cinque ragazzi. cinque ragazzi per cinque argomenti: letteratura, arte, musica, cultura e non solo... cinque argomenti in "cinque righe": il pentagramma, un progetto che si propone di accendere la curiosità del suo lettore suggerendo semplici spunti di interesse generale. Discorsi intrecciati l'un l'altro come note musicali che cercano l'armonia uniti dalla stessa "chiave".
Visualizzazione post con etichetta ...e non solo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta ...e non solo. Mostra tutti i post

martedì 22 ottobre 2013

Castanhas em Lisboa


Sembra impossibile ma pure a Lisbona cucinano le castagne.
Scendendo alla stazione Cais do Sodrè, poco distante, si trovano dei chioschetti a forma di trenino che offrono castagne ai passanti. Sabato, per la prima volta da quando sono qui, sono incappato in uno di questi curiosi baracchini.


Chiaramente, da buon amante della castagna, non c'ho pensato due volte a prenderne un cestino. 
C'è da precisare che sabato, qui, la temperatura ha toccato i 22° C e c'era il sole. Un sole estivo, da maniche corte. 
C'è da precisare pure che qui - per chi non lo sapesse - c'è pure il mare. No, l'oceano.
Ho mangiato le castagne seduto in riva al mare con una t-shirt estiva e gli occhiali da sole.
Devo dire che per un istante mi sono sentito a disagio; abituato all'ottobre nebbioso, scuro e freddissimo della pianura padana, durante il quale si scaldano le castagne nel forno o nel caminetto; ma la gente sembrava non curarsene.

Il nostro autunno è diverso, ricordo che da piccini in questo periodo si andava in collina a cogliere le castagne, "con i guanti mi raccomando che non voglio passare tutta la sera poi a toglierti aghi dalla mano, e vestiti, metti la sciarpa che fuori si gela".
Poi si tornava la sera, si faceva il taglio alla castagna ("sennò in forno esplodono!!") e si infornavano. Aspettando, si cominciava a scaldare il vino per fare il vin brulè - per i più oziosi c'era pure il preparato- e si stava tutti spalmati di fronte al forno a bocca aperta, aspettando che le castagne si cucinassero.
E non dimentichiamoci che, arrivati ad una certa età, la festa che andava (e va pure ora!) per la maggiore è la famigerata "Festa del Maron" di Val Rovina, famosissima in tutto il comprensorio per le gustosissime castagne gigantesche (ma pure per il vino rosso "labbra-rosse").

Seduto nel lungo mare (che in realtà è la riva-foce del Rio Tejo) mi sono tornate alla mente queste immagini e quando sono svanite, con loro è passata pure la fame. 
Ahi ahi que saudade!!

Poco male, le castagne erano tutte bruciacchiate fuori e scotte dentro.

A.L.

sabato 27 luglio 2013

Secret Window

Il pezzo di vetro nascosto dentro di noi

« L’unica cosa che conta è il finale; la cosa più importante della storia è il finale, e questo funziona a meraviglia, anzi è perfetto. »

Secret Window è un racconto di Stephen King che fa parte della raccolta “4 dopo mezzanotte”, pubblicato nel 1990. Nel 2004 è diventato film diretto da David Koepp e interpretato magistralmente da Johhny Depp.
Mort Reiney è uno scrittore.
In procinto di divorziare dalla moglie, è costretto a vivere nella casa isolata in montagna nella quale passava le estati con la consorte. In condizioni pietose, lascia le giornate passare dormendo, in attesa di un’ispirazione per il suo prossimo romanzo. 

“Spense il computer, ricordandosi, solo un attimo dopo aver abbassato l’interruttore, che non aveva salvato il testo. Oh, be’, pazienza. Forse era stato il critico che aveva nell’inconscio a dirgli che non valeva la pena salvarlo.”

Un giorno gli si presenta a casa un tale con un cappello nero (John Turturro nel film) il quale afferma di avere un manoscritto di sua stesura e accusa Mort di plagio. Inizialmente stizzito lo scrittore sbatte la porta in faccia al tale etichettandolo come “esponente della congrega della Rotella Mancante”.
Scritto in un periodo nel quale anche il celebre scrittore era stato accusato di plagio rispetto a “Mysery” la storia diviene ancora più avvincente, quasi ironica.
L’accusatore non demorde. La vita di Mort si trasforma presto in un inferno, i problemi con la moglie - la quale intende far firmare le scartoffie per il divorzio all’ex marito - si ingigantiscono sempre più, e il tale col cappello nero, John Shooter, sembra non dargli tregua.
Spaventato, lo scrittore, minaccia il tale di avvisare la polizia qualora non gli fosse data tregua, ma Shooter di rimando, con tutta la calma che gli è concessa gli risponde:
«Questa faccenda è tra me e lei»,
«Non abbiamo bisogno di nessuno, signor Rainey, è strettamente fra lei e me.»


Col proseguire del racconto, prima il cane (nel racconto il gatto) viene trovato morto davanti casa, poi la casa della ex moglie viene data alle fiamme e infine lo sceriffo della contea, amico di Mort, muore misteriosamente.

“Che cos’era Shooter?
Gli venne in mente la parola «fantasma».
Gli venne in mente anche la parola «illusione». “



Forse il film perde un po’ di smalto verso il finale (assolutamente da non spifferare ad anima vivente che non l’ha ancora visto!) rispetto al “copione” originale di King. Grandiosa come sempre l’accoppiata Depp, nel ruolo del “bello e maledetto”, - Turturro, bovaro pacato ma svitato.
Favolosa e degna di nota la colonna sonora di Philip Glass che rende il thriller una pellicola avvincente, a tratti spassosa, nella quale ognuno di noi si può riconoscere e può scoprire quel lato nascosto dietro il vetro, la finestra segreta, insita in noi.




A.L.



Da guardare: Secret Window di David Koepp (2004)
Da leggere: 4 dopo mezzanotte di Stephen King (1990)
Da ascoltare: Philip Glass Secret Window O.S.T. (2004)

venerdì 26 luglio 2013

Incredibilmente leggera

Incredibilmente leggera, veloce, sensibile e vivace. Descrivere con estrema precisione l’amosfera che regna in una serata tipica di una città del nord Italia non lascia spazio al tempo di pensare profondamente alla particolarità di ogni movimento. Qui tutto ha fretta di spostarsi, di cambiare forma, di alleggerire il carico informativo delle sue dimensioni per trasformarsi il più velocemente possibile in qualcos’altro che sfugge ancora che se ne va successivamente altrove, mascherato da qualcos’altro.
Un dubbio, una domanda, un affermazione sospetta, può darsi anche si tratti semplicemente di una speculazione che non porta ad alcuna conclusione pratica, concreta o effettiva e vera. Possiamo definire ogni singolo atto che ci porta ad incuriosirci, come un semplice spreco di tempo. In questo posto pensare prima di agire diventa un’azione che porta alla stasi. Non esiste il valore che la propria capacità riflessiva aggiunge alla fisica di ogni movimento meccanico del nostro corpo, sia anche solo quello di un semplice sospiro di fronte ad un balcone al quale ogni Giulietta s’è affacciata per rispondere al proprio Romeo. Sembra non essere presente l’acuta dialettica di un “Mercante Veneziano” nel mercato di questo paese, qui tutto luccica maggiormente quando è rispolverato per più di una volta. Qui risiedono molte immagini vetuste. Necessita di un acuto lavoro d’analisi storica ogni ente e per gli oggetti concordo con chiunque afferma che in Italia il lavoro dell’archeologo è comune a tutti gli abitanti. Tutto ritorna, tutto si ripete, ma nonostante la disposizione non cambi, tutto è sempre diverso. Stupirsi di ciò che è ovvio, non sempre è sciocco, è semplicemente reale. In questo luogo l’agire stesso è un composto di tutta l’espressione individuale e collettiva di un individuo. Non esiste un sistema ordinato e consequenziale, non c’è una calssificazione standard. Posso ricondurre l’insieme di comportamenti ad un modello sociale, ma di per se non esiste un modello sociale comune anche tra gli individui di uno stesso e legittimo gruppo di persone appartenenti alla stessa classe sociale. Si capisce chiaramente che non vi alcun tipo di studio generale, tutto è concentrato sull’istante singolo, così come tutto è soggettivo, anche se molto spesso, si intende come soggettivo ciò che è relativo, in questa strana parte del pianeta. Dimentico volentieri che ogni azione relativa necessita di un dato costante o un indice generale ed oggettivo di relazione, meglio dimenticare questi sofismi matematici e disici per vivere in pace qui. Direbbe un qualsiasi giocatore Pascaliano: ”conviene fingere di non sapere onde mervaigliarsi del proprio conto, piuttosto che concludere e rimanere con l’amaro in bocca”. Da come si muovono le persone ed agiscono i loro più libidici sentimenti nei confronti di “Bacco, Tabacco e Venere” non appare evidente fin da subito il peso che Roma e le sue alte torri campanarie ha sulla cultura dell’individuo medio. Solo entrando nella reverenza di una famiglia locale, posso rimanere spesso interdetto da come morale ed uso comune spesso, qui, non coincidano. Un’estrema improvvisazione verso l’inaspettato. Così crescono le persone, così si colora il tempo del giorno e si incupisce la sera, tingendo la tela con  colori nettamente più “Crepuscolari”. Per ogni luogo esiste un verde, qui quello più scuro appartiene alle bottiglie che contegono il vino. Mentre il giallo colora i boccali di birra dello stesso splendore d’un raggio solare. Il miele diventa nettare alcolico. Il platino il riflesso della luce in un calice di vino bianco. Ombra di verità ombra di saggezza, ombra d’amore ombra di solitudine e dolce sconforto. Ogni ombra traccia la sagoma di qualcosa, ogni ombra contiene l’essenza di una storia. L’ombra di una bottiglia che contiene un vino passito d’uve rosse della ValPollicella, sembra racchiudere l’essenza di tutte le belle giornate che il colle su cui era posto il vigneto, ancora immaturo per la raccolta , ha poi riconsegnato a una coppia di amanti che lo stanno sorseggiando, su una terrazza illuminata e semi deserta di una bar, dove ancora una musica quasi impercettebile sta continuando a suonare dagli altoparlanti del suo sistema audio. Rimango sempre molto scettico, con una nota piuttosto arrogante ed un’altra invece che stona in un singolo apice di gelosia, quando incrocio scenari di questo genere. Non riesco a capacitarmi di come molto spesso, le persone bevano senza bere, o parlino senza realmente dire qualcosa, oppure di come stiano di fronte a quella bottiglia senza avere la minima percezione dell’uno e dell’altro. Meglio lasciare la sala di ogni spettacolo una volta che esso è finito, potrebbe essere svantaggioso trovarsi in prima fila quando quest’ultimo non corrispondeva a ciò che volevi realmente vedere. Continuo a muovermi per le vie del centro di questa città, continuo ad osservare tutto ciò che compare e scompare, giochi di luce ed ombra, sempre gli stessi ed i medesemi ovunque. Sento spesso queste parole uscire dalla bocca dei più. Mi piace sviscerare le persone a suon di domande, forse perchè mi piacciono le persone autentiche e le frasi fatte non mi sono mai state molto simpatiche. Spesso aiutano a mascherare le intense emozioni che che stanno velocemente portando alla rovina un “bel paese”. Questa sera, in cui la luna sorride some un gatto Persiano in un cielo d’un blu, che somiglia maggiormente ad un calamaio d’inchiosto, nel quale uno scolaro piuttosto creativo ha disegnato un sorriso con del bianchetto correttore, mi appare chiaro che non c’è amore quando non c’è scelta. Qui sembra che siano le persone stesse a non concedersela. Non capisco come sia possibile sorseggiare una birra fresca seduti sullo stesso muricciolo dove, molto probabilmente, uno scutore come Antonio Canova ha sorseggiato il suo calice di cabernet e non cogliere l’immensa ispirazione che una sera serena ed un panorama così vivace e vario, consegna nelle mani dello sculture. Non v’è meraviglia del proprio creato, non v’è valore reale nella propria storia. Dunque, Italia è espressione geografica. In Italia non esiste popolo, ma moltissime persone. Forse non è il caso di chiamarli italiani. Meglio chiamarli per il nome che i loro genitori hanno scelto per loro, quando ancora vivenano di qualche sogno leggero in più, rispetto ad oggi.
Tutto scorre troppo rapidamente, tutto cambia, quasi, improvvisamente. Mi sto muovendo e sto scorrendo attraverso un flusso intenso di immagini pazzesche. Strabilianti edifici in rovina, moderne abitazioni lussuose circondate da edere rampicanti, lanterne che illuminano corsi d’acqua vecchi come le montagne che limitano i confini di ciò che è Italia da ciò che invece inizia ad essere Germania. Chiacchero vivace, rido con amici di vecchia data e continuo a bere non curante dei postumi che tutto quest’alcol mi causerà tra poche ore. Si scambiano informazioni ed esperienze di posti molto distanti tra loro. Un amico Danese conversa con il compagno Olandese di mia sorella, caro amico mio di vecchia data e strabiliante creatore di situazioni stravaganti. Un caro amico sorride insieme a me mentre la conversazione sta prendendo una divertente piega di scherzi sulla natura afrodisiaca ed allucinogena di droghe leggere, di legale consumo in regioni al dilà dei confini alpini. Aprire la propria mentalità sembra non sia altrattanto possibile nel perimetro interno a questo grande arco montuoso. Mi scontro di continuo con pesanti portoni, che sbarrano palesemente l’ingresso in qualche dicastero d’ignoranza e potere. Pare sia impossibile anche per una piccola città non poter rimanere priva di simili palazzi. Spesso in questo paese si incotrano altari di cristallo. Ti permettono di vedere reliquie ormai decomposte di oscenità signorili e dominanti appartenti al passato, sul quale si stampa il mio volto sconvolto. Purtroppo ancora non abbastanza putrefatte per essere raccolte e buttate nel dimenticatoio del tempo e della storia. Passano due sorsi ed ho finito il mio drink, ora passiamo da un locale al prossimo. Non puoi fare a meno di bere, non esiste un attimo in cui i miei occhi non incorcino un altro bicchiere colmo per poi svuotarlo a suon di chiacchiere, sigarette e quant’altro. Meglio la botte vuota ... si può sempre riempire di qualcosa di migliore, anche se non sempre è garantito o possibile.

Mi siedo rattristato davanti alla finestra di un bar ed osservo incuriosito quei volti che illuminati da null’altro che semplice luce, si muovono in cerca del proprio interlocutore. Si scambiano opinioni su mode alimentari, seduzioni attraverso stili culinari e di abbigliamento. Si conotorcono immagini di reparti ospedaliari di chirurgia estetica con cliniche psichiatriche per recupero di anoressiche e bulimiche. Tutto in pochi istanti e nella più totale noncuranza dello scempio che il gusto per qualcosa di imposto porta sul corpo di chi schiavo subisce, pur avendo le armi necessarie per non portare più le catene meglio sostituite dallo stile così vivace di una conversazione che sinceramente non necessita di un intuito straordinario per capire che non porta a nulla che sia qualcosa di profiquo e di realmente interessante, per quanto, personalmente, mi riguarda ... Cerco di fare conversazione. Mi appiglio al classico tema: “taglio di capelli: oggi moda oppure semplice gusto?”. Non di certo un argomento che suscita interesse da parte mia, ma certamente da x si può arrivare a 1x che è sempre diverso da x. Giusto ed ovvio, perfetto e coinciso come sempre. Matematica, risolve sempre quello che normalmente non riuscirei a spiegare senza scrivere o discutere per ore, in pochi semplici segni comprensibili a tutti. Parlo con una donna, porta una maglietta dei Joy Division, brache nere, scarpe dallo stile Weimaraner ArbeitKlasse. Ha i capelli completamnente rasati, e porta un copricapo spesso utilizzato dalle giornaliste occidentali in reporatge sulle guerre Islamiche o in paesi devastati da un incomprensibile oscenità religiosa ed economica. Il commercio e la religione. Troveranno un modo per integrarsi senza più cozzare in innumerevoli moti distruttivi per tutti? Ricorda la Maddalena, ricorda chi si pente per non essere rimasta fedele alla sua indole, una figura unica di dignitoso sconforto. Un’immagine di acuta intelligenza e consapevolezza che il suo declino è stato sostituito dalla mancanza di qualcosa di impalpabile per chiunque abbia scoperto d’essere innamorato e non ne ha mai assaporato il gusto, mai ha potuto palpare o semplicemente carezzare l’opera del suo amore. Nelle sue parole, nelle sue descrizioni e spiegazioni, in tutti i gesti espressivi delle sue mani, del suo corpo, c’è quel chiaro messaggio di chi sa d’aver incontrato me stesso e che in me stesso ha trovato quell’angolo nel quale riporre tutte le verità che ancora pesano. Parlami di droga, parlami di moda, parlami d’affetto verso la musica e di una repulsione condizionata dal tuo tentativo di rimanere astinente dalle immagini dei tuoi peggiori incubi. Deforma i nomi in miti, chiama altri quando chiami e cerchi te stessa. Lo fai, bellissima creatura, lo stai facendo. T’ascolto mentre mi parli di qualcun altro, ma vedo esattamente nel tuo sguardo di chi stai parlando. Potrebbe essere realmente la storia di un amico quella che mi stai narrando, ma comune alla sua si sente il trasporto che ti unisce alle parole che suonano la vita di quest’altra persona, ora tra noi invisibile, ma nel verde chiarissimo delle tue iridi, ben evidente e visibile rimane che stai parlando anche di te stessa. S’illumina il tuo sguardo mentre cerchi disperatamente di andare a parare dove ti senti meno in pericolo, ma d’altronde sai che non puoi nascondere quello che sei, che sei stata, non riesci a mascherare la pena, il peso, il dolore. Si riesce a leggere tutto di te ma anche se è di facile intuzione la fine del racconto rimane comunque un piacere arrivare insime fino all’ultima lettera. Interessato interloquisco con te. Non ricordo il tuo nome, voglio chiamarti Marilena, si ti chiamo così. Marilena, addolcisce, quell’immagine più volte dipinta, di una donna in pena per aver amato il figlio di dio, irragiungibile ed elevato a tal punto che per raggiungerlo devi aspettare d’aver vissuto tutto l’arco del tuo tempo. Marilena non è Maddalena. Hai raggiunto troppo rapidamente il paradiso, e poche ore più tardi hai capito che per poter rimanere nell’alto dei cieli è indispensabile non saltare le tappe del tuo viaggio.  Marilena, ricordi un fiore meraviglioso che è sbocciato in un cumulo di sassi sporchi e di case in rovina. Marilena ricordi un giglio color lilla che beve la fresca acqua del Brenta alle ore più fresche d’una tiepida sera d’estate, mentre il sole scende tra le vette rocciose delle prealpi e si inabissa nel verde cupo della Valsugana.
T’ascolto e t’osservo. Ti scruto e mentre taccio comunque sai che ti sto chiedendo tutto quello che voglio sapere. Sei talemente vera e nitida che potrei stare ore a rimirare ed ascoltare tutto quello che mi stai dicendo. Mentre il tuo sillabare ogni parola trasmette il significato della tua vita. Ogni segno vocale è carico del tuo vissuto. Non mi sento in grado di giudicare ciò che sei, non riesco a essere distratto. D’altronde tra noi, Marilena, il cristallo non divide, ma contine, le lacrime che stiamo versando ogni giorno per noi stessi, per gli altri. Siamo il vaso di vetro che contine e nutre la nostra essenza, possiamo essere un incredibile varietà di fiori, siamo tutti diversi l’un l’altro. Non basta il settanta per cento d’acqua di cui siamo fatti, però, per nutrire la nostra intera bellezza. Forse, e tu Marilena me lo stai ricordando, per essere splendidi frutti del creato e del caso, come tu sei, bisogna aggiungere anche un buon venti per cento di lacrime, dolci o amare che siano. Ed è così che sento questo posto intero ...  Marilena, te lo sto dicendo, tu lo sai: tutto il vetro del mondo non basta per proteggere il fiore che sei, nemmeno sotto la geometria antiquata di una campana. Attraverso un vetro, attraverso uno specchio, attraverso un crtistallo, non ha importanza, d’altronde se consideriamo l’essere umano come una bottiglia, un bicchiere o un vaso, possiamo tranquillamente dedurre che non c’è molta differenza tra la composizione molecolare umana e quella invece composta dai maestri Veneziani per risultare un oggetto brillante sopra i nostri mobili domestici. Come il nostro aspetto, esso cambia sempre ma la sostanza rimane invariata, sono i contenuti che soggettivamente o meno ci piacciono oppure no e quelli, per forza di cose, col tempo mutano, e Marilena, se il risultato è ciò che vedo, invecchiare ti ha resa meravigliosa.
Mi dispiace ammettere che per tutti non sia così. A giudizio di alcuni, potrebbe non piacere a molti il sapore della mia essenza, nonostante stia facendo, in questo istante, del mio meglio, per riempire la mia anima di dolce nettare degli dei ... e vetro per attorno oppure no, in vino semper veritas.


F.M.

sabato 25 maggio 2013

The disappearing frame



Ogni parola è una cornice


There’s more to the picture
than meets the eye
Hey hey, my my
N. Young, My My, Hey Hey (Out Of The Blue)


Ogni parola è una cornice, a quanto pare. A voler essere più precisi: ogni tentativo di dire qualcosa, di comunicare – a se stessi o agli altri – un pensiero, un sentimento, un proposito; ogni frammento di linguaggio che, più o meno articolato, più o meno efficace, voglia descrivere un pezzo di mondo, fa qualcosa di tanto invisibile quanto essenziale: riconferma un orizzonte entro il quale quelle parole hanno senso per qualcuno. Difficilmente lo sposta, lo restringe, lo allarga. Diventare consapevoli di ciò è la via maestra per comprendere che come diciamo qualcosa è parte stessa di cosa stiamo dicendo: tratti apparentemente accidentali in comunicazioni sedicenti neutre, come il tono, il vocabolario utilizzato e – ancora di più – la combinazione delle parole, sono tutti elementi decisivi, che lo si sappia o meno; che lo si voglia o meno. Nulla di straordinario, si dirà: chiunque abbia avuto a che fare con se stesso o con altri essere umani per qualche tempo, ha vissuto esperienze più o meno traumatiche, legate al carattere eccedente di ogni discorso, al suo essere semplicemente quello che è – un insieme di parole, di segni sulla carta, di suoni – e al tempo stesso mostrare qualcosa che nessuna parola potrà spiegare, perché sarebbe una chiosa inutile o ridondante, un arrivare in ritardo ad un appuntamento decisivo. L’ha cantato bene Neil Young: «C’è più nell’immagine / di quando l’occhio possa vedere»; e se ogni parola è una cornice, una cornice che quando viene vista scompare, allora quel di più, quell’eccedenza, sarà il segno di una sconfitta inevitabile: chi voglia togliere la cornice, vedrà sbriciolarsi il dipinto tra le mani. Eppure, non possiamo fare a meno di dimenticarci di questa ovvietà, per gran parte della nostra esistenza.

Di tale, preziosa intuizione si è servito, in anni recenti, un linguista statunitense, George Lakoff, attento studioso del ruolo della metafora nella vita quotidiana di ognuno – quindi, del carattere poetico di ogni linguaggio, scientifico o ordinario che sia. Lakoff parla di “cornice” (frame) per indicare quello che noi abbiamo sommariamente indicato come orizzonte di senso e che, dal punto di vista delle sue applicazioni ed implicazioni politiche, risulta essere il vero campo di battaglia di ogni discorso che voglia convincere. Elettore e sostenitore del Partito Democratico, Lakoff vide il progressivo – e tutt’altro che progressista – piegarsi della retorica liberal alle parole d’ordine dei repubblicani, in particolare in occasione della campagna elettorale che portò al secondo mandato di George W. Bush, vittorioso sul democratico Kerry. Lo sconcerto e la preoccupazione di Lakoff furono grandi, non tanto – non solo – per la seconda affermazione del Presidente che aveva voluto gli interventi militari in Afghanistan e Iraq, infiammandoli con la benzina del fanatismo religioso delle sette protestanti americane; ciò che più preoccupava Lakoff, scienziato del linguaggio e cittadino, era la conquista, da parte dei repubblicani, del frame, della cornice di senso entro cui ogni discorso avrebbe dovuto inserirsi per essere anche solo ritenuto legittimo dalla comunità politica: una volta imposto il proprio frame come codice di riferimento per il dibattito pubblico, un movimento (politico, religioso, etc.) ha di fatto posto le basi per una facile vittoria, perché anche il discorso che voglia porsi come radicalmente alternativo, dovrà usare le sue parole – il suo tono, le sue metafore – per essere ascoltato. Riconfermando, con ciò, il discorso del vincitore. È quanto accadde, a detta di Lakoff, alla parola “libertà”, tanto cara all’immaginario statunitense: una parola complicata, che si dice in molti modi e viene usata da persone con convinzioni e atteggiamenti molto diversi, prestandosi allo scontro retorico per la supremazia “di sfondo”. Chi riesca a persuadere la società civile della bontà del proprio concetto di libertà, avrà vita facile a condurre i giochi politici e a mostrare il carattere “illiberale” dell’avversario. Questi, da parte sua, nell’immediato potrà solo cercare di limitare i danni e cominciare un lungo lavoro contro-culturale, per provare a cambiare cornice – e a dipingere, quindi, uno scenario differente. Sì, perché è vero che il carattere inapparente del frame, il suo scomparire nelle parole che incornicia, lo rende difficile da riconoscere e quindi quasi inattaccabile; eppure, in quel “quasi” c’è molto: c’è il logorarsi delle parole che pensavamo eterne, c’è lo slittamento semantico, il mutar di senso di vocaboli e concetti, dal momento che questi sono pur sempre parte di una forma di vita, di scontri e incontri, condizioni economiche e sociali, bisogni e desideri privati o pubblici (sempre di più: privati e pubblici). Ogni cornice, anche la più bella, anche la meno visibile, può presentare alla lunga delle crepe.

Incontrandoti per strada, ascoltando una canzone, mangiando con le mani, ripensando al tempo trascorso e accorgendomi che le cose non erano andate esattamente così come avevo pensato fino al giorno prima, ascoltandoti o lasciandomi guidare da un’esitazione dello sguardo, posso anche rinunciare a convinzioni che, all’improvviso, mi sembrano di comodo, accettate per abitudine o per paura. Sembra dirci questo, George Lakoff. 
Sembra cantare questo, Neil Young.

Hey hey, my my.


M.P.



Da leggere            George Lakoff, Don’t Think Of An Elephant! (2004) (tr. it. di B. Tortorella, Non pensare all’elefante!, Fusi Orari, Roma 2006)
                                George Lakoff, Whose Freedom? The Battle Over America’s Most Important Idea (2006) (tr it. di V. Roncarolo, La libertà di chi?, Codice edizioni, Torino 2008)
Da ascoltare          Neil Young, My My, Hey Hey (Out Of The Blue), da Rust Never Sleeps (1979)
Da vedere             Hal Ashby, Harold e Maude (USA, 1971)

martedì 30 aprile 2013

“Convenire ex nobis cum nostris quattuor facies.” ( Dialgo con le nostre quattro persone)



Kalle, Bjorn, Lundmaar e Fredrik. Quattro come quattro sono i nostri peggiori timori, quattro come quattro sono le nostre principali paure. Quattro perché ognuno di loro può sembrare una di esse guardandoli. Quattro perché è quattro il numero della fine per tutti gli occidentali. Quattro perché è la sintesi dei nostri mali. Quattro perché sono le nostre dimensioni, anche se undici sono dimostrate, quattro ne percepiamo. 

Kalle, castano, dai lunghi capelli mossi, dalla robusta struttura fisica e dotato di una buona altezza. Bello, di vent’anni. Il suo viso ricorda quello di un angelo, che scivolato si chiude nel dolore dell’inferno, ma rimane pur sempre, Lucifero, bello intelligente, seppur nell’invidia. Dalla pelle chiara, dallo sguardo vitreo, sebbene gli occhi siano castani, quasi verdi. Dalla bravura immensa nella musica, dalla scarsa autostima. Dall’odio più profondo, per se stesso, a volte, per gli altri. Si esclude dal parlare come se fosse una pestilenza la sua voce. Come se fosse un incurabile morbo tutto ciò che pensa. Chiuso e silenzioso come un virus, certamente freddo, ma capace di scaldare come un’ infezione. Kalle, d’immancabile ausilio al mondo, per capirlo. Kalle, come il tempo può spurgare ogni malessere, come il tempo invece annienta nella cancrena ogni essere vivente. Kalle nella sua malattia la nostra vita. Lundmaar, magro fino alle ossa. Si riescono a scrutare, guardando nella sua pelle dalle sue braccia. Lunghi capelli castani, biondi un tempo, forse. Gli occhi verdi, il viso scavato dalla fame, dai pensieri sulla vita, dallo studio di essa, dal proporre una cura per se stesso e per gli altri. Tanto lunga la sua esistenza sul mondo, tanto la lunghezza della sua chioma. Consumato dai bruciori gastrici per ogni centimetro di ogni suo capello. Come tutti noi, con tal ulcera, al posto suo, già li avremmo persi tutti. Fine e magre le dita delle sue mani, scavate le fosse degli occhi. Quasi blu la sua carne, per via dell’evidenza delle sue vene, rossa solo la sua bocca, come del sangue che solo li si percepisce scorrere. Bocca usata per proferir parola, sapienza, conoscenza, come dolore su di esse. Ordinato nella sua figura, come un medico, che cura se stesso, tralasciando gli altri. 
A volte, perfino soffocandoli sotto la sua presenza. Cercandoli poi, nell’ora della sua riconciliazione, discontinua quanto la sua fame. Lundmaar, il cui nome si associa alla caverna dove rimane il suono della sua musica. Quell’ombra di chi non vede nulla e non sente il sapore di nulla da sempre. Il suo trono di ghiaccio dal quale canta sui morti. Bjorn, dalla pelle abbronzata e scura, come di un uomo che vive nel vortice di ogni impulso. Dagli occhi castani, più chiari dei suoi capelli, tagliati come la chioma dell’elmo di Ares dio della guerra. Dal fisico longilineo, ma nerboruto, come solo la furia disegna un uomo. Strano Bjorn, affascinante ma non bello. Pesante ed immensa la sua collera, rivelata al mondo, dalla sua frenesia, dal suo vitale scompiglio, dall’alterarsi continuamente, dall’andare e dal venire, dal non ascoltare nulla, dal seguire se stesso fuggire come un nemico sul campo di battaglia. Dall’inseguire la gloria, abbattendosi sul mondo, nemico di ogni suo pensiero. Dal brindare come una divinità alla corte di belle donne, quasi come dee, quasi come immortali, nella sua memoria. Di facili conquiste, brama e vizio si mescolano nel fumo e nel suo amore per il verde e per la natura. D’animo chiaro e deciso, come il rombo di un’esplosione. Come il sincoparsi del suono della sua chitarra elettrica. Dal piacere nell’eccitare tutti in una smorfia violenta spontanea quando si ascolta la sua presenza. Dall’ira viene investito chi sente il suo urlo, chi rimane con lui, si sacrifica in una guerra totale, che non lascia altro che la gloria della propria morte. Morte, Fredrik, il suo specchio. Nulla di più appropriato che il becco d’un corvo che lo annuncia, per descrivere la sua bocca, dai denti d’un lupo formata. Non uno di dritto. Dal naso ambiguo e rotto, come d’un teschio, dal sorriso di lei, nella sua danza macabra. Dai capelli lisci lunghi e scuri. Dalla pelle cianotica d’inverno e rossa ed abbronzata d’estate. Scivoloso ed agile nell’essere sempre accanto a chi vuole portare via nell’ombra. Alto eppure piegato, quasi gobbo, perso ed attento, intelligente e scemo. Vivace e arcigno. Altero e spensierato. Riflessivo ed impulsivo. Vivo ma morto. Fredrik, disgrazia per lui e per gli altri. Insieme d’essere e non essere. Teschio bianco con carne ed occhi color castano. Lineamenti dolci e freddi. Odioso alla luce ma amante del biondo come il sole. Adorabile e sincero, come falso e tagliente. Serpente sia per saggezza che per male. Bestia sia per cattiveria che per libertà. Spietato e appassionato. Come chiunque sia morte ma respiri. Fredrik, colui che scrive del senno e ne agisce il contrario. Fredrik, colui che suona bene quello che fa schifo. Fredrik colui che s’ingegna nelle scienze come colui che ne disprezza i risultati. Fredrik, la fine di tutto e niente. Come una domanda che ha in testa e che si conclude con la stessa ad ogni risposta. Morte e nient’altro è Fredrik che vi attende mentre aspetta se stesso. Chinato forse mentre piange e ride del tempo, come un teschio che non può serrare le labbra.

Quattro storie, per quattro uomini. Quattro racconti per ognuno di loro. Ma è pur vero che in fine, è sempre uno per tutti e tutti per ogni racconto. Si parla di uomini e donne.


F.M.