cinque ragazzi. cinque ragazzi per cinque argomenti: letteratura, arte, musica, cultura e non solo... cinque argomenti in "cinque righe": il pentagramma, un progetto che si propone di accendere la curiosità del suo lettore suggerendo semplici spunti di interesse generale. Discorsi intrecciati l'un l'altro come note musicali che cercano l'armonia uniti dalla stessa "chiave".
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sabato 27 luglio 2013

Philip Glass

Il suono del vetro

“Io scrivo per un pubblico ideale, e per me il pubblico ideale è quello che vuole ascoltare sempre qualcosa di nuovo”.
Il primo concerto della “nuova” musica di Philip Glass fu presentato una sera del 1968.
Alla Jonas Mekas’s Film-Makers Cinematheque Glass propone un omaggio a Erik Satie per due flauti e una composizione per violino. Gli spartiti sono appesi alle pareti della sala, di modo che gli strumentisti vengono costretti a muoversi tra il pubblico a formare una sorta di piece drammaturgica.
Inizio degli anni ’60: finiti gli studi di composizione, Glass oltre a cominciare a scrivere musica propria -di forte impronta minimalista- lavora come tassista e gestisce un’azienda di traslochi. Sarà da questa esperienza che, assieme allo storico amico di studi Steve Reich, il compositore formerà un gruppo che comincia ad esibirsi nei principali musei e gallerie d’arte.

L’infanzia passata tra i dischi di musica contemporanea del negozio del padre lo portano dapprima a studiare flauto per poi dedicarsi al college alla matematica e alla filosofia e infine riprendere gli studi di composizione. Trasferitosi a Parigi per continuare gli studi viene a contatto con le avanguardie musicale del tempo, Boulez, Cage, Feldman ma rimane fortemente colpito dagli spettacoli di Goddard e Truffaut musicati da Barrault.
Tornato da un periodo “meditativo” in India nel 1966 –durante il quale incontra il Dalai Lama e si converte alla religione buddhista- comincia a lavorare a stretto contatto con Ravi Shankar, rinnegando le composizioni del periodo precedente. Basandosi sulle proprietà ipnotiche dettate dai ritmi compulsivi e minimalisti indiani, Glass crea il proprio stile personale.
Tutto questo sfocia infine in Glassworks, album del 1981, tentativo del compositore di fare avvicinare con brani più corti e accessibili un pubblico più variegato e “generale”. Spogliatosi delle complessità compositive del passato Glassworks è una “bottiglia di vetro al cui interno è stato posizionato un veliero”, all’ascolto le emozioni e i sentimenti si susseguono senza troppe difficoltà. È come se Glass dopo anni di studio compositivo si fosse reso conto che nella semplicità dei pezzi sta il vero potere della musica. Un minimalismo esasperato. Flauto, Clarinetto, Corno, Violoncello, Viola e Sintetizzatore. Musica da camera? O da “walkman”?
Per quanto mi riguarda; Island, terzo dei sei movimenti che compongono il lavoro, dà perfettamente l’idea del disperato e ben riuscito tentativo di Glass nel rendere partecipe l’ascoltatore. L’input iniziale ci è dato, sta a noi continuare a far viaggiare la mente nell’isola eterea che è creata dagli archi, dal flauto che ci fa volare sopra le nuvole, tra le fronde degli alberi fino alla vetta più alta. Il lavoro dunque non è chiuso in sé stesso, ognuno ci dà la propria interpretazione, le proprie sfumature, è un lavoro intimo, personalissimo di ogni uditore.


Glass durante la sua carriera ha lavorato anche ad alcune colonne sonore tra le quali The Hours (S. Daldry 2002), L’illusionista (N. Burger 2006) e ha collezionato l’oscar come miglior colonna sonora per Diario di uno scandalo (R. Eyre 2007).
Ha collaborato anche con artisti del calibro di Brian Eno, Devid Bowie (del quale ha riadattato i temi di “Heroes” per comporre l’omonima sinfonia), Paul Simon, Suzanne Vega e Aphex Twin.
La potenza della musica del compositore sta nella soggettività. È quindi frutto di una impostazione totalmente intimista: il mio Glass non è il tuo Glass o il suo Glass. Il mio Glass né giusto, né sbagliato, né conclusivo, né inutile.
Il mio personale Glass.
A.L.


Da ascoltare: Philip Glass, Glassworks (1982)

sabato 25 maggio 2013

Pictures at an exhibition



Una passeggiata tra quadri.

L’idea di Modest Musorgskij, compositore della fine dell’’800, nasce da una passeggiata, una promenade, tra i quadri esposti in un museo.

Alcuni anni prima, l’incontro con l’architetto Viktor Hartmann e l’amicizia che ne scaturisce porta i due a sviluppare una comune visione dell’arte legata ai valori culturali della Russia rendendoli molto uniti e affiatati.

Per la prematura morte di Hartmann, in suo ricordo, viene presentata a San Pietroburgo una mostra che propone 400 opere dell’artista, alcune anche della collezione privata di Musorgskij. È proprio passeggiando tra i corridoi dell’Accademia che il compositore si immagina e scrive i Quadri.
La maggior parte dei lavori che facevano parte della mostra sono andati perduti, rendendo così difficile l’identificazione dei lavori che hanno effettivamente ispirato il pianista. Di sicuro ne fanno parte “L’Ebreo ricco, L’Ebreo povero”, “Gnomus”, “Balletto deipulcini nei loro gusci”, “Progetto per una porta a Kiev - Facciataprincipale”.


Questi alcuni dei 10 quadri che creano la suite musicata dal compositore, tutti intramezzati dal tema centrale, la promenade appunto, con minime variazioni, quasi a sottolineare gli stati d’animo che invadono lo spettatore durante la visione dei lavori di Hartmann. La composizione, di fortissimo impatto avanguardistico per l’epoca (1874 la prima stesura pianistica), contiene fortissimi caratteri sperimentali e per qualche verso anticipatori della musica del novecento.

Cent’anni dopo, 1971, esce la rivisitazione dei Quadri in versione psichedelica-progressive. Pictures at an exhibition, firmata Emerson, Lake & Palmer, un album live, 12 tracce.

L’intento è lo stesso di Musorgskij: una passeggiata in chiave rock-alternativo nei corridoi del museo della composizione classica originale rivisitata e adattata. Come a dire, dopo cent’anni se ancora si ascolta (e si suona) musica classica un motivo c’è. L’atmosfera che i tre creano con gli strumenti elettrici (favoloso il riadattamento “dissacrante” di Keith Emerson della fantastica “the old castle”) è un misto di ritmi incalzanti e martellanti, intervallati da suoni incredibili e ancor più avanguardistici della composizione stessa. 



Come nell’originale, anche nella versione dei tre inglesi i vari Quadri sono intramezzati dalla passeggiata, con le variazioni -dalla solenne e suntuosa, alla tenera ninna nanna- del genio di Keith Emerson, fedelissimo del modular moog in quegli anni di recente creazione. Grazie anche a questo strumento, che possiede varianti timbriche pressoché infinite, credo che i tre siano riusciti a realizzare quel sogno cui forse Musorgskij tendeva: avere una manipolazione totale dei suoni e dei timbri. Suonare un moog (talento permettendo) è come avere una tavolozza di colori con cui dipingere la melodia e i suoni a piacimento, all’interno della cornice musicale.

I tre indubbiamente aggiungono delle sfumature sofisticate e molto curate: Carl Palmer una batteria incalzante, a tratti quasi ossessiva, Greg Lake -già all’epoca rinomato per aver firmato il disco “padre” della musica progressive-avanguardistica “In the court of the Crimson King” appunto con i King Crimson- un basso preciso e voce decisa -favoloso l’intermezzo "the sage" chitarra acustica-; ma Keith Emerson è “l’uomo che fa la differenza”.

Talentuosissimo prima organista, pianista in seguito dà al gruppo il tocco che manca, dalla rigida cornice della musica classica al rock irriverente e “delinquente”. Si presenta con vestitiniattillati dai colori improbabili e sfascia gli strumenti come una vera e propria rock star: il palco è tutto suo.

Cosa ne dite?  Che il caro Musorgskij si stia rivoltando nella tomba ripensando ai Quadri? O che stia sognando pure lui di sfoggiare abiti psichedelici e di dare coltellate al pianoforte?!



Ascolti consigliati:      Modest Musorgskij - Quadri di un’esposizione, 1874
                               Emerson Lake & Palmer - Pictures at an Exhibition, 1971



A.L.

sabato 13 aprile 2013

Non il solito articolo su Paranoid Android

Dovendo scrivere un articolo di musica sulla paranoia, e non essendo i Black Sabbath propriamente il mio genere, il pensiero va subito a quel strano capolavoro dei Radiohead, Paranoid Android.  
Uno dei brani più riusciti da parte della band di Thom Yorke tratto dal loro ultimo album prima della sperimentazione elettronica, la pietra miliare Ok Computer. Una canzone, anzi più canzoni fuse in un unico brano che non sembra avere né capo né coda, ma che spiazza nei suoi sei minuti abbondanti in cui musicalmente succede di tutto, ma in modo armonico. Sto ascoltando Paranoid Android  sullo stereo, sono arrivato al punto in cui la musica si fa quiete dopo la tempesta con la voce di Thom Yorke che lamenta “Rain down, rain down, come on rain down on me” con i cori di sottofondo, di qui a poco ricomincerà la tempesta musicale… Ma mi accorgo che io in realtà un articolo sui Radiohead non lo voglio scrivere. Non che sia un gruppo che non mi piace, anzi, Pablo Honey è uno dei miei album preferiti; il mio apprezzamento, o per meglio dire la mia conoscenza della band si ferma però ai primi tre album, prima del passaggio alla musica sperimentale, il mio giudizio quindi non può che essere parziale.

Ma dato che un articolo di musica bisogna farlo, perché invece di sprecare parole per una band sulla quale sono già  stati scritti fiumi di inchiostro (e da pulpiti ben più competenti!) non parlare di un gruppo poco conosciuto scoperto per caso? Tolgo Ok Computer dallo stereo e prendo un cd acquistato ad un concerto, Crowd Surfing il suo titolo. Loro sono gli Heike has the Giggles, trio di ragazzi romagnoli poco più che ventenni scoperti per caso un sabato sera qualunque. Emanuela alla voce e chitarra, Matteo al basso e Guido alla batteria sono tre ragazzi come tanti altri, tre ragazzi universitari con la passione per la musica. Tre, il numero perfetto per chi vuole fare musica senza fronzoli (Police e Nirvana docet). Perché negli Heike has the Giggles nulla è superfluo, tutto diventa essenziale; la loro musica è disarmante nella sua semplicità, pochi accordi ma mai banali, giri di basso accattivanti e una batteria semplice ma che non vi farà mai rimanere fermi. Ma soprattutto lei: Emanuela. 



Frangettona sulla fronte a coprirle quasi interamente il viso, i piedi sempre a seguire un movimento tutto particolare e tutto suo; e poi, la sua voce: per gli amanti del rock al femminile qualcosa di imperdibile, raro trovare una voce così pulita in una ragazza che canta il rock. Ottima la pronuncia e affascinante quel particolare ansimare all’inizio e alla fine di ogni frase (ascoltare We All e Breakfast per capire). Negli Heike has the Giggles, nonostante i soliti tre accordi, c’è comunque varietà: pezzi energici come I Wish I Was Cool e Robot, brani dal sapore adolescenziale come Dear Fear e Crowd Surfing, ma anche canzoni più studiate come le bellissime M.Gondry e Time Waster, senza dimenticare i momenti più toccanti di NextTime e I Don’t Know.
Spero che molte altre persone, come me, possano scoprire per caso gli Heike has the Giggles. Magari pensando di leggere un articolo sui Radiohead.



M.F.



Ascolto consigliato:
Heike has the Giggles, Crowd Surfing (2012)
Heike has the Giggles, Sh! (2010)
Radiohead, Ok Computer (1997)

sabato 2 marzo 2013

Kraftwerk: uomo e macchina

I Kraftwerk non sono una band di musica elettronica: sono la musica elettronica. Punto e stop. Il loro nome dovrebbe essere più che sufficiente per liberare dalla vostra mente i vari Chemical Brothers, Air, Daft Punk, Depeche Mode Krueder&Dorfmeister e quel tanto contestato "Kid A" dei Radiohead.
Sono tutti gruppi immortali per carità, ma rimangono comunque prole esclusiva di coloro che, con apparati elettronici, hanno rivoluzionato la musica pop in nuovi linguaggi sintetici, fondatori di una rinnovata sensibilità estetica.

Era la fine degli anni 70 quando quattro musicisti di Düsseldorf, freschi di conservatorio, decisero di unirsi: il resto è leggenda. Senza di loro è impensabile la storia della musica popolare degli anni Ottanta e Novanta, per non parlare delle ultime svolte industrial (vedi i lontani cugini Rammstein).


Generatori di nuove ritmiche, artificiali eppure ancora umane, da leggere con percezione metafisica.

Coltissimi e di una raffinatezza che non ritroveremo più in nessun'altra band elettronica, i Kraftwerk si occultavano in una privacy impenetrabile e lo si percepiva nelle loro performances "brechtiane": la postura rigida, robotica, la parola ridotta al minimo, le tonalità che esercitavano un fascino ipnotico, per sdoganare la dodecafonia verso il pop.
Apparentemente afoni, i brani del quartetto tedesco sono un trip di inediti orizzonti, dove organico ed inanimato si mischiano in voci metalliche e ridondanti.

Qui si arriva a superare dunque ogni stile ideologico: basti pensare alle divise del gruppo, che in maniera inquietante richiamavano l'omologazione  nazista (bianco nero e rosso erano le componenti cromatiche delle bandiere hitleriane). Era un modo per denunciare e al tempo stesso praticare l'alienazione di massa come unica verità, il che stabiliva una continuità tra regime totalitario e contesto capitalista.
Una bomba ad orologeria quella dei Kraftwerk, pronta ad esplodere tra le macerie degli anni settanta: sbattuta in faccia alle platee europee, quando ancora la pubblica opinione spaventava il vecchio continente con la guerra fredda. In questo contesto, la neonata musica elettronica, penetrante ma vera ed autentica, intercettava un sentire popolare che si distanziava dall'estetica punk, pur spartendo con quest'ultima la convinzione assoluta di un futuro da azzerare.
Nella loro vertigine sonora, i Kraftwerk non risultavano appariscenti nei testi, ma tutta la loro composizione portava con sé una teoria politica ed estetica che profetizzava il futuro. La totalitaria rigidità tematica strideva volutamente con lo stile minimalista della musica e dell'immagine stessa del gruppo tedesco. Come in ogni rivoluzione o profezia, lo shock iniziale non fu indifferente.

L'universo  metallizzato e inorganico dei Kraftwerk è molto più reale di quel che crediamo: dominato dall'alienazione di massa che, nonostante i mutati contesti geopolitici e ideologici rispetto a quando i Kraftwerk iniziarono la loro opera, appare più che mai attuale e verificabile.


Autostrade, palazzi vuoti, geometrie lineari e planari, snodi ferroviari, laboratori scientifici, test automatici, presenze di manichini inanimati, macchine, rotori, ingranaggi - è la terra disumanizzata, abitata dall'uomo artificiale.  Il pallore mortale, ottenuto con un cerone applicato impietosamente sui volti inespressivi, raccontava e racconta ancora adesso di quattro uomini già in stato cadaverico e tuttora viventi - una permanenza funebre che continua a esercitare attività, un'allegoria impressionante, esercitata sul tempo stesso che essa rappresenta.

I Kraftwerk sembrano quasi un romanzo che abbraccia interi decenni, un romanzo di accadimenti fantastici, elaborazioni fantasmagoriche su feticci cresciuti nella cultura sociale, culla della nostra crescita. Sono materiali che nutrono la formazione in una civiltà di massa - lo si è appreso molto più difficilmente del previsto – e sono  puramente estetici quanto profondamente politici, significativi rispetto al futuro e ossessionanti rispetto al nostro presente, del quale difficilmente la memoria ne prenderà le distanze.

Questa è l'essenza della musica elettronica: una carica di pulsazioni, calore e sentimenti perfettamente umani, unita in perfetta simbiosi con la macchina, gli uni per le altre e viceversa.


M.B.

Il tris di ascolti fondamentale:

Autobahn (1974)
Trans Europe Express (1977)
Tour de France (1983)

sabato 2 febbraio 2013

Yellow Submarine

Un viaggio colorato in compagnia dei fab four



Tra la collezione di 33 giri di mio padre ce n’è uno in particolare che chiedevo sempre di ascoltare  quand’ero piccolo, non tanto per la musica in se ma per la fantastica copertina stile cartone animato. Successe poi che, arrivato alle scuole elementari, trovai la maestra Giulia, fan numero uno dei Beatles, la quale ci propose per i “giochi della gioventù” di presentare un balletto sulle note di Yellow Submarine. Appena attaccò lo stereo mi sentii invaso da una gioia infinita, come il giovane Marcel, alle prese con la madeleine... alla ricerca del suono perduto. “Un piacere delizioso m'aveva invaso, isolato, senza nozione della sua causa. M'aveva reso indifferenti le vicissitudini della vita, le sue calamità, la sua brevità illusoria, nel modo stesso che agisce l'amore, colmandomi d'un'essenza preziosa: o meglio quest'essenza non era in me. Era me stesso.”

Corsi a casa a cercare il disco: eccolo, impolverato, con la copertina non più lucida, coperta da un opaco velo giallino di “antichità”, quel saltino che la puntina del giradischi fa lungo il solco rovinato (o consumato?) a metà di It’s all too much, lato uno.
Cambio lato, attacca Pepperland, giro la copertina...Original film score composed & Orchestrated by George Martin...Film?!? “Papà ma non mi hai mai detto che avevano fatto un film!”...”Ma certo! Ce l’abbiamo pure in cassetta, giù in cantina, affianco a Tempi Moderni! ”.

Ecco com’è avvenuto il mio primo contatto con i Beatles, gruppo che, anche per questi simpatici aneddoti, porto sempre con me, in testa e nell’mp3.
Per quanto mi riguarda i Fab Four sono, e rimarranno per sempre, un gruppo immenso, pieno di inventiva e che riesce a spaziare in una miriade di generi, pur mantenendo una costante che li caratterizza. Vuoi la voce di McCartney o la schitarrata inconfondibile dell’accoppiata Lennon-Harrison, li si potrebbe riconoscere ad occhi (e orecchie?!) chiusi.  Nelle loro canzoni c’è un qualcosa di inconfondibile, un colore particolarissimo che li distingue da un qualsiasi altro gruppo esistito.

Ma torniamo alla storia, i Beatles nascono il 6 luglio 1957 quando ad un giovane Lennon, che era in procinto di fare una delle sue prime esibizioni alla festa annuale della parrocchia di St. Peter a Liverpool,  viene presentato un quindicenne McCartney. Da questo semplice incontro nascerà e si svilupperà uno dei più grandi fenomeni mondiali che la storia abbia conosciuto: Paul entrò velocemente nel complesso al quale si unirono in seguito George e infine Ringo. Il nome nacque dopo una serie di sfortunati e fantasmagorici tentativi: Johnny and The Moondogs, Beatals, Silver Beetles, Silver Beatles solo alcuni esempi.

Tanto per renderci conto di quanto si prendessero sul serio i quattro, la leggenda vuole che quando conobbero per la prima volta George Martin (un dei più grandi produttori discografici dell’epoca che decise di metterli sotto contratto con la EMI e fece loro scalare le classifiche di mezzo mondo) George gli disse: "First of all, I don't like your tie" (per prima cosa, non mi piace la tua cravatta).



Yellow Submarine è un film d’animazione del 1968, diretto da George Dunning. Narra di Pepperland, una favolosa città in fondo al mare dove la musica, i colori, i fiori, l'allegria e, soprattutto la pace e l’amore regnano incontrastati. Tutto bene finché i Biechi Blu, con la forza delle armi, rendono la ridente cittadina subacquea un triste e grigio luogo dove odio e silenzio hanno il sopravvento. Saranno i fantastici Fab Four, dopo aver attraversato i sei mari a bordo dello yellow submarine, a sconfiggere, a colpi di note musicali coloratissime, l’incantesimo che rende prigionieri gli abitanti e a scacciare i Biechi Blu. Il tutto si risolve con un gigantesco (e immancabile) concerto e sfuma verso i titoli di coda sulle note di All Togheter now!

Si conclude così questo capitolo coloratissimo della storia dei Beatles.

Tutti conosciamo il triste epilogo, lo scioglimento della band, la morte prima di Lennon, poi di Harrison... Ma io voglio ricordarmeli così, sorridenti, capelloni, spensierati, coloratissimi, innamorati della vita e della gente; e ogni tanto rispolverare il vecchio giradischi e riassaporare il calore (e il colore) dei suoni inimitabili dei Fab Four.




Ascolto e visione consigliata: Yellow Submarine, The Beatles (1969)
Yellow Submarine, George Dunning (1968)



A.L.

sabato 15 dicembre 2012

Una croce sopra i Nirvana

Ho visto da poco uno spezzone di 12.12.12, il concerto svoltosi a New York in ricordo delle vittime dell’uragano Sandy. Sorpresa della serata è stata l’inattesa “reunion” dei Nirvana con Paul McCartney alla voce. Ora, io sono sempre contrario a queste reunion, quando il leader di un gruppo ci lascia per miglior vita è bene che il gruppo di cui era l’anima fondante muoia con lui; i grandi gruppi fanno così, i grandi gruppi sono formati da grandi musicisti che sanno proporre qualcosa di nuovo, ripartire da 0. I Nirvana (anche se suona strano chiamarli così) e Paul McCartney quella sera hanno suonato una sola canzone, inedita tra l’altro, e che niente ha a che fare con la storia passata del gruppo; per questo io mi rifiuto di chiamarla reunion ed anche solo lontanamente pensare che una cosa simile sia realizzabile. Preferisco considerarla come una performance in ricordo dei vecchi tempi tra vecchi amici e compagni di vita.
Rivedere sullo stesso palco Dave alla batteria, Krist al basso e, perché no, Pat alla chitarra è stata comunque una cosa emozionante. E tutto questo mi ha fatto tornare alla mente quanto abbia amato (e ancora ami) questo gruppo; così mi sono divertito a buttar giù X motivi per i quali considero i Nirvana il miglior gruppo musicale di sempre.
I) Aneurysm. È la canzone perfetta, quella che più di ogni altra contraddistingue i Nirvana; c’è tutto, l’intro classica della chitarra di Kurt (come in Smells Like Teen Spirit e Rape Me), la raffinata melodia della strofa, l’incredibile energia del ritornello fino all’intermezzo musicale dove Krist e Dave si legano magnificamente. E pensare che questo capolavoro è uscito come B-side (di Smells Like Teen Spirit).
II) Pain. Le canzoni di Kurt Cobain sono lo specchio della sua anima; mai in nessun altro gruppo sono riuscito a trovare una simbiosi così perfetta tra le canzoni e il suo autore. Ascoltando le canzoni dei Nirvana è possibile ripercorrere la parabola discendente dello stato d’animo di Kurt: tra Nevermind e In Utero c’è un abisso, nel quale Kurt è caduto. Ma il dolore, quello vero, lo sentiamo nell’ultima canzone che Kurt ci ha lasciato postuma, quel “pain” gridato tra rabbia e disperazione.
III) Dave Grohl. Considerato (non solo da me) il miglior batterista di sempre, ha dato un contributo fondamentale al successo dei Nirvana. Vederlo nei live scatenato dietro alla batteria con i capelli lunghi a coprire il viso trasmette un’energia incredibile. Uno così non sarebbe rimasto a lungo dietro alla batteria, tanto che il primo album dei Foo Fighters è composto interamente da canzoni scritte da Dave durante il periodo in cui era con i Nirvana. Ed è encomiabile il fatto che con i Foo’s Dave abbia proposto qualcosa di diverso dal sound dei Nirvana, senza tra l’altro suonarne mai una canzone nemmeno nei live. Prova evidente del grande musicista che rappresenta.


IV) Smells Like Teen Spirit.La canzone simbolo dei Nirvana che li ha catapultati nel mainstream musicale. Tutti la conoscono, tutti la vogliono sentire, e per questo i Nirvana hanno cominciato ben presto ad odiarla, tanto da non proporla più nei propri live. Capitava di sentire l’intro di Kurt, l’attacco della batteria ma poi interveniva sempre Krist “Oh, we skip that one!” . In ogni caso, non è possibile negare l’assoluta perfezione di questa canzone, tanto che più di una volta mi è capitato di provare un’invidia enorme verso quei pochi (inconsapevoli) privilegiati che la sentirono per la prima volta quella sera del 17aprile 1991 all’Ok Hotel di Seattle quando i Nirvana non erano ancora nessuno.
V) Live at Reading 1992. Il miglior concerto dei Nirvana, all’apice della loro forma. Memorabile l’intro di Kurt in sedia a rotelle con tanto di camice ospedaliero e parrucca bionda presentato da Krist; ma una volta finita la gag e presa la chitarra, sono oltre 90 minuti di delirio puro, con la classica devastazione di strumenti e palco come ciliegina sulla torta. Una delle serate più indimenticabili dei Nirvana, tanto che ad agosto 2012 Dave Grohl proprio al Reading festival per la prima volta ha dedicato una sua canzone (“These Days”) ai suoi vecchi amici in ricordo di quella serata di 20 anni fa (“..I ‘d like to dedicate it to a couple of people who could have been here tonight…this song is for Krist..this song is for Kurt..”).
VI) Mtv Unplugged in New York. Non è facile per una rock band proporre le proprie canzoni in una chiave diversa, acustica, ma soprattutto non è facile farle altrettanto bene come nei classici live. L’unplugged dei Nirvana ad Mtv è qualcosa di unico, dove il gruppo veste il suo abito più dolce contro ogni aspettativa. Considerata da Kurt una delle serate più belle della sua vita.
VII) Sappy. Una delle canzoni più amate da Kurt, che inspiegabilmente non è mai stata pubblicata in nessun album ufficiale dei Nirvana fino all’uscita del cofanetto With the Lights Out del 2004. È una delle canzoni sulle quali Kurt ha lavorato di più, scritta originariamente nel 1987 e modificata ripetutamente (anche nel titolo, da Sad a Verse Chorus Verse che poi sarà il titolo di un altro brano, a Sappy nel 1993) e che compare misteriosamente come traccia nascosta nella raccolta di beneficenza “No Alternative” del 1993. Insieme alla sopracitata Aneurysm è una delle canzoni più belle dei Nirvana. Da ascoltare la prima versione struggente intitolata all’epoca Sad.
VIII) Krist Novoselic. Di primo acchito può sembrare il meno importante del gruppo, oscurato dalla presenza di due mostri sacri come Grohl e Cobain, ma i Nirvana senza Krist non sarebbero comunque i Nirvana. Grande intrattenitore del pubblico nei live e nelle interviste, insieme a Dave rappresentava forse la parte “allegra” dei Nirvana come giusto contrappeso alla malinconia di Kurt.
IX) Kurt e Courtney. Redivivi Sid e Nancy, Kurt e Courtney sono stati una coppia che ha fatto molto parlar di sé. Coppia male assortita forse, di certo la loro relazione non ha fatto che peggiorare la situazione di Kurt tanto che molte malelingue la indicano come la causa principale del suo suicidio (per non parlare delle infinite dispute legali con gli ex Nirvana sui diritti degli inediti del gruppo). Non si può però negare che dal punto di vista artistico siano la migliore coppia della musica rock, e mi capita ancora di sognare un loro concerto insieme.
X)…propongo ad ogni fan dei Nirvana di scrivere il punto X…


M.F.

mercoledì 31 ottobre 2012

La paura fa '90

Nel 2011, dopo dieci anni di assenza, tornano sulle scene musicali i Bush con il loro nuovo lavoro, The Sea Of Memories. La band inizia un grande tour in America e in Europa per promuovere il disco.



Bene, pensai. «La faranno una maledetta data anche in Italia, così finalmente li vedrò dal vivo». E un giorno ecco finalmente la notizia: i Bush suoneranno all'Alcatraz di Milano il 5 settembre. Felicità, e paura. Sì, paura.



Non siamo più negli anni in cui i Bush esordivano con un disco, Sixteen Stone, in grado di unire melodie orecchiabili ad un sound sporco, robusto, tipicamente grunge. Non siamo più negli anni in cui Gavin Rossdale, giovane e pieno di carisma, cantava con voce roca “Don't let the days go by, Glycerine”. Non siamo più negli anni in cui ai concerti si andava per ascoltare il proprio gruppo del cuore. Non siamo più negli anni in cui, alla canzone più bella, si tirava fuori l'accendino dalla tasca dei jeans. Non siamo più negli anni in cui la musica era anche uno stile di vita, un credo, un tutto.

Siamo negli anni in cui ai concerti si va perché fa figo andarci. Siamo negli anni in cui invece degli accendini ai concerti si porta l'ultimo modello di iphone. Siamo negli anni in cui ad un live ciò che è fondamentale fare sono delle foto da postare sul proprio social network. Siamo negli anni in cui per andare ad un concerto si devono sborsare anche 70 euro.



Gli anni '90 sono finiti. Gli anni dei Nirvana, degli Smashing Pumpkins, dei Pearl Jam, dei Sonic Youth, dei Bush sono finiti. I concerti di una volta non ci sono più, e bisogna farsene una ragione. E io me la sono fatta, ecco perché pur sapendo benissimo che i Bush del 2012 non sono i Bush del 1994, ho rischiato. Ho comprato il biglietto e sono andata fino a Milano per vederli.

Avevo paura, paura di dover dare ragione a quegli amici che mi avevano detto «Che cazzo vai a vedere i Bush adesso? Non ha senso, Gavin non avrà un filo di voce». Avevo paura di rimanere delusa.



I miei amici si sbagliavano, eccome se si sbagliavano. Sono in prima fila. I Bush entrano e aprono il concerto con Machinehead. La fanno perfettamente. Sono in gran forma. Mi viene quasi da piangere. Gavin è gentilissimo, si rivolge al pubblico ringraziandolo e dicendo che è consapevole che la maggior parte dei presenti non ha neppure ascoltato il nuovo lavoro e li invita a farlo. Io, lo ammetto, sono tra quelli. Fanno un paio di canzoni del nuovo disco, ma tutta l'attenzione è per i grandi successi degli anni '90: Swallowed, Alien, Little Thing, Prize Fighter, Greedy Fly, Comedown e, naturalmente, Glycerine. Appena il pubblico sente attaccare questi pezzi storici va in delirio, sintomo che non sono l'unica a provare nostalgia per quel poco degli anni '90 che sono riuscita a vivere. Il concerto finisce e io sono sotto shock. Un live del genere non me lo aspettavo. Gavin saluta il pubblico ringraziandolo ancora una volta ed esprimendo la sua gioia per essere tornato a suonare in Italia. Scende dal palco, ha in mano due plettri. Uno lo dà ad un ragazzo che per tutto il concerto non aveva smesso un attimo di cantare. Poi si gira e viene dalla mia parte. «Lo darà sicuramente alla ragazza con le tette fuori vicino a me» pensai. Non avevo neanche allungato la mano più di tanto. E invece Gavin viene proprio da me, mi apre la mano, dove mette il plettro, e me la richiude. In quell'istante mi sembrò che per un attimo, solo un attimo, gli anni '90 non fossero mai finiti.




D.C.



Ascolto Consigliato: Bush, Sixteen Stone (1994)

sabato 21 luglio 2012

Ziggy Polvere di Stelle

Quando il 21 luglio 1969 Neil Armstrong e Buzz Aldrin fecero il “grande balzo per l’umanità” sulla superficie lunare, il pianeta Terra iniziò ad essere invaso da manie spaziali. A dire il vero, già da qualche tempo film e musica avevano preso questo orientamento, ma il culmine delle invasioni aliene si ebbe nei primi anni ’70.


Il condottiero musicale dell’invasione fu Ziggy Stardust, alias David Bowie. Il futuro Duca Bianco aveva già esplorato il tema spaziale nella celeberrima Space Oddity (1969), storia ambigua del Maggiore Tom mai spiegata veramente nemmeno da Bowie. 
La canzone racconta il lancio di una navicella spaziale attraverso il dialogo tra il Maggiore Tom e la base di lancio, fino al tragico epilogo che lascia tutti con il fiato sospeso dopo l’interruzione della trasmissione dell’astronauta. Che fine ha fatto il Maggiore Tom? L’angoscia degli ascoltatori durerà per ben 11 anni, fino a quando in Ashes to ashes (1980) David Bowie svelerà l’arcano mistero: “Ti ricordi di quel ragazzo in quella vecchia canzone, ho sentito delle voci dalla torre di controllo..”. Il Maggiore sta bene, è ancora disperso nella desolazione dello spazio, la solitudine lo ha fatto diventare un drogato e ora vuole tornare giù al più presto; ormai però per il Maggiore Tom la vita si farebbe dura anche sulla Terra, “mia mamma diceva che se vuoi portare a termine qualcosa faresti bene a non aver nulla a che fare con il Maggiore Tom!”.
Ziggy Stardust atterra nel nostro pianeta nel 1972 insieme alla sua band, gli Spiders from Mars. E la prima notizia che porta alla popolazione terrestre è sconvolgente: ci restano solo cinque anni da vivere, “cinque anni per piangere”. 
Ad una prima occhiata il personaggio non è molto raccomandabile, un alieno con  gli occhi di due colori diversi, capelli arancioni e tutine attillate sgargianti improponibili; ma una volta che inizia a cantare accompagnato dalle note degli Spiders from Mars, tutto sembra maledettamente vero. Secondo Ziggy, l’unico essere in grado di salvare la terra è Starman, “l’uomo delle stelle”; il nostro salvatore è entrato in contatto con alcuni ragazzini attraverso la radio, e ora stanno facendo di tutto per segnalargli la nostra presenza.

David Bowie porta in giro Ziggy Stardust per tutto il 1972 e buona parte del 1973, 18 mesi in un tour interminabile. I concerti sono dei veri e propri spettacoli spaziali, aperti sempre dalla colonna sonora di Arancia meccanica  di Stanley Kubrik, inno perfetto per introdurre Ziggy e gli Spiders from Mars. I costumi di scena sono stravaganti, eccentrici, vengono cambiati più volte all’interno dello stesso concerto, il delirio tra gli spalti è sempre più contagioso: il messaggio di Ziggy sembra essere quello di liberarci da ogni vincolo, di godere appieno la nostra vita, in fondo ormai il mondo sta per finire. 
Fino a che, in una afosa serata d’estate, accade l’impensabile: il 3 luglio 1973 Ziggy Stardust e gli Spiders from Mars sono di scena all’Hammersmith Odeon Theatre di Londra, l’ultimo concerto del tour, quello che diventerà “The Retirement Gig”. Prima dell’ultima canzone dello show, Rock’n roll suicide, Ziggy annuncia alla folla: “Questo show resterà per sempre nella nostra memoria, non solo perché qui finisce il nostro tour, ma perché è il nostro ultimo spettacolo in assoluto. Grazie a tutti, vi amo”. Tutti, compresi gli Spiders from Mars, restano ammutoliti. È la morte, la fine di Ziggy Stardust e della sua band, per loro non c’è più spazio nella mente di Bowie.
Ziggy sapeva il fatto suo, in meno di due anni sul nostro pianeta ha saputo conquistare la folla e l’immortalità. Ci ha ingannati con la scusa della fine del mondo, illudendoci di aver ottenuto quella libertà di espressione da lui tanto ostentata. Oggi, quello che resta, è il racconto della sua avventura nell’album The rise and fall of Ziggy Stardust and The Spiders from Mars (1972) e l’illusione di aver creduto, almeno per un momento, di essere veramente liberi.



M.F.



Ascolto consigliato: David Bowie, The rise and fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars (1972)