cinque ragazzi. cinque ragazzi per cinque argomenti: letteratura, arte, musica, cultura e non solo... cinque argomenti in "cinque righe": il pentagramma, un progetto che si propone di accendere la curiosità del suo lettore suggerendo semplici spunti di interesse generale. Discorsi intrecciati l'un l'altro come note musicali che cercano l'armonia uniti dalla stessa "chiave".
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sabato 13 aprile 2013

Non il solito articolo su Paranoid Android

Dovendo scrivere un articolo di musica sulla paranoia, e non essendo i Black Sabbath propriamente il mio genere, il pensiero va subito a quel strano capolavoro dei Radiohead, Paranoid Android.  
Uno dei brani più riusciti da parte della band di Thom Yorke tratto dal loro ultimo album prima della sperimentazione elettronica, la pietra miliare Ok Computer. Una canzone, anzi più canzoni fuse in un unico brano che non sembra avere né capo né coda, ma che spiazza nei suoi sei minuti abbondanti in cui musicalmente succede di tutto, ma in modo armonico. Sto ascoltando Paranoid Android  sullo stereo, sono arrivato al punto in cui la musica si fa quiete dopo la tempesta con la voce di Thom Yorke che lamenta “Rain down, rain down, come on rain down on me” con i cori di sottofondo, di qui a poco ricomincerà la tempesta musicale… Ma mi accorgo che io in realtà un articolo sui Radiohead non lo voglio scrivere. Non che sia un gruppo che non mi piace, anzi, Pablo Honey è uno dei miei album preferiti; il mio apprezzamento, o per meglio dire la mia conoscenza della band si ferma però ai primi tre album, prima del passaggio alla musica sperimentale, il mio giudizio quindi non può che essere parziale.

Ma dato che un articolo di musica bisogna farlo, perché invece di sprecare parole per una band sulla quale sono già  stati scritti fiumi di inchiostro (e da pulpiti ben più competenti!) non parlare di un gruppo poco conosciuto scoperto per caso? Tolgo Ok Computer dallo stereo e prendo un cd acquistato ad un concerto, Crowd Surfing il suo titolo. Loro sono gli Heike has the Giggles, trio di ragazzi romagnoli poco più che ventenni scoperti per caso un sabato sera qualunque. Emanuela alla voce e chitarra, Matteo al basso e Guido alla batteria sono tre ragazzi come tanti altri, tre ragazzi universitari con la passione per la musica. Tre, il numero perfetto per chi vuole fare musica senza fronzoli (Police e Nirvana docet). Perché negli Heike has the Giggles nulla è superfluo, tutto diventa essenziale; la loro musica è disarmante nella sua semplicità, pochi accordi ma mai banali, giri di basso accattivanti e una batteria semplice ma che non vi farà mai rimanere fermi. Ma soprattutto lei: Emanuela. 



Frangettona sulla fronte a coprirle quasi interamente il viso, i piedi sempre a seguire un movimento tutto particolare e tutto suo; e poi, la sua voce: per gli amanti del rock al femminile qualcosa di imperdibile, raro trovare una voce così pulita in una ragazza che canta il rock. Ottima la pronuncia e affascinante quel particolare ansimare all’inizio e alla fine di ogni frase (ascoltare We All e Breakfast per capire). Negli Heike has the Giggles, nonostante i soliti tre accordi, c’è comunque varietà: pezzi energici come I Wish I Was Cool e Robot, brani dal sapore adolescenziale come Dear Fear e Crowd Surfing, ma anche canzoni più studiate come le bellissime M.Gondry e Time Waster, senza dimenticare i momenti più toccanti di NextTime e I Don’t Know.
Spero che molte altre persone, come me, possano scoprire per caso gli Heike has the Giggles. Magari pensando di leggere un articolo sui Radiohead.



M.F.



Ascolto consigliato:
Heike has the Giggles, Crowd Surfing (2012)
Heike has the Giggles, Sh! (2010)
Radiohead, Ok Computer (1997)

sabato 2 marzo 2013

La sfida di Aron Ralston

Canyonlands National Park. 
È tutta la settimana che Aron Ralston, ingegnere ventottenne della Intel, ci pensa: finalmente quel giorno è arrivato. 
Sabato 26 Aprile 2003, una bellissima giornata primaverile, l’ideale per un’escursione nei desolati canyon dello Utah. Una borraccia d’acqua, un paio di sandwich, il walkman, l’immancabile videocamera, una torcia, un coltellino, una corda: lo zaino è fatto. Aron Ralston ha già pianificato tutto, il posto dove lasciare la macchina, l’itinerario da seguire, la meta finale: il Blu John Canyon, gole strettissime nel deserto di terra rossa, uno spettacolo della natura. Aron ha questa grande passione per l’estremo, per le arrampicate, le escursioni sulla neve, il contatto con la natura selvaggia, non a caso uno dei suoi libri preferiti è Into the wild. Tutto questo ad Aron piace farlo da solo, lui e la natura, nessun altro a disturbare i suoi pensieri, nessun altro a coprire il rumore dei suoi passi e del suo respiro affannato. Come sempre, per aggiungere fascino alle sue avventure, anche questa volta non ha lasciato detto a nessuno dove andava. Per sua stessa ammissione, sarà l’errore più grande della sua vita.



Musica in cuffia, Aron Ralston intraprende la sua gita; si arrampica tra le rocce erose dai millenni e dalle piogge torrenziali, si infila nei cunicoli alla scoperta di scenari spettacolari, sempre con la videocamera in mano. Vuole esplorare il Blue John Canyon per qualche ora, poi ritornerà alla macchina prima dell’imbrunire. All’improvviso l’imprevedibile: Aron vuole scendere in una gola stretta, per farlo si aiuta reggendosi ad un masso di forma circolare che si è incastrato tra le pareti della gola, portato dalle piogge torrenziali; il masso però non regge al peso del ragazzo, venuto meno l’appoggio Aron cade ma trascina con sé la roccia che va a schiacciare la sua mano destra contro la parete del canyon. Un dolore lancinante, la mano lacerata; ma questo è nulla, il problema è che Aron non riesce a muoversi da quella posizione, il masso ha incastrato la mano ed è troppo pesante da sollevare. Il panico non fatica a farsi strada nella mente del ragazzo, le sue grida di aiuto sono inutili, è in mezzo ad un deserto di roccia. Con il coltellino Aron prova a scalfire la pietra, ma è troppo dura e la lama troppo piccola, la disperazione sempre più grande. La notte ormai è alle porte, il freddo si fa più pungente e il ragazzo sa bene che prima di domattina le ricerche non inizieranno, ricerche tra l’altro affidate al caso dato che Aron non ha detto a nessuno dove andava.




Non resta altro che provare a dormire, ma come fare in quella posizione? Aron è costretto a restare in piedi, prova ad appoggiare la testa sul braccio ma il dolore e il freddo lo svegliano ogni cinque minuti, puntualmente scanditi dalle continue occhiate all’orologio da polso. Dopo un’eternità, ecco rispuntare la luce del sole, ma solo la luce dato che la piccola porzione di cielo che Aron intravede dalla sua posizione (“la mia finestra sul mondo”) permette ai raggi solari di penetrare solo per pochi minuti. Un’occhiata allo zaino e lo sconforto sale ancor di più, poca acqua e pochissimo cibo.
Domenica pomeriggio. Sono ormai ventiquattro ore che Aron è in questa situazione, decide quindi di affidare le sue ultime strazianti emozioni alla videocamera nella speranza che i suoi genitori e i suoi amici possano un giorno ricevere il suo messaggio d’addio. Il sole scende ancora una volta all’orizzonte, forse per l’ultima volta. Invece no, il tepore dell’alba di lunedì riscalda il corpo del ragazzo, una nuova giornata è iniziata; Aron comincia a conservare la sua stessa urina in vista dell’esaurimento dell’acqua, il cibo ormai è finito.

ARON RALSTON R.I.P. 75-03, queste le lettere scalfite nella roccia da Aron in un momento di sconforto. La sfida contro la natura diventa ora una sfida contro sé stesso. No, non si può morire in questo modo a soli ventotto anni, bisogna prendere una decisone, e alla svelta. Le possibilità di un aiuto esterno sono minime, anche se un elicottero dovesse perlustrare la zona la gola è troppo profonda e stretta per farsi vedere; resta solo un’alternativa: andarsene da lì con le proprie gambe. Ma il modo per andarsene è uno solo…
La mano di Aron ormai è completamente insensibile, di un colore violaceo inguardabile, carne morta ancora attaccata ad un corpo vivo. Prova ad infilare la lama del coltellino nel braccio bloccato, ma riesce a malapena a scalfire la carne e di certo non potrà mai superare l’osso; con estrema lucidità e sangue freddo, facendo perno sul masso Aron si spezza l’avambraccio destro…”Toc”, un rumore sordo che riecheggerà per sempre nelle sue orecchie. Ma il lavoro è solo all’inizio: il coltellino per giunta ha la lama spuntata, quindi Aron deve procedere chirurgicamente ed elidere uno ad uno i tessuti e le vene che tengono legata la mano al braccio, solo a scriverlo il mio stomaco va in subbuglio. Con incredibile forza d’animo e coraggio, finalmente, Aron Ralston si è liberato da quel masso che lo teneva imprigionato da cinque giorni, ma una parte di lui resterà lì per sempre.

Oggi Aron Ralston cammina, corre, nuota, abbraccia sua moglie, tiene in braccio suo figlio, tutto grazie al suo nuovo braccio meccanico con il quale può sfidare ancora la natura, la sua grande passione.
Una volta ha scritto Paulo Coelho: “Una settimana è un periodo più che sufficiente per decidere se vogliamo accettare il nostro destino”; ad Aron Ralston sono servite 127 ore.



M.F.


Visione consigliata:    127 ore (2010), di D.Boyle.
                           Desperate days in Blu John Canyon, documentario della NBC trovabile anche su YouTube.
                               

sabato 2 febbraio 2013

La vita senza colori di Emilio Salgari

Le tenebre avvolgono il golfo del Messico. Una piccola imbarcazione, con due soli uomini a bordo, emerge dall’oscurità: “Uomini del canotto! Alt o vi mando a picco!”. La voce metallica, tonante, arriva da una grossa fregata, che i due non tardano a riconoscere per una nave corsara, la Folgore. Riconosciuti presto i compagni, i due uomini ora si trovano di fronte a chi li ha accolti con quella frase minacciosa. “[…] era vestito completamente di nero e con un’eleganza che non era abituale tra i filibustieri del grande golfo del Messico; […] portava una ricca casacca di seta nera, adorna di pizzi d’egual colore, con i risvolti di pelle egualmente nera. […]  Anche l’aspetto di quell’uomo aveva, come il vestito, qualche cosa di funebre, con quel volto pallido, quasi marmoreo[..].”
I due uomini del canotto sono due corsari sfuggiti per miracolo agli spagnoli da Maracaibo: l’uomo vestito di nero intuisce subito come sono andate le cose:
“Me l’hanno ucciso, è vero?”
“Chi?”
“Mio fratello, colui che chiamavano il Corsaro Rosso.”
“Si comandante. Lo hanno ucciso come vi hanno spento l’altro fratello, il Corsaro Verde.”

Emilio di Roccabruna signore di Ventimiglia, noto come il Corsaro Nero, non è un pirata come gli altri: è diventato corsaro non per la sete di denaro, non per sfuggire a qualche condanna, ma solo ed esclusivamente per uccidere Wan Guld, governatore di Maracaibo, e vendicare così la morte del fratello maggiore. Ora che quello stesso uomo ha impiccato anche il Corsaro Rosso, il Conte di Ventimiglia giura sulla salma del fratello che non troverà pace fino a che non avrà sterminato Wan Guld e tutta la sua famiglia. Il destino però sarà ancora una volta crudele con il Corsaro Nero…

Il ciclo di romanzi dei corsari di Salgari, che si apre con Il Corsaro Nero, è un’epopea avventurosa che appassiona e coinvolge il lettore dalla prima all’ultima pagina; i cinque romanzi del ciclo (nell’ordine Il Corsaro Nero, La regina dei Caraibi, Jolanda la figlia del Corsaro Nero, Il figlio del Corsaro Rosso, Gli ultimi filibustieri) sono un’escalation di colpi di scena, avventura, azione, divertimento. Si passa dalle smargiassate dei corsari (Carmaux, Wan Stiller, Moko, il basco Mendoza, ma su tutti voglio citare il guascone Don Barrejo) alla sete di vendetta e alla triste figura del Corsaro Nero, al fascino del figlio del Corsaro Rosso, gli assedi e i combattimenti, gli inseguimenti nella foresta piena di insidie e bestie feroci, e perché no le storie d’amore.

Salgari ci fa sentire la brezza del Golfo del Messico, i cannoni tonanti di Maracaibo, Panama e Gibraltar, ci fa conoscere la foresta attraverso i suoi animali, le sue piante, i suoi abitanti…tutto questo senza aver mai visto questi posti, ma passando ore tra le enciclopedie e gli atlanti della biblioteca civica di Verona.
La vita di Salgari, al contrario dei suoi romanzi, è un racconto molto triste fatto di miseria, tragedie familiari, insuccessi. Non riesce ad entrare nella Marina come avrebbe voluto, e lui che racconta storie di tempeste, abbordaggi, manovre impossibili si è imbarcato solo per qualche addestramento lungo l’Adriatico. Cerca di mettere a frutto la sua immensa fantasia e passione per l’esotico ed inizia a scrivere romanzi d’appendice pubblicati a puntate; vuoi l’inesperienza, l’incapacità o la sfortuna, nel corso della sua vita Salgari non potrà mai godere dei successi delle sue pubblicazioni, ma finirà tutto nelle mani (e nelle tasche) delle case editrici. Ad un certo punto, per onorare i contratti in cui si è impegnato, Salgari è costretto a scrivere ad un ritmo insostenibile di tre pagine al giorno, tutti i giorni: detto così non sembra nemmeno qualcosa di impossibile, ma dietro alle tre pagine ci sono ore di documentazione sugli atlanti e le enciclopedie, notti insonni passate a lavorare di immaginazione alla ricerca di nuove trame, e nemmeno il tempo per rileggere le bozze. A questo va aggiunto il precario stato di salute della moglie, Ida Peruzzi, che verrà rinchiusa in un manicomio, e ancor prima il suicidio del padre nel 1889.

Il 25 aprile 1911 Emilio Salgari esce di casa con un rasoio. Lo trovano privo di vita, con la gola e il ventre squarciati. Ha lasciato tre lettere, una ai figli, una agli editori ed una ai direttori dei giornali per cui scriveva; quella lasciata agli editori si commenta da sé:

“Ai miei editori: a voi che vi siete arricchiti con la mia pelle mantenendo me e la mia famiglia in una continua semi-miseria od anche di più, chiedo solo che per compenso dei guadagni che io vi ho dato pensiate ai miei funerali. Vi saluto spezzando la penna.”

A quei (spero pochi) malaugurati che non hanno letto Salgari da ragazzi, consiglio vivamente di farlo ora. Perché i suoi romanzi mantengono il loro fascino a tutte le età, e caro Emilio anche se ti hanno fatto spezzare la penna noi non smetteremo mai di navigare tra le onde del Golfo del Messico  a bordo della Folgore.



Lettura consigliata: Emilio Salgari, Il Corsaro Nero, 1898. E una volta letto questo, tutti gli altri!
                              



M.F.

Storia di un foglietto giallo

“La mia scoperta era una soluzione in attesa di un problema da risolvere”
                                                                                                          Spencer Silver


È un foglietto di carta, originariamente giallo (ma ormai lo si trova di qualsiasi colore)…ci si scrive sopra un appunto e lo si attacca e stacca a piacimento; forse non tutti lo sanno, ma dietro all’invenzione del Post-it (perché può sembrar banale ma è stata una vera e propria innovazione) c’è una storia molto curiosa.

La 3M è una grande impresa americana che da più di cent’anni fa dell’innovazione il suo punto di forza. Nel 1968 un ingegnere della 3M, Spencer Silver, deve creare un super adesivo che faccia presa su qualsiasi superficie; la formula elaborata da Spencer però non funziona: l’adesivo effettivamente aderisce a qualsiasi superficie, ma altrettanto facilmente si stacca. Che farsene quindi di un adesivo che si attacca e si stacca senza sforzo?
Passano gli anni, la scoperta di Spencer viene accantonata. Art Fry, collega di Spencer, era famoso per le sue doti canore; cantava ogni domenica nel coro della chiesa,e puntualmente ogni domenica perdeva la pazienza per un banale problema: i foglietti inseriti nel libro dei canti come segna pagina cadevano inesorabilmente, facendo perdere ogni volta ad Art un sacco di tempo nella ricerca della pagina del canto a quel punto già iniziato. Una di queste domeniche, dopo una serie di canti persi per la ricerca della pagina, Art ha un’illuminazione: “Durante il sermone cominciai a pensare all’adesivo inventato da Spencer cinque anni prima…se fossi riuscito in qualche modo ad applicarlo ai foglietti di carta avrei risolto il mio problema”. Lunedì Art si precipita al lavoro di buon’ora, chiede un campione dell’adesivo inventato da Spencer e inizia a lavorarci su; applica la colla speciale solo sulla parte superiore del foglietto, di modo che attaccandolo alla pagina ne uscisse un lembo senza colla che si poteva prendere facilmente. Il suo problema era risolto, ora poteva attaccare i foglietti di carta nelle pagine dei canti scelti quella domenica e, la domenica successiva, toglierli e riattaccarli nelle pagine dei nuovi canti.
Ma  non finisce qui. Un giorno Art deve lasciare un appunto al suo superiore; scrive su uno dei suoi foglietti, lo porta nell’ufficio del capo e lo attacca alla scrivania: il foglietto con la colla non è utile solo come segnalibro, ma è perfetto anche per scrivere dei promemoria.
In realtà le cose non andarono così lisce come può sembrare, Art e la 3M ci misero 18 mesi prima che il prodotto potesse essere efficace in quanto sorsero una serie di problemi tecnici, tra i quali quello di fare in modo che l’adesivo applicato, una volta staccato dalla superficie, rimanesse incollato sulla carta.
Il Post-it non è un banale foglietto di carta: è la prova evidente che anche da un errore può nascere qualcosa di buono, o la prova che  la fortuna esiste e bacia i più strambi.
In ogni caso bisogna fare un ringraziamento all’invenzione dell’utile oggettino, perché se non fosse stato per i Post-it a quest’ora non avrei fatto un sacco di cose per colpa della mia memoria disorganizzata, e chissà quante occasioni mi sarei lasciata scappare.

Quindi grazie Spencer, grazie Art.

Non lo si può immaginare il mondo senza Post-it, soprattutto senza quelli gialli!


M.F.
G.G.

sabato 15 dicembre 2012

Una croce sopra i Nirvana

Ho visto da poco uno spezzone di 12.12.12, il concerto svoltosi a New York in ricordo delle vittime dell’uragano Sandy. Sorpresa della serata è stata l’inattesa “reunion” dei Nirvana con Paul McCartney alla voce. Ora, io sono sempre contrario a queste reunion, quando il leader di un gruppo ci lascia per miglior vita è bene che il gruppo di cui era l’anima fondante muoia con lui; i grandi gruppi fanno così, i grandi gruppi sono formati da grandi musicisti che sanno proporre qualcosa di nuovo, ripartire da 0. I Nirvana (anche se suona strano chiamarli così) e Paul McCartney quella sera hanno suonato una sola canzone, inedita tra l’altro, e che niente ha a che fare con la storia passata del gruppo; per questo io mi rifiuto di chiamarla reunion ed anche solo lontanamente pensare che una cosa simile sia realizzabile. Preferisco considerarla come una performance in ricordo dei vecchi tempi tra vecchi amici e compagni di vita.
Rivedere sullo stesso palco Dave alla batteria, Krist al basso e, perché no, Pat alla chitarra è stata comunque una cosa emozionante. E tutto questo mi ha fatto tornare alla mente quanto abbia amato (e ancora ami) questo gruppo; così mi sono divertito a buttar giù X motivi per i quali considero i Nirvana il miglior gruppo musicale di sempre.
I) Aneurysm. È la canzone perfetta, quella che più di ogni altra contraddistingue i Nirvana; c’è tutto, l’intro classica della chitarra di Kurt (come in Smells Like Teen Spirit e Rape Me), la raffinata melodia della strofa, l’incredibile energia del ritornello fino all’intermezzo musicale dove Krist e Dave si legano magnificamente. E pensare che questo capolavoro è uscito come B-side (di Smells Like Teen Spirit).
II) Pain. Le canzoni di Kurt Cobain sono lo specchio della sua anima; mai in nessun altro gruppo sono riuscito a trovare una simbiosi così perfetta tra le canzoni e il suo autore. Ascoltando le canzoni dei Nirvana è possibile ripercorrere la parabola discendente dello stato d’animo di Kurt: tra Nevermind e In Utero c’è un abisso, nel quale Kurt è caduto. Ma il dolore, quello vero, lo sentiamo nell’ultima canzone che Kurt ci ha lasciato postuma, quel “pain” gridato tra rabbia e disperazione.
III) Dave Grohl. Considerato (non solo da me) il miglior batterista di sempre, ha dato un contributo fondamentale al successo dei Nirvana. Vederlo nei live scatenato dietro alla batteria con i capelli lunghi a coprire il viso trasmette un’energia incredibile. Uno così non sarebbe rimasto a lungo dietro alla batteria, tanto che il primo album dei Foo Fighters è composto interamente da canzoni scritte da Dave durante il periodo in cui era con i Nirvana. Ed è encomiabile il fatto che con i Foo’s Dave abbia proposto qualcosa di diverso dal sound dei Nirvana, senza tra l’altro suonarne mai una canzone nemmeno nei live. Prova evidente del grande musicista che rappresenta.


IV) Smells Like Teen Spirit.La canzone simbolo dei Nirvana che li ha catapultati nel mainstream musicale. Tutti la conoscono, tutti la vogliono sentire, e per questo i Nirvana hanno cominciato ben presto ad odiarla, tanto da non proporla più nei propri live. Capitava di sentire l’intro di Kurt, l’attacco della batteria ma poi interveniva sempre Krist “Oh, we skip that one!” . In ogni caso, non è possibile negare l’assoluta perfezione di questa canzone, tanto che più di una volta mi è capitato di provare un’invidia enorme verso quei pochi (inconsapevoli) privilegiati che la sentirono per la prima volta quella sera del 17aprile 1991 all’Ok Hotel di Seattle quando i Nirvana non erano ancora nessuno.
V) Live at Reading 1992. Il miglior concerto dei Nirvana, all’apice della loro forma. Memorabile l’intro di Kurt in sedia a rotelle con tanto di camice ospedaliero e parrucca bionda presentato da Krist; ma una volta finita la gag e presa la chitarra, sono oltre 90 minuti di delirio puro, con la classica devastazione di strumenti e palco come ciliegina sulla torta. Una delle serate più indimenticabili dei Nirvana, tanto che ad agosto 2012 Dave Grohl proprio al Reading festival per la prima volta ha dedicato una sua canzone (“These Days”) ai suoi vecchi amici in ricordo di quella serata di 20 anni fa (“..I ‘d like to dedicate it to a couple of people who could have been here tonight…this song is for Krist..this song is for Kurt..”).
VI) Mtv Unplugged in New York. Non è facile per una rock band proporre le proprie canzoni in una chiave diversa, acustica, ma soprattutto non è facile farle altrettanto bene come nei classici live. L’unplugged dei Nirvana ad Mtv è qualcosa di unico, dove il gruppo veste il suo abito più dolce contro ogni aspettativa. Considerata da Kurt una delle serate più belle della sua vita.
VII) Sappy. Una delle canzoni più amate da Kurt, che inspiegabilmente non è mai stata pubblicata in nessun album ufficiale dei Nirvana fino all’uscita del cofanetto With the Lights Out del 2004. È una delle canzoni sulle quali Kurt ha lavorato di più, scritta originariamente nel 1987 e modificata ripetutamente (anche nel titolo, da Sad a Verse Chorus Verse che poi sarà il titolo di un altro brano, a Sappy nel 1993) e che compare misteriosamente come traccia nascosta nella raccolta di beneficenza “No Alternative” del 1993. Insieme alla sopracitata Aneurysm è una delle canzoni più belle dei Nirvana. Da ascoltare la prima versione struggente intitolata all’epoca Sad.
VIII) Krist Novoselic. Di primo acchito può sembrare il meno importante del gruppo, oscurato dalla presenza di due mostri sacri come Grohl e Cobain, ma i Nirvana senza Krist non sarebbero comunque i Nirvana. Grande intrattenitore del pubblico nei live e nelle interviste, insieme a Dave rappresentava forse la parte “allegra” dei Nirvana come giusto contrappeso alla malinconia di Kurt.
IX) Kurt e Courtney. Redivivi Sid e Nancy, Kurt e Courtney sono stati una coppia che ha fatto molto parlar di sé. Coppia male assortita forse, di certo la loro relazione non ha fatto che peggiorare la situazione di Kurt tanto che molte malelingue la indicano come la causa principale del suo suicidio (per non parlare delle infinite dispute legali con gli ex Nirvana sui diritti degli inediti del gruppo). Non si può però negare che dal punto di vista artistico siano la migliore coppia della musica rock, e mi capita ancora di sognare un loro concerto insieme.
X)…propongo ad ogni fan dei Nirvana di scrivere il punto X…


M.F.

Le X scene più belle del cinema del XX° secolo


Premessa: come tutte le classifiche, anche questa è personale e provvisoria. Non nego che vista la vastità delle possibili scelte io stesso potrei riscriverla X volte in modo diverso.

# 10 – Un giorno di ordinaria follia (J.Schumacher, 1993). Il giorno di ordinaria follia per Bill (Michael Douglas) inizia in un afoso tardo pomeriggio estivo imbottigliato in mezzo al traffico. Il caldo è insopportabile, la coda infinita non va avanti, tutti continuano a suonare il clacson e ad urlare, le mosche non danno tregua…c’è solo una cosa da fare: lasciare lì la macchina e andare a casa a piedi! “Ehi, dove crede di andare lei?” “Vado a casa!”.



# 9 – Il pianeta delle scimmie (J.F.Schaffner, 1968). La prima volta che vidi il finale di questo film restai di stucco. Sarà che quando guardo un film non mi chiedo mai cosa potrà succedere, ma ingenuamente non mi era nemmeno passato per la testa che fosse successo veramente. Straordinaria l’ultima inquadratura che allarga lo zoom fino a svelare il mistero della disperazione dell’uomo.

# 8 – Salvate il soldato Ryan (S.Spielberg, 1998). La scena dello sbarco in Normandia è forse la più cruda e veritiera scena di guerra mai realizzata, che non può non scuotere lo spettatore; dall’apertura dei portelloni dell’imbarcazione alla pioggia di proiettili è un crescendo di violenza, dolore, morte fino alle inquadrature di corpi martoriati e dell’acqua del mare impregnata di sangue. Qui non parlo di una scena bella dal punto di vista estetico, anzi, ma bella in quanto capace come nessun’altra scena di far odiare la guerra. 

# 7 - Il buono, il brutto, il cattivo (S.Leone, 1966). Il triello finale è una scena (giustamente) entrata nella leggenda del cinema. Tre uomini in un cimitero arido e desolato alla ricerca di una tomba piena d’oro. Il nome della tomba scritto su una pietra, intorno alla pietra i tre uomini con la mano pronta sulla fondina: chi uccidere per primo? La tensione, le musiche epiche di Ennio Morricone, i primi piani, lo sguardo affannato di Tuco (Eli Wallach), preoccupato di Sentenza (Lee Van Cleef), tranquillo del “biondo” (Clint Eastwood) rendono questa scena memorabile

# 6 - Apocalypse now (F.F.Coppola, 1979). La chiamano “psicoguerra”. Proviamo per un attimo a metterci nei panni dei vietnamiti: in lontananza sentiamo le note della Cavalcata delle Valchirie di Wagner, guardiamo all’orizzonte e tra la luce del sole al tramonto scorgiamo uno stormo di “uccelli” avvicinarsi, e più si avvicina più la musica si fa forte e aumenta di intensità; fino a che lo stormo comincia a lanciare i suoi missili, ed è la fine per noi, sempre sotto le note di Wagner

#5 - Il cacciatore (M.Cimino, 1978). Una rivoltella puntata alla testa, una sola pallottola inserita, cinque possibilità su sei di sopravvivere. È il terribile “gioco” della roulette russa, che Mike (Robert De Niro) e i suoi amici, prigionieri dei Vietcong, sono costretti a fare se non vogliono essere dati in pasto ai topi. Ma Mike ha una forza d’animo incredibile, e pur di risollevare i suoi amici è disposto ad inserire tre pallottole come affronto ai Vietcong. Nessuno uscirà più come prima da quella prigionia.

# 4 - Pulp fiction (Q.Tarantino, 1994). Il periodo pulp di Tarantino (Le Iene e Pulp Fiction) si può racchiudere nella scena di quest’ultimo a casa di Brett, dove Jules (Samuel L. Jackson) e Vincent (John Travolta), i sicari di Marsellus Wallace, interrompono la colazione del giovane ragazzo a base di hamburger (“La colonna portante di ogni colazione vitaminica!”), per fare i conti con lui. La scena anche se vista e rivista mille volte non può non lasciare ipnotizzati per i dialoghi taglienti ed esilaranti (anche grazie al grande doppiaggio italiano di Luca Ward) con cui Jules inveisce contro Brett, su tutti il farfugliamento di “cosa?..cosa?” e il leggendario (finto) passo della Bibbia (“Ezechiele, 25-17”) con il quale lo scagnozzo è solito dare l’estrema unzione alle sue vittime

#3 - Rocky II (S.Stallone, 1979). La consueta corsa di allenamento che si ripropone in tutti i Rocky, nel secondo capitolo della saga è forse più carica di significato; inseguito prima da un gruppetto di ragazzini, poi da una città intera, Rocky trascina dietro di sé la gente diventando il simbolo del riscatto sociale e del “tutti possono farcela”. Tanto che ancora oggi i turisti di Philadelphia non possono resistere dal fare di corsa le famose scale e, una volta giunti in cima con il fiatone, alzare i pugni in aria gridando “ce l’ho fatta!”. 

#2 - Il padrino (F.F.Coppola, 1972). Scena finale. Kay Adams (Diane Keaton) versa qualcosa da bere; suo marito le ha permesso per la prima e ultima volta di chiedergli chiarimenti sui suoi affari. Michael (Al Pacino) le ha confessato che non è vero  quello che si sente in giro, non è lui il mandante degli assassini che hanno fatto fuori quasi tutti i boss della malavita newyorkese. Ma dietro a Kay, attraverso la porta rimasta aperta, si intravedono i fedeli compagni di Michael baciargli la mano; è il nuovo don Corleone, degno erede di suo padre. La porta si chiude, così come il cuore di Kay.



#1 - Barry Lyndon (S.Kubrick, 1975). Il duello più bello della storia del cinema. Lentissima la scena, ma forse proprio per questo carica di pathos, di tensione, di angoscia, sottolineata dall’espressione del viso di Lord Bullington (Leon Vitali, incredibile come un attore in grado di esprimere una tale emozione sia apparso in soli tre film) deciso più che mai a far pagare caro al patrigno Barry Lyndon (Ryan O’Neal) l’affronto subito. Impossibile creare una scena più densa di emozioni.


Altre scene meritevoli di entrare nella classifica: Qualcuno volò sul nido del cuculo (M.Forman, 1975 – Partita a blackjack); Full metal jacket (S.Kubrick, 1987 – Discorso iniziale del sergente Hartman); Shining (S.Kubrick, 1980 – Scena in cui Jack sfonda la porta); Seven (D.Fincher, 1995 – Scena finale); Thelma & Louise (R.Scott, 1991 – Scena finale); A qualcuno piace caldo (B.Wilder, 1959 – Scena in cui Marilyn prende il treno); C’era una volta in America (S.Leone, 1984 – Scena in cui Dominick mangia il bignè sulle scale); Platoon (O.Stone, 1986 – Morte di Elias); Arancia meccanica (S.Kubrick, 1971 – La cura Ludovico);………….


M.F.

mercoledì 31 ottobre 2012

L’incubo di Roma.

Il messaggero arrivò alle porte di Roma esausto, novello Fidippide portava una comunicazione di massima importanza al Senato; quello, portava notizie di vittoria agli Ateniesi; questo, tutt’altro. L’esercito romano aveva subìto una sconfitta di proporzioni inedite nella battaglia di Canne. Il console Lucio Emilio Paolo era stato ucciso e l’altro console Gaio Terenzio Varrone era stato messo in fuga con pochi superstiti, tutto ciò ad opera di un uomo che provava un odio mortale contro Roma: Annibale Barca. La notizia non tardò a diffondersi, e fu subito panico; mai Roma, dai tempi dell’invasione barbara ad opera di Brenno nel 390 a.C. era stata così seriamente minacciata, mai popolo ebbe così paura di un uomo solo. Già dal 219 a.C. , con l’assedio di Sagunto, i romani avevano iniziato a prendere familiarità con il nome di Annibale, ma tutto ciò era solo un’eco lontana che riguardava la penisola iberica, il popolo si sentiva al sicuro dentro le proprie mura e protetto da un esercito senza eguali. I primi timori iniziarono con l’avanzata dell’esercito cartaginese guidato da Annibale nei territori presidiati al tempo dalle tribù celtiche e galliche, che poca resistenza avevano potuto opporre contro l’imponente armata. Più di tutti avevano stupito i 37 elefanti, che da soli incutevano una tale paura da far scappare le accozzaglie barbare, le quali di fronte a questi mostri credevano di essere vittime di qualche punizione divina . Nemmeno il Rodano in piena era riuscito a fermare gli imponenti animali, tanto che Annibale aveva dato prova della sua furbizia attraverso un inganno: aveva fatto posizionare delle enormi zattere che attraversavano il fiume ricoperte di selci, arbusti e alberi, tenute ferme da zavorre di modo che gli elefanti non si accorgessero nemmeno di attraversare un fiume in piena. La marcia era poi proseguita alla volta delle Alpi, catena montuosa ritenuta invalicabile specialmente per il periodo in cui l’esercito di Annibale aveva intrapreso la scalata, l’inizio dell’inverno. Ma Annibale sembrava essere un dono degli dei per i propri soldati, sempre pronto a incoraggiare, a dare l’esempio e a soffrire le stesse privazioni dei propri uomini. Non tutti però riuscirono a vedere le fertili pianure dell’Italia, tanto che tutti gli elefanti eccetto uno perirono nella traversata o immediatamente dopo.

L’Italia. Fin da bambino Annibale sognava questo momento, ed ora che davanti a sé si stagliavano le fertili terre della penisola un solo pensiero, sempre quello, gli martellava come un chiodo nel cervello: distruggere l’odiata Roma. Le vittorie si susseguirono una dopo l’altra, schiaccianti, umilianti, dalla Trebbia a Canne passando per il Trasimeno. Ormai la popolazione romana era in preda al panico, rassegnata non sacrificava nemmeno più agli dei, e ogni mattina uomini, donne e bambini si svegliavano con il terrore di ricevere la notizia di una nuova vittoria dell’esercito cartaginese. Il Senato non sapeva più come affrontare il problema, fino a che un giovane di polso prese in mano la situazione: il suo nome era Publio Cornelio Scipione, noto successivamente come l’Africano. Il destino di Roma dipendeva ora da lui.

Nel frattempo Annibale continuava a razziare la penisola italica, ma non si decideva a sferrare l’attacco decisivo verso Roma. Nonostante l’odio provato, egli ben sapeva con chi aveva a che fare, conscio del fatto che senza un appoggio da parte della madrepatria (il governo di Cartagine non aveva approvato la spedizione di Annibale considerandola un’impresa privata) un assedio alla città più importante del mondo sarebbe stato insostenibile. Inoltre, l’esercito romano sembrava un’Idra a cui per ogni testa tagliata ne rinasceva un’altra ancora più forte e vigorosa. Scipione decise di opporsi ad Annibale usando la stessa arma di cui il cartaginese aveva maggiormente fatto uso: la furbizia.


Difendere Roma attaccando Cartagine. Questa fu la tattica di Scipione, nonostante le perplessità del Senato romano; l’assedio di Cartagine fu breve, Annibale fu costretto a malincuore a ritornare a difendere la propria patria, sapendo che mai più avrebbe potuto distruggere Roma. Ora, nel 202 a.C. dopo 17 anni di razzie e vittorie Annibale si trovava in difficoltà; a Zama, alla periferia di Cartagine i due eroi del tempo si incontrarono in una tenda in un faccia a faccia epico, ma le parole, nonostante la stima reciproca dei due avversari, non portarono a nulla. La battaglia fu inevitabile, e per la prima volta dopo lunghi anni Annibale fu sconfitto e costretto a fuggire. Roma e il suo popolo potevano tornare a dormire sonni tranquilli.

Annibale, spettro di sé stesso ed esiliato dalla madrepatria, vagò per l’Asia minore ancora per qualche anno, al soldo del sovrano di turno. Decise di avvelenarsi con le proprie mani per paura di essere preso vivo dai romani.



M.F.




Letture consigliate: Gianni Granzotto, Annibale, Mondadori.

sabato 25 agosto 2012

The Beach, il paradiso ad ogni costo.

Chi non ha mai desiderato almeno una volta nella vita di evadere dalla routine quotidiana occidentale e scappare dall’altra parte del mondo? Richard (Leonardo Di Caprio), tipico ragazzo americano pieno di vita, ha fatto di più: ha trasformato il suo desiderio in un vero viaggio. E così si è ritrovato a Bangkok, “la città dello spasso”, dove tutto sembra diverso dal nostro modo di pensare e di vivere, dove la gente ti ferma nelle bancarelle per farti bere sangue di serpente, ad esempio. Tutto questo, ore interminabili di viaggio, scali a non finire, per poi ritrovarsi in una stanza d’albergo piena di comfort  insieme ad altri occidentali a guardare Apocalypse now. Come non essere mai partiti.

Per fortuna di Richard, non tutti i viaggiatori sono uguali. C’è un certo Duffy (Robert Carlyle), un pazzo che va in giro urlando come un disperato, che gli fa una confidenza: esiste un’isola, vicino alla Thailandia, dove tutto è diverso. Un paradiso terrestre, l’isola perfetta dove tutti sono in sintonia, spiaggia bianchissima e acqua cristallina ma, soprattutto, marijuana a non finire. Il paradiso di ogni giovane. Come se non bastasse, Duffy ha anche una mappa per arrivare all’isola. Ora, anche ad un ingenuo come il buon Richard qualche perplessità sorge, tanto che sulle prime prende Duffy per un pazzo (quale peraltro è). Ma infine, che c’è da perdere? È così che Richard cerca di convincere la coppia di francesi che alloggia di fianco alla sua camera a partire insieme a lui. La cosa non è difficile, anzi è proprio il francese Etienne (Guillaume Canet) a prendere in mano la situazione e ad organizzare tutti i trasferimenti.
Detto, fatto. L’isola è ora davanti a loro, terra selvaggia indescrivibile dove il tempo sembra essersi fermato. Ma anche il sogno sembra essersi fermato a quella prima visione, l’accoglienza infatti non è ospitale: le distese infinite di marijuana ci sono effettivamente, ma nessuno aveva detto a Richard e compagni che come guardiani c’erano uomini spietati con fucili dal grilletto facile. Ed è da qui, dall’arrivo alla spiaggia tanto desiderata, che il film passa dal suo filone avventuroso a quello thriller. Agli occhi dei tre ragazzi compare ora una civiltà perduta, una comunità di viaggiatori che aveva deciso di vivere lì esule da ogni occidentalismo, con le proprie regole, una propria lingua, il rito del tatuaggio da fare all’ultimo arrivato per rendere indelebile questa esperienza. Ma l’errore sta proprio qui, nel voler rendere il tutto per forza perfetto, tanto che niente, nemmeno la morte e l’agonia dei due ragazzi svedesi attaccati da uno squalo può (o deve) rovinare l’armonia della colonia. Per Richard la situazione diventa presto insostenibile, e il paradiso tanto decantato all’inizio si trasforma in un inferno, rendendolo pazzo e facendogli quindi ora capire fino in fondo la condizione di Duffy, che era stato uno dei fondatori della colonia.

The Beach è un film contrastante, che passa dall’avventura alla storia d’amore abbastanza banale con la bella francesina Françoise (Virginie Ledoyen), a momenti adrenalinici e di tensione tra i membri del gruppo. E contrastante è stata anche l’accoglienza di questo film di Danny Boyle del 2000, che quasi inevitabilmente in alcuni tratti ricorda molto Trainspotting (i dialoghi fuori campo di Richard molto simili a quelli di Mark Renton) dello stesso regista. Sicuramente la storia non è delle più originali, ma tranne alcune scene che rischiano di sconfinare nel demenziale (la lotta con lo squalo, Richard che si trasforma nel protagonista di un videogioco) il film è ben confezionato e coinvolge chi lo guarda, facendo forza soprattutto sulle immagini paradisiache e una colonna sonora che ben descrive il panorama (come non pensare alle spiagge dell’isola ogni volta che si ascolta Porcelain di Moby?).



 “Cercai di ricordare quello che ero ma non ci riuscii, e sapevo che rimanendo qui non lo avrei mai ritrovato”.

M.F.



Visione consigliata: The Beach (2000) di D.Boyle.

sabato 21 luglio 2012

Ziggy Polvere di Stelle

Quando il 21 luglio 1969 Neil Armstrong e Buzz Aldrin fecero il “grande balzo per l’umanità” sulla superficie lunare, il pianeta Terra iniziò ad essere invaso da manie spaziali. A dire il vero, già da qualche tempo film e musica avevano preso questo orientamento, ma il culmine delle invasioni aliene si ebbe nei primi anni ’70.


Il condottiero musicale dell’invasione fu Ziggy Stardust, alias David Bowie. Il futuro Duca Bianco aveva già esplorato il tema spaziale nella celeberrima Space Oddity (1969), storia ambigua del Maggiore Tom mai spiegata veramente nemmeno da Bowie. 
La canzone racconta il lancio di una navicella spaziale attraverso il dialogo tra il Maggiore Tom e la base di lancio, fino al tragico epilogo che lascia tutti con il fiato sospeso dopo l’interruzione della trasmissione dell’astronauta. Che fine ha fatto il Maggiore Tom? L’angoscia degli ascoltatori durerà per ben 11 anni, fino a quando in Ashes to ashes (1980) David Bowie svelerà l’arcano mistero: “Ti ricordi di quel ragazzo in quella vecchia canzone, ho sentito delle voci dalla torre di controllo..”. Il Maggiore sta bene, è ancora disperso nella desolazione dello spazio, la solitudine lo ha fatto diventare un drogato e ora vuole tornare giù al più presto; ormai però per il Maggiore Tom la vita si farebbe dura anche sulla Terra, “mia mamma diceva che se vuoi portare a termine qualcosa faresti bene a non aver nulla a che fare con il Maggiore Tom!”.
Ziggy Stardust atterra nel nostro pianeta nel 1972 insieme alla sua band, gli Spiders from Mars. E la prima notizia che porta alla popolazione terrestre è sconvolgente: ci restano solo cinque anni da vivere, “cinque anni per piangere”. 
Ad una prima occhiata il personaggio non è molto raccomandabile, un alieno con  gli occhi di due colori diversi, capelli arancioni e tutine attillate sgargianti improponibili; ma una volta che inizia a cantare accompagnato dalle note degli Spiders from Mars, tutto sembra maledettamente vero. Secondo Ziggy, l’unico essere in grado di salvare la terra è Starman, “l’uomo delle stelle”; il nostro salvatore è entrato in contatto con alcuni ragazzini attraverso la radio, e ora stanno facendo di tutto per segnalargli la nostra presenza.

David Bowie porta in giro Ziggy Stardust per tutto il 1972 e buona parte del 1973, 18 mesi in un tour interminabile. I concerti sono dei veri e propri spettacoli spaziali, aperti sempre dalla colonna sonora di Arancia meccanica  di Stanley Kubrik, inno perfetto per introdurre Ziggy e gli Spiders from Mars. I costumi di scena sono stravaganti, eccentrici, vengono cambiati più volte all’interno dello stesso concerto, il delirio tra gli spalti è sempre più contagioso: il messaggio di Ziggy sembra essere quello di liberarci da ogni vincolo, di godere appieno la nostra vita, in fondo ormai il mondo sta per finire. 
Fino a che, in una afosa serata d’estate, accade l’impensabile: il 3 luglio 1973 Ziggy Stardust e gli Spiders from Mars sono di scena all’Hammersmith Odeon Theatre di Londra, l’ultimo concerto del tour, quello che diventerà “The Retirement Gig”. Prima dell’ultima canzone dello show, Rock’n roll suicide, Ziggy annuncia alla folla: “Questo show resterà per sempre nella nostra memoria, non solo perché qui finisce il nostro tour, ma perché è il nostro ultimo spettacolo in assoluto. Grazie a tutti, vi amo”. Tutti, compresi gli Spiders from Mars, restano ammutoliti. È la morte, la fine di Ziggy Stardust e della sua band, per loro non c’è più spazio nella mente di Bowie.
Ziggy sapeva il fatto suo, in meno di due anni sul nostro pianeta ha saputo conquistare la folla e l’immortalità. Ci ha ingannati con la scusa della fine del mondo, illudendoci di aver ottenuto quella libertà di espressione da lui tanto ostentata. Oggi, quello che resta, è il racconto della sua avventura nell’album The rise and fall of Ziggy Stardust and The Spiders from Mars (1972) e l’illusione di aver creduto, almeno per un momento, di essere veramente liberi.



M.F.



Ascolto consigliato: David Bowie, The rise and fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars (1972)