori da Cacoal c’è la foresta, la ‘mata’.

Per raggiungere il Brasile e poi Cacoal servono 4 aerei e uno scalo, due giorni e sei ore di fuso orario. È stato il viaggio più lungo e solitario della mia vita di ventiduenne, il più stancante e il più aspettato, desiderato. A Cacoal ci sono arrivata un po’ per caso, un po’ per fortuna . “Vieni pure quando vuoi” mi è stato detto... dopo un  mese avevo il passaporto pronto, un’assicurazione medica e il biglietto aereo per Cacoal. La sera del 23 maggio sono arrivata qui, a Cacoal. 

La prima cosa che mi ha colpito di Cacoal sono state le strade. Le strade del centro sono praticamente tutte asfaltate, ma son invase da dossi di proporzioni gigantesche! Se invece la strada non è asfaltata, è rossa! Qui la terra è rossa. Rossa rossa. Proprio rossa. Rossa che le mie scarpe bianche ora son rosse, rossa che se vai in giro in bici e per caso indossi una maglia bianca, anche la maglia è rossa! Cacoal terra rossa del cacao.
Qua a  Cacoal non faccio che sorprendermi per tutto.. Sarò scontata, ma la disparità economica, la tranquillità di chi comunque non ha nulla, mioddio..una mattina sono stata a portare in giro per le famiglie dei bambini della scuola dove lavoro dei pacchi, pacchi di cibo. Le case e le famiglie. Ecco cosa mi ha sconvolta di più. Le case e le famiglie. Le case e le famiglie. Case che io non avevo mai visto, mai. Famiglie?! Non famiglie. Case?! Non case. Quattro assi di legno e coppi per coprirsi la testa quando piove, 10 metri quadrati di casa. Quante persone? 10. Un  metro quadrato a testa, 10 metri quadrati, 10 persone. Visitiamo una mamma, la mamma di uno dei miei amori, è stanca, magra, scura, ha pochissimi denti, ne conto 4 o 5. Quanti anni ha? 27. Visitiamo un’altra mamma, il marito non lavora perchè è malato ‘ma hai comprato le medicine?’ le chiede la direttrice ‘No, costano 135 reales, è troppo’. Visitiamo un’altra famiglia, la madre non c’è, il padre non esiste, in casa ci sono due ragazze, un bambino di 8 anni e una bimba di 2. La bimba di due anni è figlia di quella di 15. Quella di 15 è sposata, separata e drogata. Non lavora e tossisce in continuazione. Visitiamo un’altra famiglia, madre e figlia sono in casa. La figlia vomita in continuazione ‘penso sia l’acqua’ dice la madre ‘ non è la prima ad avere di questi problemi’. Io non parlo più, mi vien da piangere e torno a casa. Il mio piatto è colmo di ottima pastasciutta. Il pomeriggio non sono tornata a famiglie, grazie a Dio.

E poi, chi ha tutto.. qui in Brasile compiere 15 anni è un grande evento. 15 anni è un’annata importante per una ‘moca’, ragazza, significa che è pronta. ‘Pronta per cosa?’ ‘per figliare!’ ‘ah’. Sconvolta. Sono stata a questo compleanno, la festeggiata si è cambiata tre vestiti, mi è stato regalato un paio di ciabatte, la torta era alta quanto me...la disparità sociale. Chi ha tutto e chi non sa di non avere nulla. E io che sto meglio con chi non ha nulla. Il popolo del Brasile che potrebbe crescere, ma che sta bene così; che a suo modo mi sta insegnando a smettere di preoccuparmi di quello che ho o che non ho, di come mi vede la gente, di come dovrei o non dovrei divertirmi, di come dovrei o non dovrei ‘essere giovane’, come più e più volte mi è stato detto di essere. Senza chiedermi se era quello che volevo, per essere giovane, di dover spendere tre ore di ripetizioni andando a ‘ballare’ in posti che mi facevano schifo, bere perchè così fa più ridere, poi vomitare perchè tutti vomitano e stare male altre 12 ore. Ora che ho visto un altro modo di vivere so che il mio, per molto tempo, non era quello giusto per me, e che fuori c’è molto altro ancora. Ma il Brasile è così enorme, tanto enorme da risultare una gabbia per chi, come me, non lo conosce e non lo sa vivere. Tutto lo spazio di cui si può avere bisogno qui c’è, ma è così tanto che alla fine non si sa come muoversi e si resta fermi. Come la libertà, quando si è liberi di scegliere non si sa più cosa fare..spaesati. Io qui son arrivata che mi sentivo persa, poi ferma, poi incredula, sconvolta, ora attiva. Finalmente attiva. Taglio l’erba di un centro per far risparmiare i soldi del giardiniere e comprare i pacchi di cibo da mandare ai miei bambini. 

Finalmente sveglia. 
Tanto spazio, tanta erba.




S.T.

sabato 16 giugno 2012

I piccioni di nonno Toni

«Ascolta: “impegolato nel vischio c’era un povero piccione, uno di quei grigi colombi cittadini, abituati alla folla e al frastuono delle piazze. Svolazzando intorno, altri piccioni lo contemplavano tristemente, mentre cercava di spiccicare le ali dalla poltiglia su cui s’era malaccortamente posato.”
Questa storia mi ricorda mio papà..quella volta dell’ospedale, ti ricordi che ridere? E il comodino? E le briciole sui coppi? Ti ricordi?»
«Certo che mi ricordo» gli rispose la moglie.
«Quale piccione?! Papà! Quale piccione?!»
«Mi sono vergognata tanto quella volta...»
«Papà, quale piccione?» chiese insistentemente la bambina.

Ma guardiamola meglio questa bambina, zoomiamo, eccola: occhi blu; no, grigi; capelli castano chiaro, frangetta, denti un po’ storti. Sorride: gliene mancano almeno due per arcata, sia a destra che a sinistra. È davvero una bella bambina.

«Ma come? Non sai la storia del piccione? È sempre la stessa, non ho voglia di raccontarla ancora. Questa volta ascoltiamola da chi già la conosce per bene...»
«Però non devi interrompere come al solito, papà» sentenziò la bambina.

Per poter raccontare la storia del piccione è necessario tornare indietro di molti anni. Era il 1992 quando un anziano signore, un nonno per la precisione, nonno Toni, venne ricoverato in ospedale. Doveva essere operato al cuore. Non era un’operazione troppo preoccupante o invasiva, però si sapeva che il vecchino sarebbe dovuto rimanere nella stanza numero 18 del settimo piano del Sant’Angelo per diversi giorni. La sua preoccupazione più grande era la piccionaia che aveva da poco costruito nel giardino che stava dietro casa; vicino all’orto. Questo nonno Toni aveva fatto la guerra e patito la fame; così, quando gli capitava di riuscire a catturare un piccione, lo chiudeva tra quelle quattro mura di legno da cassetta della frutta e plastica verde del cortile, lo nutriva con un po’ di briciole, qualche avanzo e, rimpolpate un po’ le cosce, tan! gli tirava il collo!

«Pensati che salendo sulla 500 color ocra per andare in ospedale, tuo nonno continuava a ripetermi “mi raccomando, i piccioni!”»

Mentre Toni era ricoverato in ospedale ai piccioni non accadde nulla di strano, ma egli continuava a vivere col timore di tornare dopo qualche giorno alla sua piccionaia e di trovarvi un mausoleo, o peggio, di non trovarvi nulla. Venne il giorno dell’operazione, venne il giorno seguente l’operazione e quello dopo ancora; il paziente della stanza numero 18 del settimo piano del Sant’Angelo stava bene: “è andato tutto per il meglio” dicevano i medici, “ma deve riposare”; soprattutto il buon nonno Toni non doveva muoversi troppo.
Una mattina accadde che Toni venne trovato dalle infermiere intento a fare il verso a dei colombi che si aggiravano sul suo davanzale. Il povero nonno venne rimproverato da tutti e da quel giorno cambiò atteggiamento.

«Subito pensavamo che si fosse offeso, anche tua nonna era preoccupata, non riusciva a capirlo. Voleva sempre stare da solo» aggiunse il padre ascoltando il racconto divertito.

Capitava che dopo il lavoro la moglie, i figli, i nipoti più grandi o qualche amico andasse a trovarlo ma lui, soprattutto se era ora di pranzo, li sbolognava in fretta con le scuse più ridicole.

«E un pomeriggio lo vidi! Era davanti alla finestra. Era gennaio e faceva freddissimo, ma lui stava in pigiama davanti alla finestra aperta a lanciare briciole ai colombi...»
«Papà! Non devi interrompere!» proruppe la bambina.

Toni era davanti a quelle finestre e fissava i colombi, quando il più sventurato si avvicinò al nonno e lui, sporgendosi, riuscì ad afferrarlo. La gioia, la speranza e anche un po’ di freddo ridiedero colore al volto stinto del vecchino: col piccione tra le mani corse all’armadio. Lo fissò, probabilmente pensando di poterci nascondere l’uccello, ma quasi subito virò verso il bagno per cercarvi un posto più sicuro. Tornò fuori col piccione ancora in mano, si guardò attorno ormai privo di speranze e andò a sbattere con la gamba destra contro la porticina del comodino di latta verde e bianco di fianco al letto. Ebbe un lampo di genio, lo svuotò delle tre cose che aveva e ci ficcò dentro l’uccello. Era fatta! Tirò un sospiro di sollievo, ma ecco che in quel momento entrò il figlio maschio che aveva assistito a tutta la scena. Scoppiò il pandemonio: subito ci furono le risate, grasse risate seguite da mal di milza per lo sforzo e quasi da asma per la mancanza di fiato; poi però il giovane proruppe con un “devi lasciare il piccione” e cominciò ad elencare al vecchio nonno tutti i motivi per cui non avrebbe potuto tenere l’uccello nascosto dentro il comodino. Il nonno Toni non ne voleva sapere, si avvicinò con l’indice destro alzato alla punta del naso del figlio e gli sussurrò “se liberi il piccione ti diseredo!”, non rideva. I due si guardarono e il figlio scoppiò in un’altra risata fragorosissima cui accorsero la nonna e la nuora. Si tentò di nascondere loro cos’era successo, ma dal comodino arrivavano rumori stranissimi. La finestra della camera ancora aperta, il pezzo di pane sul davanzale, gli sbattiti d’ali contro le pareti di latta che risuonavano nella camera fecero spalancare la bocca della vecchia nonna: “non ci credo” disse. Calò il silenzio.

Si sentivano delle voci dietro la porta della stanza, delle rotelle, erano le rotelle di un letto d’ospedale. Sì, quel pomeriggio doveva arrivare il compagno di stanza del nonno Toni. Il figlio corse a chiudere la finestra, lanciò il pezzo di pane e tirò la tenda. Il vecchino si sdraiò a  letto senza dire una parola. Entrarono le infermiere col nuovo paziente seguite da due donne. I quattro abbozzarono un sorriso. Era il panico, che figura avrebbero mai fatto se si fosse trovato un piccione dentro il comodino?! Bisognava liberarsene il più in fretta possibile, ma il proposito si rivelò piuttosto arduo a mantenersi. Il signore, tale L. Bosio, era fermo a letto e, per quanto le accompagnatrici e le infermiere avessero l’aria di andare di fretta, egli sarebbe sicuramente rimasto lì per diverse ore. L’uccello chiuso dentro il comodino continuava a sbattere le ali e i presenti nella stanza tradivano con evidenza una certa perplessità. Quando, fortunatamente dopo poco tempo -che ai quattro parve lunghissimo-, le presenze femminili si dileguarono, la nonna si decise e finse di voler portar via della biancheria sporca chiusa dentro il comodino. Come si può facilmente immaginare l’impresa fu alquanto problematica, ma grazie alla collaborazione del figlio e della nuora il piccione venne avvolto in una maglietta -povero animale era ancora vivo- e portato di gran fretta fuori dall’ospedale. “Ancora una cosa..” aveva detto il buon vecchio nonno Toni alla moglie “ormai che ci sei, portalo a casa e chiudilo nella piccionaia”. Lei, che lo amava più di tutto al mondo, fece anche quello: tornò alla sua abitazione con un piccione semi-vivo avvolto in una maglietta e lo liberò nella piccionaia del giardino dietro casa.

«Aspetta aspetta, non è ancora finita per il piccione» disse il padre alla bambina.

Quando la nonna liberò l’animale dovette prendere atto del fatto che l’uccello era ormai esanime; vegetava in uno stato che altalenava tra la vita e la morte. Bisognava farla finita, ma come fare? Di ‘quelle cose’ si era sempre occupato il vecchio nonno Toni e lei non se la sentiva veramente di tirare il collo a quel piccione. Così le venne in mente la vicina di casa, tale Gina che, vedova ormai da diversi anni, era solita arrangiarsi anche per quelle questioni. Bussò alla sua porta: “ti prego fai tu perché io non ci riesco”, le disse. La vecchia Gina afferrò il piccione, la mano sinistra per le gambe, la destra per il collo. Tirò. La vecchia Gina tirò con troppa forza. Il collo del piccione si ruppe, sì si ruppe sicuramente, ma con esso si staccarono anche le zampette del povero animale. Impietrita la nonna guardava la vecchia Gina con la testa del piccione nella mano destra e le zampette nella sinistra: “Almeno non ha sofferto” esordì la vecchia Gina.

«Ah ah ah! Papà, ma davvero è andata così?? E poi il nonno è rimasto contento almeno?»
«Tuo nonno restò in ospedale per un’altra settimana e quando tornò a casa il piccione era già stato mangiato da diversi giorni. Non se ne accorse neanche; aprendo la piccionaia scoprimmo che non sapeva nemmeno quanti piccioni avrebbe dovuto avere..»

sabato 12 maggio 2012

“Il serpente gli scivolò nello stomaco”: dal 1978 al 2013

Gorizia, 1962. Il medico Franco Basaglia entra in contatto con l’ospedale psichiatrico della città, con un manicomio. L’impatto si rivela penetrante, prepotente e poco tempo dopo, in Basaglia, ribolle il fuoco della rivoluzione: rifiuto delle forme di contenzione fisica, dell’elettroshock, apertura dei manicomi agli altri reparti ospedalieri, ai rapporti umani, al personale, al riconoscimento dei diritti e della necessità di una vita di qualità.


In Che cos’è la psichiatria del 1967, egli scrive:
«La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla. Il manicomio ha qui la sua ragion d’ essere».

La battaglia di Franco Basaglia portò alla stipula della legge n. 180, la legge del 13 maggio 1978 che sancì la chiusura dei manicomi. La sofferenza mentale del paziente venne finalmente riconosciuta, non rimossa; si decise che il malato doveva essere curato in una comunità terapeutica così da poter poi essere reinserito nella società, non internato perchè considerato pericoloso.
Fino a quel momento i manicomi erano funzionati anche come delle vere e proprie carceri per persone socialmente scomode, diverse; partendo dalla devianza era possibile controllare, contenere. Contenere individui scomodi e diversi, solo determinati individui, perchè omosessuali, diversamente abili, eccessivamente attivi, individui che parlavano troppo, che facevano rumore. Mi viene in mente quel film di Clint Eastwood, Changeling, film tratto da una storia vera accaduta a Los Angeles nel 1928, in cui la protagonista C.Collins, interpretata da una commovente Angelina Jolie, venne internata per essersi troppo rumorosamente battuta riguardo alla sparizione del suo unico figlio Walter.

Per il fatto che le Regioni del nostro Paese, che le famiglie dei malati, che l’Italia stessa non era pronta a tale provvedimento, ancora oggi alcuni parlano di “fallimento della legge Basaglia”; ed esempio, molti dei malati che si erano ritrovati con le spalle scoperte in famiglia sarebbero finiti per strada a fare i barboni. Tra questi, con gli innocui, vi sarebbero stati anche i più aggressivi e pericolosi.
Oggi, a quasi 35 anni dall’aver compiuto quello che comunque io considero un grandissimo passo avanti in materia di diritti umani, si pone il “problema” degli OPG, gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari. In Italia ne esistono sei e si trovano nelle Regioni Lombardia, Emilia-Romagna, Toscana, Campania e Sicilia; questi, dalla metà degli anni Settanta, hanno sostituito i manicomi criminali e, in base al decreto “svuota carceri” approvato dal Senato a gennaio di quest’anno, dovranno definitivamente essere chiusi entro il 31 marzo 2013.



La dimensione detentiva, quasi carceraria, ha sempre prevalso in questi istituti per i quali finalmente ne è stata proposta una curativa. Questi manicomi, popolati da coloro che talvolta sono stati trattati come dei “rifiuti umani e sociali”, verranno sostituiti da luoghi che  assumeranno un carattere più strettamente ospedaliero e che si affideranno alla sanità regionale.
Anche riguardo a quest’ ultima delibera, però, sono emerse molte perplessità: vi si vede il rischio di riesumare delle strutture manicomiali territoriali, di caricare le Regioni di un ruolo che non sarebbero in grado di gestire, poichè ne mancherebbero le condizioni, di pesare ulteriormente sulle famiglie dei malati; al momento pare che gli italiani non possano far altro che aspettare.
Nel suo volume del 1967, Corpo e istituzione, Franco Basaglia si rifà ad una “favola” che riesce a sottolineare in modo efficace la “condizione istituzionale del malato mentale”, come l’istituzione manicomiale si insinui nell’ intimo dell’animo umano e piano piano lo distrugga, lo faccia proprio. Egli scrive:
«Una favola orientale racconta di un uomo cui strisciò in bocca, mentre dormiva, un serpente. Il serpente gli scivolò nello stomaco e vi si stabilì e di là impose all’uomo la sua volontà, così da privarlo della libertà. L’uomo era alla mercé del serpente: non apparteneva più a se stesso. Finché un mattino l’uomo sentì che il serpente se n’era andato e lui era di nuovo libero. Ma allora si accorse di non saper cosa fare della sua libertà: “nel lungo periodo del dominio assoluto del serpente egli si era talmente abituato a sottomettere la sua propria volontà alla volontà di questo, i suoi propri desideri ai desideri di questo, i suoi propri impulsi agli impulsi di questo che aveva perso la capacità di desiderare, di tendere a qualcosa, di agire autonomamente. In luogo della libertà aveva trovato il vuoto, perché la sua nuova essenza acquistata nella cattività se ne era andata insieme col serpente, e a lui non restava che riconquistare a poco a poco il precedente contenuto umano della sua vita”».
Credo che ciò che manca e che soprattutto sia mancato a queste persone sia la libertà di poter vivere la propria esistenza così come è dato loro di vedere il mondo. Qualsiasi strada verrà presa in questa occasione mi auguro che noi “normali”, al momento giusto, ci ricorderemo di essere tali solo perchè baciati dalla fortuna.


S.T.




Visione consigliata:             Changeling (2008) di C. Eastwood


sabato 14 aprile 2012

Ira, il golpe del Mali

L’espressione “terzo mondo”, coniata nel 1952, sta ad indicare l’insieme dei Paesi in via di sviluppo e sottosviluppati che si contrappongono a quelli del “primo” e del “secondo” mondo. Con la diffusione, dopo il ’45, dell’ industrializzazione crebbe la fiducia nella possibilità di poter riassorbire il distacco tra i mondi, di poter esportare il proprio modello di crescita e di modernizzazione occidentale anche a quella parte di terra. Nonostante aiuti e investimenti, politiche agricole e industriali, già nel corso degli anni Sessanta la forbice delle differenze tra Nord e Sud si allargò sempre più, tanto che presto alcuni Paesi poveri risultarono legati ai ricchi in base ad un rapporto di subordinazione e di sfruttamento economico che quasi ne rafforzò l’arretratezza piuttosto che combatterla. Questa debolezza, unita ad un desiderio di indipendenza, non fece che aumentare la diffusione di un sentimento nazionale in tutti quei territori che presto, venendo in contatto con ideali di giustizia e libertà, diedero avvio ad un processo di decolonizzazione.
Tutto ciò accadde, tra i diversi paesi, anche in Mali. Colonia francese dal 1860 circa, esattamente un secolo dopo ottenne l’indipendenza e l’ascesa al governo del primo presidente della nazione Modibo Keita. In poco tempo però Keita mise in ginocchio l’economia del Paese venendo deposto dopo un sanguinoso colpo di stato nel 1968. La storia si è ripetuta per Moussa Traoré nel 1991 e si è conclusa nel 1992 con le prime elezioni democratiche e l’elezione di Konare che, alla fine del mandato, venne sostituito nel 2002 da Amadou Toumani Touré che, rieletto nel 2007, nel rispetto della Costituzione non si è candidato per il 2012. Ma la storia, si sa, si ripete, si ripete, si ripete e anche A.T.T. ha subito il fatidico golpe lo scorso 22 marzo. Guidato da Amadou Sango, il Comitato nazionale per la restaurazione della democrazia e dello stato ha denunciato il governo di incompetenza e di non aver saputo sedare la ribellione dei tuareg a nord del Paese quindi ha preso il controllo della presidenza, sciolto il Parlamento, arrestato alcuni ministri, sospeso la Costituzione e annunciata una di nuova. ll golpe non avrebbe fatto vittime civili ed i militari avrebbero preso Bamako semplicemente sparando in aria, ma l'ormai ex presidente Touré ed il suo entourage non si trovano più, nessuno sa dove siano fuggiti o dove siano stati portati.

La comunità internazionale, la Francia, gli Usa, gli occidentali in generale e l'Onu stesso hanno condannato il colpo di Stato sottolineando come questo metta a rischio tutta la regione. Non bisogna però dimenticare che il golpe del Mali è una diretta conseguenza della guerra in Libia e del saccheggio delle armi che hanno effettuato i mercenari tuareg arruolati nell'esercito di Gheddafi. Con la caduta del dittatore infatti è aumentato l’afflusso dei profughi verso paesi già economicamente fragili; tra queste persone è emerso anche un gran numero di tuareg che hanno, per l’appunto, ridato impulso al movimento secessionista in Mali del Movimento Nazionale per la Liberazione dell’Azawad. Ciò, unito alla possibilità che essi abbiano il sostegno dei trafficanti di droga e di Al Qaeda nel Maghreb islamico, ha causato l’abbandono di molti dei propri villaggi per fuggire verso gli stati confinanti. Non bisogna quindi dimenticare che tutto il mondo ha la sua fetta di responsabilità in quella che potrebbe divenire una guerra civile che rischia di infiammare nuovamente anche l'area delle miniere di uranio del vicino Niger e del petrolio del sud dell'Algeria e della Libia. A tutto ciò bisogna aggiungere la possibilità che l’emergenza degli sfollati e le conseguenze della siccità sfocino in una gravissima crisi umanitaria in tutta la regione.
Sebbene le sorti del golpe siano ancora incerte, è sicuro che il caos di Bamako non fa altro che facilitare la rivolta del nord est del Paese e, paradossalmente, il rischio di un esito opposto a quello voluto.
Per definizione il termine ira indica uno “stato psichico alterato, in genere suscitato da uno o più elementi di provocazione, capace di rimuovere alcuni dei freni inibitori che, normalmente, stemperano le scelte del soggetto coinvolto. L'iracondo è caratterizzato da una profonda avversione verso qualcosa o qualcuno o (in alcuni casi) verso se stesso”.
Per definizione la situazione del Mali e del suo popolo può essere vista come preda dell’ostilità e della tensione di quei pochi dimentichi delle proprie responsabilità nei confronti di sè stessi e degli altri.



S.T.

sabato 10 marzo 2012

Gli scheletri nell’armadio di Clint Eastwood: quattro giorni del 1965 riletti vent’anni dopo

“Prima ti faccio un buco in faccia, poi rientro in casa e dormo come un pupo. Puoi starne certo. Con le caccole come te ci facevamo i muretti in Corea, i sacchetti di sabbia”

Lunedì 20 febbraio 2012, per la prima volta, ho guardato e amato Gran Torino, film del 2008 diretto da Clint Eastwood. L’ho veramente apprezzato. È stato così che il culto per questa “maschera”, come Sergio Leone ha definito l’attore, è riaffiorato focosamente riportandomi alla memoria I ponti di Madison County. Ora non ricordo precisamente la data in cui lo vidi per la prima volta, fu all’incirca un anno fa, ma ricordo che mi scatenò dentro un cocktail, misto di commozione-turbamento-patetica immedesimazione-fame e una singolare cascata di liquido acqueo prodotto dall’apparato lacrimale, che segnò la mia emotività per diverso tempo.
Un flashback ci riporta indietro dal 1987 al 1965.
1987: il testamento di una madre, Francesca, letto dai due figli. La sorpresa nel trovarvi la richiesta di farsi cremare e di far spargere le ceneri del proprio corpo dal ponte Rosmin. L’incredulità e la convinzione dell’aver a che fare con il desiderio di una pazza. Dei vecchi diari che raccontano la storia del suo tradimento.
1965: fiera annuale dell’Illinois, i figli e il marito Richard staranno via per quattro giorni. Sola in casa, Francesca fa la conoscenza di Robert, fotografo del National Geographic, e lo accompagna fino ai ponti. Tra i due c’è alchimia, lei è un po’ impacciata, ride. In breve si lasciano andare alle confidenze, lui le pone delle domande invadenti e inopportune, lei risponde: suo marito è uno “pulito” e la sua vita “non è quella che aveva sognato da ragazza”, ma “i vecchi sogni erano bei sogni, non si sono avverati, comunque li ho avuti”. Se lei tende sempre a sminuirsi, a considerare la sua esistenza come fatta di piccole cose, dedicata alla crescita dei figli, intaccata dalla malinconia nel sapere che un giorno si sarebbero allontanati di casa e che ormai sarebbe stato troppo tardi per ricordarsi come fare a vivere; Robert invece si definisce un cosmopolita che riesce sempre a non sentirsi solo e che giudica la società “limitata”.
In mezz’ora di film i due sconosciuti si avvicinano progressivamente fino a costruire una relazione che in breve giunge al termine per l’imminente ritorno della famiglia a casa. Da questo punto in poi è palpabile l’angoscia della divisione, la certezza quasi che stando insieme avrebbero perso ciò che quei quattro giorni avevano regalato loro e distrutto una famiglia, ma anche che dividendosi avrebbero reso speciale il tempo passato assieme. Si salutano sapendo però che Robert sarebbe rimasto in città ancora un po’. Lei affoga la tristezza nelle faccende domestiche, “ salvagente in ricordo di quei quattro giorni”, lasciando passare le ore e i giorni. Fino a quando, in una giornata di pioggia, Francesca e Robert si rivedono, lei sembra pronta a scendere dalla macchina del marito per andarsene con lui, ma scatta il verde e Robert parte. È questa la scena del film che più ferisce, addolora, lacera. Da quel momento in poi i due non si rivedranno mai più. Mai più. Dopo la scomparsa del marito Francesca lo cerca, ma non riesce a saperne nulla fino a quando non viene a conoscenza della sua morte. Le viene fatto recapitare un pacco in cui sono contenuti i loro ricordi, tra questi Francesca trova un libro di fotografie dedicato a F.: “Four days”. Straziante, molesto, spiacevole nel senso proprio del termine, questo film ha segnato la “mia emotività per diverso tempo”.





Gli scheletri nell’armadio che io ho ritrovato in molti film di Clint Eastwood mortificano, scalfiscono, percuotono.
Come Changeling, del 2008, in cui Walter Collins viene rapito e la madre Christine, decisa a non arrendersi, sfida il sistema e la polizia venendo chiusa in manicomio per diverso tempo. Oppure Million Dollar Baby, del 2004, in cui il freddo allenatore Frankie Dunn chiama l’allieva Maggie: ‘Mo Cùishle’, mio sangue, mio tesoro. Oppure Gunny dell’86 in cui l’agente Tom, brusco ed irrispettoso delle regole, decide di riconquistare la moglie e riesce a ottenere la stima dei suoi marines. E questi sono solo i primi che mi vengono in mente, si potrebbe citare anche la saga con protagonista l’ispettore Callaghan, nel quarto episodio innamorato della donna che si sta vendicando del gruppo di persone che l’avevano violentata da bambina. Oppure I ponti di Madison County: “Il mio unico legame con lui erano i posti in cui eravamo stati insieme in quei quattro giorni: così ogni anno per il mio compleanno li ho rivisitati...Non trascorse mai un solo giorno senza che pensassi a lui”. Molesto è l’aggettivo giusto.


visione consigliata: I ponti di Madison County (The Bridges of Madison County), Clint Eastwood, USA - 1995
Gran Torino, Clint Eastwood, USA - 2008
S.T.