cinque ragazzi. cinque ragazzi per cinque argomenti: letteratura, arte, musica, cultura e non solo... cinque argomenti in "cinque righe": il pentagramma, un progetto che si propone di accendere la curiosità del suo lettore suggerendo semplici spunti di interesse generale. Discorsi intrecciati l'un l'altro come note musicali che cercano l'armonia uniti dalla stessa "chiave".

sabato 29 dicembre 2012

X

"O Tosco, che per la città del foco vivo ten vai così parlando onesto, piacciati di restare in questo loco. La tua loquela ti fa manifesto di quella nobil patria natio, a la qual forse io fui troppo molesto."
"X" mi ricorda il decimo canto della prima Cantica della Divina Commedia di Dante, l'"Inferno", e con questo l'insegnante che ho tanto stimato alle superiori la quale mi ha fatto innamorare della letteratura e dello studio in genere, la Signora Anna Maria Da Re.
A proposito, ho studiato poco nella mia vita, perchè preferivo stare tra i campi con i cugini e le sorelle, a saltare le balle di fieno e a costruire le trappole per i ladri! Che infanzia felice ho avuto! La mamma a casa pronta ad ogni occorrenza, uno spazio molto grande, una famiglia "caciarona", una casa piena di animali. Respiravo gli odori acri della campagna,  mi arrampicavo sugli alberi e ne combinavo da mattina a sera.
Ho bisogno di questi riti ancora oggi, certo non salto le balle di fieno perchè probabilmente resterei paralizzata dopo il primo balzo dato il fisicone prestante che mi ritrovo, ma una passeggiatina tra i ciliegi o in collina, ogni tanto me la concedo. Mi ricarico, tipo l'orsetto "Duracell", torno frizzantina e sorridente, con i bordi della bocca che sfiorano le orecchie e una parlantina degna della migliore presentatrice che conoscete, ne avete una?!
Ma torniamo a bomba.

Canto X, gli "epicurei", o se volete atei, "diversamente animisti", i negatori dell'immortalità dell'anima.
Dante e Virgilio camminano tra le mura della città di Dite e le arche infuocate dove il poeta ha riposto personaggi illustri del suo tempo, tra cui Farinata degli Uberti, Ghibellino appoggiato da Manfredi nella battaglia di Montaperti del 1260 contro l'esercito Guelfo fiorentino.
É risaputo che Dante fosse Guelfo di parte bianca, ovvero Guelfo ma sostenitore dell'Impero, come per esteso spiegato nel suo trattato, il "De Monarchia". Alla fine è stato una sorta di anticipatore dei Patti Lateranensi, al Papa il potere della Chiesa, all'Imperatore o re che fosse a suo tempo, il potere politico.
Dopo un po' di battibecchi politici con il Farinata, richieste e incontri vari, tra cui quello con il padre dell'amico Guido Cavalcanti, il quale fraintende le parole del poeta e ritorna a giacere sulla sua arca sconsolato, Dante ascolta la profezia di esilio che il Farinata gli esterna e sconsolato e spaventato, capisce che i peccatori di questo cerchio hanno potere di veggenza.
Questo fa parte della legge del contrappasso applicata: i peccatori in vita credevano solo al presente e non alla vita dell'aldilà. È per questo che ora la tomba in cui giacciono è infuocata, scotta appunto per far loro sentire quanto é vero che sono morti, ma ancora vivi! La veggenza di cui sono dotati é particolare, è una veggenza presbite, di chi vede solo da lontano e non può cambiare il futuro.
Voglio interpretare questo Canto anche come un ammonimento al materialismo. Al non credere in qualcosa di impalpabile, o crederci fino a lì. Il non andare mai oltre. Il non approfondire. E non parlo solo di informazione generale, ma della conoscenza di sè.
La cattiva conoscenza di se stessi e del proprio IO, dei propri sentimenti, di ciò che desideriamo, fa nascere in noi i peggiori mali. Dobbiamo trovare il tempo di stare con noi stessi, di ascoltare i segnali che il corpo ci manda.
Sì, posso risultare banale scrivendo queste parole, e credetemi non ne basterebbero fiumi, per dire tutto quello che sento e penso di questo argomento. È un labirinto interminabile, interessantissimo e in ogni parte collegato.
Sta di fatto che sono una sostenitrice del sommo poeta perchè come tutti i grandi geni era ed è tuttora non incastonabile in nessuna corrente storica.
Se pensate a lui, al poeta, cosa vi viene in mente?
Ribellione, sacralità, giustizia, viaggio, allegoria, amore, Firenze, la "c" aspirata, naso, alloro, i 2 euro. Ecco il mio flusso di coscienza.
Io credo nell'anima, e nell' "amor che move il sole e l'altre stelle".




Lisa Parise XXX

sabato 15 dicembre 2012

Una croce sopra i Nirvana

Ho visto da poco uno spezzone di 12.12.12, il concerto svoltosi a New York in ricordo delle vittime dell’uragano Sandy. Sorpresa della serata è stata l’inattesa “reunion” dei Nirvana con Paul McCartney alla voce. Ora, io sono sempre contrario a queste reunion, quando il leader di un gruppo ci lascia per miglior vita è bene che il gruppo di cui era l’anima fondante muoia con lui; i grandi gruppi fanno così, i grandi gruppi sono formati da grandi musicisti che sanno proporre qualcosa di nuovo, ripartire da 0. I Nirvana (anche se suona strano chiamarli così) e Paul McCartney quella sera hanno suonato una sola canzone, inedita tra l’altro, e che niente ha a che fare con la storia passata del gruppo; per questo io mi rifiuto di chiamarla reunion ed anche solo lontanamente pensare che una cosa simile sia realizzabile. Preferisco considerarla come una performance in ricordo dei vecchi tempi tra vecchi amici e compagni di vita.
Rivedere sullo stesso palco Dave alla batteria, Krist al basso e, perché no, Pat alla chitarra è stata comunque una cosa emozionante. E tutto questo mi ha fatto tornare alla mente quanto abbia amato (e ancora ami) questo gruppo; così mi sono divertito a buttar giù X motivi per i quali considero i Nirvana il miglior gruppo musicale di sempre.
I) Aneurysm. È la canzone perfetta, quella che più di ogni altra contraddistingue i Nirvana; c’è tutto, l’intro classica della chitarra di Kurt (come in Smells Like Teen Spirit e Rape Me), la raffinata melodia della strofa, l’incredibile energia del ritornello fino all’intermezzo musicale dove Krist e Dave si legano magnificamente. E pensare che questo capolavoro è uscito come B-side (di Smells Like Teen Spirit).
II) Pain. Le canzoni di Kurt Cobain sono lo specchio della sua anima; mai in nessun altro gruppo sono riuscito a trovare una simbiosi così perfetta tra le canzoni e il suo autore. Ascoltando le canzoni dei Nirvana è possibile ripercorrere la parabola discendente dello stato d’animo di Kurt: tra Nevermind e In Utero c’è un abisso, nel quale Kurt è caduto. Ma il dolore, quello vero, lo sentiamo nell’ultima canzone che Kurt ci ha lasciato postuma, quel “pain” gridato tra rabbia e disperazione.
III) Dave Grohl. Considerato (non solo da me) il miglior batterista di sempre, ha dato un contributo fondamentale al successo dei Nirvana. Vederlo nei live scatenato dietro alla batteria con i capelli lunghi a coprire il viso trasmette un’energia incredibile. Uno così non sarebbe rimasto a lungo dietro alla batteria, tanto che il primo album dei Foo Fighters è composto interamente da canzoni scritte da Dave durante il periodo in cui era con i Nirvana. Ed è encomiabile il fatto che con i Foo’s Dave abbia proposto qualcosa di diverso dal sound dei Nirvana, senza tra l’altro suonarne mai una canzone nemmeno nei live. Prova evidente del grande musicista che rappresenta.


IV) Smells Like Teen Spirit.La canzone simbolo dei Nirvana che li ha catapultati nel mainstream musicale. Tutti la conoscono, tutti la vogliono sentire, e per questo i Nirvana hanno cominciato ben presto ad odiarla, tanto da non proporla più nei propri live. Capitava di sentire l’intro di Kurt, l’attacco della batteria ma poi interveniva sempre Krist “Oh, we skip that one!” . In ogni caso, non è possibile negare l’assoluta perfezione di questa canzone, tanto che più di una volta mi è capitato di provare un’invidia enorme verso quei pochi (inconsapevoli) privilegiati che la sentirono per la prima volta quella sera del 17aprile 1991 all’Ok Hotel di Seattle quando i Nirvana non erano ancora nessuno.
V) Live at Reading 1992. Il miglior concerto dei Nirvana, all’apice della loro forma. Memorabile l’intro di Kurt in sedia a rotelle con tanto di camice ospedaliero e parrucca bionda presentato da Krist; ma una volta finita la gag e presa la chitarra, sono oltre 90 minuti di delirio puro, con la classica devastazione di strumenti e palco come ciliegina sulla torta. Una delle serate più indimenticabili dei Nirvana, tanto che ad agosto 2012 Dave Grohl proprio al Reading festival per la prima volta ha dedicato una sua canzone (“These Days”) ai suoi vecchi amici in ricordo di quella serata di 20 anni fa (“..I ‘d like to dedicate it to a couple of people who could have been here tonight…this song is for Krist..this song is for Kurt..”).
VI) Mtv Unplugged in New York. Non è facile per una rock band proporre le proprie canzoni in una chiave diversa, acustica, ma soprattutto non è facile farle altrettanto bene come nei classici live. L’unplugged dei Nirvana ad Mtv è qualcosa di unico, dove il gruppo veste il suo abito più dolce contro ogni aspettativa. Considerata da Kurt una delle serate più belle della sua vita.
VII) Sappy. Una delle canzoni più amate da Kurt, che inspiegabilmente non è mai stata pubblicata in nessun album ufficiale dei Nirvana fino all’uscita del cofanetto With the Lights Out del 2004. È una delle canzoni sulle quali Kurt ha lavorato di più, scritta originariamente nel 1987 e modificata ripetutamente (anche nel titolo, da Sad a Verse Chorus Verse che poi sarà il titolo di un altro brano, a Sappy nel 1993) e che compare misteriosamente come traccia nascosta nella raccolta di beneficenza “No Alternative” del 1993. Insieme alla sopracitata Aneurysm è una delle canzoni più belle dei Nirvana. Da ascoltare la prima versione struggente intitolata all’epoca Sad.
VIII) Krist Novoselic. Di primo acchito può sembrare il meno importante del gruppo, oscurato dalla presenza di due mostri sacri come Grohl e Cobain, ma i Nirvana senza Krist non sarebbero comunque i Nirvana. Grande intrattenitore del pubblico nei live e nelle interviste, insieme a Dave rappresentava forse la parte “allegra” dei Nirvana come giusto contrappeso alla malinconia di Kurt.
IX) Kurt e Courtney. Redivivi Sid e Nancy, Kurt e Courtney sono stati una coppia che ha fatto molto parlar di sé. Coppia male assortita forse, di certo la loro relazione non ha fatto che peggiorare la situazione di Kurt tanto che molte malelingue la indicano come la causa principale del suo suicidio (per non parlare delle infinite dispute legali con gli ex Nirvana sui diritti degli inediti del gruppo). Non si può però negare che dal punto di vista artistico siano la migliore coppia della musica rock, e mi capita ancora di sognare un loro concerto insieme.
X)…propongo ad ogni fan dei Nirvana di scrivere il punto X…


M.F.

I X motivi che rendono Picasso l’artista d’avanguardia per eccellenza

Lo scorso 17 ottobre sono stato colpito da un articolo di giornale titolato “Il più grande furto d’arte della storia”. Tra i vari dipinti sottratti al museo Kunsthal di Rotterdam c’è pure la famigerata «Testa di Arlecchino» di Picasso datata 1971. Un furto del valore complessivo di oltre 200 milioni di euro.
Mi sono chiesto: “Cosa rende grande un artista? Cosa lo rende immortale? (…e valutato milioni di euro?). Perché Picasso è etichettato (se lo si può etichettare) l’artista d’avanguardia per eccellenza?

I."Guernica", tela che riporta l’orrore del bombardamento nazista della cittadina basca di Guernica, è senza dubbio uno dei capolavori dell’artista. Con semplici deformazioni, sovrapposizioni di corpi mutilati, animali scomposti, l’artista riesce a fare una tragica denuncia della guerra che viene a colpire la popolazione inerme. L’ambasciatore tedesco, a Parigi, domandò a Picasso vedendo il quadro: "Avete fatto voi questo orrore, maestro?" e lui rispose: "No, è opera vostra."



II.Conosciuto come dongiovanni tra gli artisti dell’epoca, nel 1944, Picasso divenne il compagno di una giovane studentessa d'arte, Françoise Gilot. Fu lei, unica tra le tante, a lasciare l'artista, dopo l’ennesima infedeltà da parte dell’amante. Dopo l'abbandono da parte di Françoise, Picasso passò un periodo nero; molti dei disegni a china di quella stagione riprendono il tema di un nano vecchio e brutto. Picasso riesce a mettersi a nudo, a mostrarci il suo conflitto interiore, a far trasparire la sofferenza che lo lacera per la mancanza d’amore.

III.Picasso, artista eclettico a tutto tondo, collabora anche alla realizzazione del film documentario
"Il misteroPicasso" del 1956 di Henri-Georges Clouzot, premiato a Cannes con il premio speciale della giuria.


IV.Secondo il neuroscienziato olandese Michel Ferrari, l’emicrania avrebbe creato in Picasso la visione che ha portato l’artista alla creazione dei primi quadri cubisti: volti tagliati in verticale ed evidenti sproporzioni sono infatti il frutto delle visioni "stroncate" dei malati di aura visiva, una patologia di cui Picasso probabilmente soffriva, come anche De Chirico.

V.
Les demoiselles d'Avignon (1907) è forse la tela che più rappresenta l’approdo, l’arrivo (o il punto di partenza) dell’artista all’arte contemporanea. Picasso abolisce lo spazio attraverso l'eliminazione di qualsiasi prospettiva o profondità: entra dunque in gioco una nuova dimensione non visiva, ma mentale. Ci si rende conto di come l’artista sia arrivato alla simultaneità delle immagini, l’immediata presenza di più punti di vista. Il quadro inaugurerà la stagione cubista di Picasso.

VI.Nel periodo successivo alla prima guerra mondiale, in Picasso c’è un ritorno all’ordine, di fortissimo richiamo alle opere del Rinascimento italiano, l’artista in questo periodo produce numerosi lavori in
stile neoclassico. Questo a sottolineare ulteriormente quanto universale sia la pittura e il talento del grande maestro.

VII.All’inizio degli anni ’60 gli venne commissionato un progetto per una scultura di oltre quindici metri da installare a Chicago. Accolse l'invito con entusiasmo realizzando un’opera,
Il Picasso di Chicago, dall'aspetto ambiguo e controverso. Fu inaugurata nel 1967 e, al momento del pagamento, Picasso rifiutò i 100.000 dollari, donando il pezzo alla città.




VIII.I lavori che lo portano alla vecchiaia sono una miscela di stili variegati. L’artista dedica anima e corpo alla pittura, diviene ancora più sperimentatore e coraggioso, colorato ed espressivo, producendo dal 1968 al 1971 tantissimi dipinti e centinaia di acqueforti. Lasciati inediti e aspramente giudicati dalla critica, dopo la morte dell’artista, sono stati riscoperti come vere e proprie opere neoclassiche in anticipo sui tempi.

IX.Il matrimonio con con Ol'ga Chochlova entra in crisi nel finire degli anni ’20 dopo che l’artista perde la testa per una diciassettenne, Marie Thérèse Walter (lui aveva quarantacinque anni). Queste costanti crisi sentimentali creano in lui un breve distacco dalla pittura, che però lo fanno approdare alla poesia. «Morirò senza avere mai amato».

X.L’icona dell’avanguardia, «l’unico uomo dopo Shakespeare che ha espresso il mondo e se stesso in modo totale» (secondo Italo Calvino) è stato tra gli artisti più prolifici di tutti i tempi: 1.885 dipinti, 7.089 disegni, 2.800 ceramiche, 1.228 sculture, 10.000 tra incisioni e litografie. Senza dimenticare le opere ancora non schedate (lo scorso anno si sono ritrovati 270 disegni nel baule di un elettricista).



A.L.

S(CULTURA)

I “La scultura è (nel senso moderno del termine) l'arte di dare forma ad un oggetto partendo da un materiale grezzo o assemblando diversi materiali.”

II “È possibile modellare un oggetto per addizione o sottrazione, a seconda del materiale. Materiali come il legno permettono di scolpire intagliando o scolpendo la materia stessa. Altri materiali, invece, consentono di modellare per addizione aggiungendo man mano materia alla materia.”

III Mi è stato spiegato che lavorare l’argilla è facile perchè è un materiale, per l’appunto, che presuppone il togliere piuttosto che l’aggiungere: “quando è marmo, una volta che è tolto, è tolto”, dice il mio maestro. Quindi io, che sono una principiante, che non ho idea di cosa siano le proporzioni, che non sono mai stata in grado di disegnare nemmeno una faccia, ho scelto di seguire un corso di scultura di argilla.



IV La prima lezione facciamo il vaso, ma non usiamo il tornio elettrico, si fa tutto a mano “per prendere confidenza con la materia”. Prima regola: fare dei salsicciotti secondo lo stesso pricipio seguito dalle nonne nel momento in cui preparano gli gnocchi. Unirli uno sopra l’altro spingendo contemporaneamente il pollice interno al vaso verso il basso e l’indice esterno verso l’alto, eseguire il movimento lungo tutta la superficie del salsicciotto evitando di premere troppo altrimenti si rischia che a metà opera “il vaso crolli”. Io premo troppo, vuol dire che son nervosa (dice il mio maestro), e il vaso mi crolla: “in questi casi non bisogna perdere la pazienza, passami i ferri, l’acqua e l’argilla che sistemiamo tutto”. Il mio maestro mi sistema il vaso. Ora sta in piedi e sembra un vaso. Ci metto la firma prima che si secchi tutto.

V Passano le settimane e noi allievi un po’ ‘miglioriamo’. È ora di fare un nudo di donna, o di uomo; a seconda di cosa ci riesce meglio. A me basta che sembri un essere umano, non mi importa cosa, o chi. “Stai togliendo troppo! ...Togli troppo! Così le mancano le proporzioni! Ma non ha i fianchi! E poi le maniglie dell’amore dove le lasci? Passami l’argilla questa donna troppo magra, fa schifo.” Dunque citerei Caparezza: Chi manomette le tette della scultura | ne ignora l'amore e la cura.

VI Facciamo la mano: si prende un cubo di argilla, lo si sbatte di qua e di là fino a dargli una forma rettangolare e si tagliano le dita, che devono essere cinque, anche se il pollice non conta molto perchè è più esterno rispetto alle altre quattro. Si fanno le falangi e, per ultime, le unghie perchè sono le più difficili; bisogna darci dei colpetti sicuri a destra e a sinistra stando attenti a non farle sembrare scavate nella carne. Io levo troppo, mi cade il mignolo, è tutto troppo magro e sproporzionato, stavolta non sono soddisfatta, invece il mio maestro si lascia andare e dice: “ma guarda che bella! sembra la tua mano!”

VII Un inconveniente: seguendo un corso di scultura si impara più o meno a riconoscere le proporzioni che ci devono essere tra le varie parti del corpo umano quindi, ad esempio, tra testa e spalla, tra naso e fronte, tra polpaccio e coscia. Mi rendo conto, probabilmente sempre in ritardo rispetto a figuraccia occorsa, che spesso mi trovo (anche per riuscire a memorizzarle) a fissare determinate persone e a contare se il loro occhio ci sta esattamente una volta nello spazio occupato dal naso, o a cercare di capire da dove parte il lobo dell’orecchio rispetto alla punta del naso, suscitando così alcune fastidiose smorfie di disapprovazione in chi subisce il mio scrutare.

VIII Un corso di scultura permette anche di scoprire quegli eventi mondani ed artistici che altrimenti ci resterebbero estranei. È questo il caso del Festival internazionale delle sculture di neve che si terrà dal 9 all’ 11 gennaio a San Candido, in provincia di Bolzano. ‘‘Le sculture in ghiaccio’’ dice il volantino informativo, “rimarranno al loro posto fino a quando, con l’approssimarsi della primavera, non si scioglieranno”. Oppure, anche se questo io già lo sapevo, che esiste il campionato mondiale di sculture su sabbia a Cervia, in provincia di Ravenna, che lì le opere raggiungono anche gli 8 metri di altezza, che devono essere costruite in 3 giorni e che dovranno rispettare dei “canoni internazionali secondo i quali la sabbia deve essere impastata solo con acqua e non può avere al suo interno nessun supporto rigido”.



IX E poi.. “C’è chi si accontenta, come me, di fare gli ombrellini di buccia d’arancia sostenuti da stuzzicadenti e chi invece, come Dan Cretu, si sbizzarrisce in sculture di elevata complessità.
Aiutato dalla brillantezza e lucentezza dei colori della frutta e della verdura, questo visual artist riesce a generare delle sculture davvero singolari, riproducendo oggetti del vivere quotidiano come macchine fotografiche, biciclette, scarpe da tennis.” (
BarbaraPicci)


X Scolpire permette veramente di creare con il più diverso materiale qualcuno o qualcosa che sia come più o meno lo vogliamo noi e nient’altro. E se alla fine proprio non ci piace, basta poco e si può ritentare.




S.T.

Le X scene più belle del cinema del XX° secolo


Premessa: come tutte le classifiche, anche questa è personale e provvisoria. Non nego che vista la vastità delle possibili scelte io stesso potrei riscriverla X volte in modo diverso.

# 10 – Un giorno di ordinaria follia (J.Schumacher, 1993). Il giorno di ordinaria follia per Bill (Michael Douglas) inizia in un afoso tardo pomeriggio estivo imbottigliato in mezzo al traffico. Il caldo è insopportabile, la coda infinita non va avanti, tutti continuano a suonare il clacson e ad urlare, le mosche non danno tregua…c’è solo una cosa da fare: lasciare lì la macchina e andare a casa a piedi! “Ehi, dove crede di andare lei?” “Vado a casa!”.



# 9 – Il pianeta delle scimmie (J.F.Schaffner, 1968). La prima volta che vidi il finale di questo film restai di stucco. Sarà che quando guardo un film non mi chiedo mai cosa potrà succedere, ma ingenuamente non mi era nemmeno passato per la testa che fosse successo veramente. Straordinaria l’ultima inquadratura che allarga lo zoom fino a svelare il mistero della disperazione dell’uomo.

# 8 – Salvate il soldato Ryan (S.Spielberg, 1998). La scena dello sbarco in Normandia è forse la più cruda e veritiera scena di guerra mai realizzata, che non può non scuotere lo spettatore; dall’apertura dei portelloni dell’imbarcazione alla pioggia di proiettili è un crescendo di violenza, dolore, morte fino alle inquadrature di corpi martoriati e dell’acqua del mare impregnata di sangue. Qui non parlo di una scena bella dal punto di vista estetico, anzi, ma bella in quanto capace come nessun’altra scena di far odiare la guerra. 

# 7 - Il buono, il brutto, il cattivo (S.Leone, 1966). Il triello finale è una scena (giustamente) entrata nella leggenda del cinema. Tre uomini in un cimitero arido e desolato alla ricerca di una tomba piena d’oro. Il nome della tomba scritto su una pietra, intorno alla pietra i tre uomini con la mano pronta sulla fondina: chi uccidere per primo? La tensione, le musiche epiche di Ennio Morricone, i primi piani, lo sguardo affannato di Tuco (Eli Wallach), preoccupato di Sentenza (Lee Van Cleef), tranquillo del “biondo” (Clint Eastwood) rendono questa scena memorabile

# 6 - Apocalypse now (F.F.Coppola, 1979). La chiamano “psicoguerra”. Proviamo per un attimo a metterci nei panni dei vietnamiti: in lontananza sentiamo le note della Cavalcata delle Valchirie di Wagner, guardiamo all’orizzonte e tra la luce del sole al tramonto scorgiamo uno stormo di “uccelli” avvicinarsi, e più si avvicina più la musica si fa forte e aumenta di intensità; fino a che lo stormo comincia a lanciare i suoi missili, ed è la fine per noi, sempre sotto le note di Wagner

#5 - Il cacciatore (M.Cimino, 1978). Una rivoltella puntata alla testa, una sola pallottola inserita, cinque possibilità su sei di sopravvivere. È il terribile “gioco” della roulette russa, che Mike (Robert De Niro) e i suoi amici, prigionieri dei Vietcong, sono costretti a fare se non vogliono essere dati in pasto ai topi. Ma Mike ha una forza d’animo incredibile, e pur di risollevare i suoi amici è disposto ad inserire tre pallottole come affronto ai Vietcong. Nessuno uscirà più come prima da quella prigionia.

# 4 - Pulp fiction (Q.Tarantino, 1994). Il periodo pulp di Tarantino (Le Iene e Pulp Fiction) si può racchiudere nella scena di quest’ultimo a casa di Brett, dove Jules (Samuel L. Jackson) e Vincent (John Travolta), i sicari di Marsellus Wallace, interrompono la colazione del giovane ragazzo a base di hamburger (“La colonna portante di ogni colazione vitaminica!”), per fare i conti con lui. La scena anche se vista e rivista mille volte non può non lasciare ipnotizzati per i dialoghi taglienti ed esilaranti (anche grazie al grande doppiaggio italiano di Luca Ward) con cui Jules inveisce contro Brett, su tutti il farfugliamento di “cosa?..cosa?” e il leggendario (finto) passo della Bibbia (“Ezechiele, 25-17”) con il quale lo scagnozzo è solito dare l’estrema unzione alle sue vittime

#3 - Rocky II (S.Stallone, 1979). La consueta corsa di allenamento che si ripropone in tutti i Rocky, nel secondo capitolo della saga è forse più carica di significato; inseguito prima da un gruppetto di ragazzini, poi da una città intera, Rocky trascina dietro di sé la gente diventando il simbolo del riscatto sociale e del “tutti possono farcela”. Tanto che ancora oggi i turisti di Philadelphia non possono resistere dal fare di corsa le famose scale e, una volta giunti in cima con il fiatone, alzare i pugni in aria gridando “ce l’ho fatta!”. 

#2 - Il padrino (F.F.Coppola, 1972). Scena finale. Kay Adams (Diane Keaton) versa qualcosa da bere; suo marito le ha permesso per la prima e ultima volta di chiedergli chiarimenti sui suoi affari. Michael (Al Pacino) le ha confessato che non è vero  quello che si sente in giro, non è lui il mandante degli assassini che hanno fatto fuori quasi tutti i boss della malavita newyorkese. Ma dietro a Kay, attraverso la porta rimasta aperta, si intravedono i fedeli compagni di Michael baciargli la mano; è il nuovo don Corleone, degno erede di suo padre. La porta si chiude, così come il cuore di Kay.



#1 - Barry Lyndon (S.Kubrick, 1975). Il duello più bello della storia del cinema. Lentissima la scena, ma forse proprio per questo carica di pathos, di tensione, di angoscia, sottolineata dall’espressione del viso di Lord Bullington (Leon Vitali, incredibile come un attore in grado di esprimere una tale emozione sia apparso in soli tre film) deciso più che mai a far pagare caro al patrigno Barry Lyndon (Ryan O’Neal) l’affronto subito. Impossibile creare una scena più densa di emozioni.


Altre scene meritevoli di entrare nella classifica: Qualcuno volò sul nido del cuculo (M.Forman, 1975 – Partita a blackjack); Full metal jacket (S.Kubrick, 1987 – Discorso iniziale del sergente Hartman); Shining (S.Kubrick, 1980 – Scena in cui Jack sfonda la porta); Seven (D.Fincher, 1995 – Scena finale); Thelma & Louise (R.Scott, 1991 – Scena finale); A qualcuno piace caldo (B.Wilder, 1959 – Scena in cui Marilyn prende il treno); C’era una volta in America (S.Leone, 1984 – Scena in cui Dominick mangia il bignè sulle scale); Platoon (O.Stone, 1986 – Morte di Elias); Arancia meccanica (S.Kubrick, 1971 – La cura Ludovico);………….


M.F.

X cose da fare prima e durante e dopo la scelta di un libro


1.Un libro si può scegliere in ogni luogo (che abbia una libreria) e spazio temporale (tempo permettendo): aggirati spesso e volentieri alla ricerca di librerie se vai in una nuova città, cerca di conoscere perfettamente quelle presenti nella tua terra natìa;

2.Ricorda che non basta conoscere una sola libreria, ma devi saperti muovere agevolmente (anche ad occhi chiusi o bendato o cieco –come preferisci-) tra le diverse  del tuo paesino/ paese/ città/ metropoli;

3.Questo non significa che non puoi avere la TUA libreria preferita, anzi sarà più che naturale che prima o poi tu faccia una scelta: ma facendola non dimenticare che intanto stai escludendo qualcos’altro; fatti vedere spesso, fatti riconoscere, non aver paura di chiedere qualche consiglio (mal che vada se ti danno libri del picchio le prossime volte fai per conto tuo, se quello che ti hanno venduto fa proprio schifo portalo indietro minacciando i commessi di diffondere un’ epidemia di tablets);

4. Ora che il posto c’è, manca la materia prima: il libro. Non fermarti  a generi o a case editrici che conosci già, ma spazia, prova, assaggia, anche a costo di sbagliare;

5.Quando hai raccolto dalla polvere dello scaffale un libro, concentrati sull’autore: l’hai già sentito? È un autore famoso morto da secoli, uno di quelli pallosissimi che ti fanno studiare a scuola oppure è un novellino sbarbatello alle prime armi? È uno scrittore che pubblica molto oppure che è uscito con un unico romanzo e poi stop? Qualcosa da sapere di curioso c’è di sicuro: prenditi ancora qualche momento per capire con chi stai per avere a che fare; 

6.È giunta l’ora del titolo: quanti pensieri stanno dietro la decisione del titolo da mettere e della copertina, non a caso menti retoricamente e raffinatamente affinate ci hanno lavorato per mesi, quindi il titolo parla sì, ci dice molto, e molto o forse tutto ha a che fare con la tua scelta finale;

7.Ebbene è giunto il momento di passare all’ azione: il chi e il cosa hanno ora un nome, anche se ancora un po’ fluttuante, ora c’è bisogno di far dire qualche parola al tuo libro prescelto: aprilo delicatamente e accarezzalo dolcemente per non spaventarlo (si sa a nessuno piacciono i tipi bruschi e violenti che pretendono di farti parlare quando non ne hai voglia).  Spegni il cellulare, tappati le orecchie, azzittisci figlio, cane, partner, varie ed eventuali: inizia a leggere;

8.Attenzione: non è detto che da questa esperienza tu possa uscire assolutamente incolume. E se il libro è sconvolgentemente bello che non riesci più a staccare gli occhi dalla storia e a tornare dal tuo cellulare, figlio, cane, partner?

9.Corri il rischio: inizia a leggere la pima pagina. Qualcosa, che tu voglia o no, ne uscirà. Potresti sentirti incredibilmente annoiato, provocato, indignato, esasperato, indifferente, punto sul vivo ma anche cambiato e migliorato. Sentirai subito che qualcosa si muove, che le idee si mettono in moto, o la tua fantasia inizia a lavorare.

10.Non sprecare il momento: prendi il libro e leggi leggi leggi. Leggi in ogni momento in cui puoi farlo, leggi in treno, leggi prima di andare al lavoro, leggi mentre aspetti che la pasta sia cotta, leggi per fare una pausa studio, leggi prima di addormentarti. Ma ricorda: leggi quello che ti fa pensare, riflettere o fantasticare,  così avrai l’opportunità di vivere le infinite mille vite nascoste dietro la tua. 


G.D.C.

sabato 24 novembre 2012

venerdì 16 novembre 2012

"Paralisi" di Giovanni De Agnoi



"Paralisi"
di Giovanni De Agnoi

Il volto

Quella sera mi ero attardato fuori con gli amici e quando prestai attenzione all'orologio la mezzanotte era passata da poco. Decisi allora di congedarmi dall'allegra compagnia e di affrontare la via del ritorno. Sentivo sulla pelle l'aria fresca di fine estate e la luna alta nel cielo m'illuminava leggermente il volto. Non vi era nessuno oltre a me, persino lungo le vie principali pochi erano i fari che mi sfrecciavano accanto. Un senso di potere mi pervadeva, come se fossi l'ultimo uomo rimasto sulla terra. La mia ombra si allungava innaturalmente passando sotto i lampioni accanto alla strada e io procedevo a passi lenti e regolari. Stranamente il senso di fretta che avevo provato alla partenza era completamente svanito. Ora ero tranquillo, immerso nella solitudine della notte e dei miei pensieri. La luna ascendeva lentamente mentre mi inoltravo per alcune vie secondarie. Ebbi subito la malevola sensazione di essere entrato in un mondo parallelo, un mondo scuro, privo di qualsiasi forma di luce, coperto dal nero velo notturno. Questo fu il forte sentimento che mi oppresse, un'angosciosa sensazione di innaturale terrore. Non ne capivo il perché. Quelle strade mi erano così familiari sotto la calda e rassicurante luce del sole, ma in quel momento, nell'oscuro ventre della notte, tutto era diverso, grottesco, storpiato. Mi guardavo intorno con aria sospetta, i miei sensi erano divenuti ipersensibili.
Lo scricchiolio leggero di una foglia secca, il movimento delle fronde scostate dal vento, persino il rumore delle gocce che cadevano in terra, tutto mi faceva sobbalzare. Gli angoli bui si affollavano intorno a me. Mi sentivo seguito, sentivo delle presenze nell'oscurità ma sapevo che era solo il folle gioco della mia mente, non ero più padrone della mia vista o del mio udito. Dietro l'ombra non vi era nulla. Senza volerlo velocizzai il passo e cominciai ad ansimare sommessamente. La sensazione di disagio si stava completamente impadronendo di me. Odiavo quella momentanea solitudine, la odiavo con tutto me stesso. Svoltai l'angolo e mi trovai a poche vie di distanza dalla mia dimora. Come supponevo la strada era totalmente vuota. In lontananza sentivo il leggero abbaiare di un cane, ma era come l'eco di un'era lontana. Continuavo a camminare, ora tenendo la testa bassa per timore che qualcosa attraversasse il mio cammino. Il silenzio regnava sovrano. Quando arrivai alla fine della stretta via alzai lentamente gli occhi, mi trovavo di fronte ad una grande casa bianca con un ampio giardino. Ero passato molte volte per quella strada ma non mi ero mai soffermato su quella singola casa. Notai, dopo un rapido sguardo, una piccola finestra che dava su un balcone, posta probabilmente al secondo piano. C'era qualcosa che attirava la mia attenzione e che non mi permetteva di proseguire. Guardai più attentamente e solo in quel momento lo notai. Il sangue mi si gelò nelle vene e per un istante non riuscii più a respirare. Possibile che la mia mente mi avesse abbandonato. Stavo probabilmente sognando ad occhi aperti, certamente non poteva essere reale. Affacciato alla finestra vidi un'orribile volto cadaverico. Due piccoli occhi, di un colorito azzurro cristallino ma privi di ogni scintilla vitale, erano incastonati in due grandi conche scure di carne rafferma. Del volto, il cui colorito biancastro brillava fievolmente alla luce dei lampioni, non capivo bene i contorni. L'oscurità che lo circondava me lo impediva. Il naso, proporzionato al viso, era leggermente arcuato e le fini labbra violacee erano chiuse in un'espressione dura e impenetrabile. La figura era immobile, talmente vicina al vetro che qualsiasi altra persona avrebbe lasciato grossi aloni di caldo respiro. In questo caso invece essi erano del tutto assenti. Cercai di distogliere l'attenzione da quell'orribile immagine ma capii che non ci sarei riuscito; ero come ipnotizzato. Ad un tratto quegli occhi così freddi e innaturali si posarono sulla mia esile figura. In quel momento mi sentii perduto. Non vi era posto sulla faccia della terra dove potessi nascondermi, quello sguardo mi avrebbe sempre trovato. Cominciai a tremare. I miei occhi erano velati da un'ombra che non riuscivo ad allontanare. Lì, al secondo piano della grande casa bianca, affacciata alla finestra, qualcosa mi guardava, scavava nei miei pensieri e prendeva possesso del mio animo e del mio corpo. Un grido ruppe quell'atmosfera onirica, un grido inumano che, con mio grande orrore, proveniva proprio dalla casa che avevo di fronte. Staccai il mio sguardo dalla finestra e mi guardai attorno, come appena svegliato da uno stato comatoso. Pregai le mie gambe di portarmi più lontano possibile da quel luogo maledetto ma esse non mi ascoltarono. Rimasi immobile, pietrificato come una statua greca. Istintivamente il mio sguardo cercò nuovamente la piccola finestra. Oh mio Dio quanto sperai che non vi fosse più nulla. Ma egli era ancora lì fermo e mi osservava silenzioso.
Notai però un orribile cambiamento nella sua espressione. Le sottili labbra violacee si erano leggermente sollevate in un sorriso, un sorriso freddo, osceno e mortifero. Delirai. Le catene che mi tenevano fermo si ruppero ed io cominciai a correre in preda al terrore primordiale. Non ricordo come feci ad arrivare a casa, mettermi a letto e soprattutto ad addormentarmi. La visione di quel volto era viva nella mia mente, come se fosse sempre lì di fronte a me. La mattina dopo mi svegliai grondante di sudore. Mi guardai attorno spaesato. Tutto sembrava indistinto, irreale. Non ricordai immediatamente quel che era successo la notte precedente e quando tutto mi tornò alla mente mi sembrò quasi una favola. Mi convinsi che si trattava solo di un orribile incubo. Ora, sapendo che nulla era realmente accaduto, mi sentivo meglio. Il senso di disagio lentamente svanì, come trasportato da un tiepido vento. Mi sedetti sulla sedia e feci colazione, poi con molta calma lessi il giornale. Fu solo all'ora che tutto quello che avevo provato nella mia assurda esperienza notturna, tutta la paura, l'oppressione e l'estremo terrore mi ricaddero addosso come una frana. Il respiro mi si strozzò in gola quando lessi sul giornale che nella notte una giovane donna era stata rinvenuta morta proprio nella casa bianca con l'ampio giardino. La stessa casa che, da allora, fa da sfondo a tutti i miei peggiori incubi. Accartocciai il giornale in un impeto di furia e lo gettai sul pavimento. Cercai nuovamente di convincermi ma fu tutto inutile. Le mie mani stringevano i braccioli della sedia come due artigli. Sapevo...lo sapevo fin troppo bene ma non volevo crederci. Non dovevo crederci! Ero impazzito ecco la verità, non sarei più stato lo stesso dopo quella notte. Una parte di me era rimasta lì in quella stretta via ad osservare, oltre una piccola finestra posta al secondo piano, il volto stesso della morte.



M.C.

sabato 10 novembre 2012

Horror vacui vs Amor vacui

Lo spazio nel linguaggio architettonico tra paura e negazione


Immaginiamo una casa vuota al suo interno, in un certo senso non riempita, considerando quello che normalmente si ritiene un blocco, una casa in cui non ci sia niente: come una tana nella terra? La gente di montagna, così almeno chiamata dai fratelli Grimm, considerava la tana come un contenitore di dimensioni determinate costituita originariamente da tronchi scavati che serviva per trasportare la pietra.

La casa sarebbe forse un tale contenitore? O piuttosto la casa, secondo la nostra idea, osservandola dall’esterno è piena, di stanze e passaggi vuoti, ma ugualmente pieni come se l‘abitare vi penetrasse?
La casa sarebbe dunque sempre riempita da uomini, abitata e un qualcosa di per sé “pieno”?
Assolutamente no: ciononostante, nella nostra idea, immaginiamo la proprietà di colui che la abita: la casa sembra abitata, mostra la sua pienezza, eppure nella tana vuota nessuno è a casa.
Invece, per la costruzione di una casa, nel linguaggio tecnico si parla di spazio vuoto. Pure l'architetto Louis Kahn sosteneva che “l'architettura nasce dalla costruzione di una stanza”.
Prima dell’ingresso del nuovo inquilino si parla semplicemente di un alloggio vuoto, anche se le camere sembrano già vuote solo a causa dell’assenza di mobili?
Nella nostra mente, inizieremmo così volontariamente a usare l’alloggio, ad arredarlo, a dotarlo di una propria collezione di mobili e, come fosse un gioco, a renderlo abitabile? Le stanze annunciano già, vista la loro rappresentazione in scala, la loro dedizione all’abitare con le relazioni tra spazi e abitanti.
E' una forma di “horror vacui” anche questa?
Eppure non ce ne rendiamo conto, lo neghiamo inutilmente. Banalmente colleghiamo questo stato d'animo all'architettura barocca, ma in realtà ci conviviamo ancora.
Ci si è scontrati tutti con questo: la paura del vuoto o, per esteso, la paura del niente. Una stanza vuota, il foglio bianco dell'architetto, la mancanza di punti di riferimento, l'assenza di un orientamento familiare: da dove iniziare? Da dove arriva tutto questo? Com'é cambiata la nostra percezione del vuoto?

Barocco a parte, una prima riflessione può partire dal contrasto creato tra classicismo e contemporaneità, dove l'approccio "artigianale" di un'architettura Vitruviana si contrappone ad un'idea industriale e meccanizzata, ovvero quella di un architetto come " un muratore che ha imparato il latino", almeno secondo Adolf Loos; e non si capisce se c'è più sarcasmo nei confronti del "muratore" o nei confronti del "latino".


Al di là dell'evidente ironia, si coglie nelle parole di Loos un concetto di "cultura" staccata dalla pratica professionale. Come a dire: a cosa può servire il latino ad un muratore? 
Ma c'è un fondo di "nichilismo che accompagna effettivamente il suo pensiero. Un "horror pleni", che fa pensare per contrapposizione a quell'"horror vacui" che ci fa riempire le pareti di casa di quadri e quadretti. Sembra dunque che la filosofia di Loos conduca verso un limite opposto, verso una ripulitura maniacale di ogni sovrappiù formale, (ci fa staccare dalle pareti tutti i quadri), fino al raggiungimento di una pulizia elementare, come se ciò costituisse inevitabilmente il riflesso di una purezza morale ed etica.

Questo approccio al progetto, che possiamo riscontrare in tanti esempi contemporanei, può procurare una sorta di immobilismo creativo come se ci chiudessimo da soli certe possibilità formali per una sorta di gusto autopunitivo. Di fronte a queste architetture viene da pensare che un motivo oscuro, o peggio una scelta formale, impedisca all'autore di esprimersi nella pienezza di forme e colori.

Si sente in queste architetture la mancanza del riso, del rumore, manca lo sporco, l'indecisione, il sesso; mancano cioè alcuni aspetti fondamentali della vita umana. Ora, per quanto non si possa pensare all'architettura come ad un'espressione folle ed irrazionale, risulta difficile credere ad una razionalità talmente programmata che escluda qualsiasi sussulto emozionale, che farebbe irrevocabilmente crollare la geometria del programma.

Se oggi sembra presente una sorta di pudore a parlare dell'artisticità dell'architettura, ciò è spiegabile per diversi motivi.
Prima di tutto, dal '500 in poi, si è venuta a sviluppare un'idea "romantica" della figura dell'artista, come prototipo di genio e sregolatezza, che mal si sposa ad un'arte che nella “firmitas”, quindi nell'aspetto tecnico, trova uno dei suoi pilastri fondamentali.
In secondo luogo, questa specie di pregiudizio contro la figura artistica dell'architetto è anche il retaggio di una lunga esperienza funzionalista e razionalista: che ha occupato larga parte di questo secolo e che aveva posto la "funzione" come generatrice della forma architettonica e quindi come "significato" dell'architettura.

Ma la funzione è la "materia" dell'architettura, che solo attraverso una certa "forma" riesce a concretizzarsi. Alla fine si ritorna sempre su un solo concetto"la forma segue la funzione", che è tuttora valida per  la cultura architettonica contemporanea.

Ma il razionalismo non è la verità assoluta, ed è proprio nell'evoluzione dell'opera di alcuni maestri del Movimento Moderno che possiamo notare un orientamento al superamento delle posizioni razionaliste (valga per tutti l'esempio di Le Corbusier nella cappella di Ronchamp). Tutto ciò a dimostrazione di un'evoluzione e non di un rinnegamento delle antiche posizioni.

E il razionalismo funzionalista che era nato e si era alimentato in contrapposizione ad un formalismo fine a se stesso, finisce per diventare un'applicazione di schemi formali ormai completamente vuoti di significato. In definitiva il razionalismo, decontestualizzato sia culturalmente che tecnologicamente, si trasforma (ironia della sorte!) in un "formalismo razionalista", cioè l'esatto opposto della sua matrice originaria. E difatti dagli anni '60 in poi si è venuta a creare una crisi funzionalista, divenuta via via più profonda, che ha riproposto il problema della forma architettonica, e quindi del suo significato, come qualcosa di non ascrivibile alla pura e semplice interdipendenza forma-funzione.


L'architettura ha così recuperato nella propria "materia del contenuto" le sollecitazioni locali, le esperienze umane individuali, la storia regionale, la memoria culturale, il geniu loci, il crollo delle ideologie, ecc. Tutto questo in quel breve periodo che è stato definito "post-moderno". Più recentemente invece si è avuto, col decostruttivismo, un ulteriore scatto in avanti, da una parte recuperando alcune tematiche già presenti nel razionalismo, come l'estetica anticlassica, dall'altra con l'emergere di nuove traiettorie di indagine che privilegiano l'asimmetria, il dubbio, l'insicurezza di questa fine millennio. O meglio, una nuova forma di “horror vacui”, che va aldilà di una stanza, un foglio, oppure uno spazio vuoto. E' la paura di non avere più radici nella propria cultura, la paura di perdere la storia e il passato.


Nonostante ciò, gli architetti non hanno paura del vuoto, perché, come afferma l'archistar Dominique Perrault, “Il vuoto non può essere considerato nulla”. Coniugare il vuoto con il costruito rappresenta la quotidianità di un professionista indipendentemente dalla sua complessità.
Il vuoto è, se così si può dire, la materia dell’abitabile.
Il vuoto abitato che passa attraverso le aperture e le trasparenze, determina lo spazio tra ciò che è fuori e ciò che è dentro.
Se il vuoto è all'aperto, rappresenta  un paesaggio, un invito alla contemplazione, a meno che il vuoto non sia un terreno vago simbolo di abbandono e di libertà, libero da regole imposte se non quelle della natura.

Quando un vuoto interno prende una certa ampiezza, come la navata di una cattedrale gotica, esso mette alla prova fisicamente e psicologicamente la persona che vi entra e la meraviglia, la trasporta verso il sublime facendole dimenticare la quotidianità.
Perché avere dunque paura di tutto ciò? Come riassumeva il filosofo Martin Heidegger: “il vuoto non è nulla; non è neppure una carenza”.




M.B.

mercoledì 31 ottobre 2012

Twin Peaks: Fire Walk With Me

Uno sconvolgente viaggio nei meandri della paura.

Da piccolo ricordo che i miei fratelli più grandi si lamentavano tutte le sere perché venivano spediti a letto appena cominciava la sigla, diretta ed eseguita magistralmente da Angelo Badalamenti, del telefilm culto degli anni ’80.

Di quel periodo mi vengono spesso in mente i pomeriggi che passavano con gli amici a parlare – tra una partita e l’altra all’Amiga Commodore – di questa Laura Palmer. “Chi ha ucciso Laura Palmer?”, sentivo spesso dire.



Da questa domanda parte lo straordinario telefilm I Segreti di Twin Peaks, firmato da David Lynch e Mark Frost, andato in onda per la prima volta l’8 aprile 1990 sul network americano Abc. La serie inizia come un semplice thriller: nella città di Twin Peaks viene ritrovata morta Laura Palmer,
interpretata da Sheryl Lee, reginetta del Liceo.

L’agente dell’FBI Dale Cooper (Kyle MacLachan) comincia a seguire il caso, un caso apparentemente di routine, fin quando non si ritrova inghiottito da un vortice di pazzia. Le indagini portano alla scoperta dell’omicida ma entrano in campo strane forze della natura, giganti che indicano a Cooper la strada da seguire, strani nani che ballano e parlano in maniera incomprensibile,
per non parlare delle magiche forze del bosco di Twin Peaks.

Ai personaggi della serie vengono affidati momenti di lucidità e chiarezza ed altri di puro squilibrio o confusione.

La Signora Ceppo, a prima vista può apparire come un personaggio di contorno, nato dalla pura fantasia del geniaccio di Lynch, in realtà col proseguo della storia la Signora diviene punto cardine della storia. “Molte cose non posso dire. Notate solo che il mio camino è sbarrato. Non ci sarà mai un fuoco là. Il mio ceppo sente cose che io non posso sentire, ma il mio ceppo mi rivela delle cose. Mi dice delle nuove parole. Anche se ha smesso di crescere il mio ceppo è cosciente”.

Per non parlare dell’agente FBI di X-Files (David Duchovny) a sua volta in Twin Peaks agente federale...donna
.

Lo stesso David Lynch incarna l’agente speciale Gordon Cole
costretto ad utilizzare degli speciali auricolari che gli permettono di sentire ma che lo costringono ad urlare mentre parla.



Nella serie si ripetono spesso scene kitsch sul cibo, l’agente Dale Cooper ha una vera e propria venerazione per il caffè e per la “speciale” torta di ciliegie. Il tutto è frutto di una elegantissima ricerca del regista che sottolinea ironicamente tutti i vizi sul cibo e sull’alimentazione americana, nonché gli stereotipi del poliziotto americano “ciambella e caffè”. “Harry, voglio darti un consiglio prezioso. Una volta al giorno, tutti i giorni, fatti un piccolo regalo. Non programmarlo e non andarlo a cercare ma... lascia che arrivi. Può essere una camicia vista in un negozio, un sonnellino nel tuo ufficio oppure... due ottime tazze di caffè nero fumante”.

Il personaggio che però mi è rimasto impresso nella mente maggiormente è Bob. Interpretato da Frank Silva, morto di Aids nel settembre del ’95, Bob è una presenza inavvertibile, uno spirito, un’anima a Twin Peaks. Nessuno l’ha mai visto ma tutti riescono a percepirlo.




Frank non lavorava nemmeno come attore, era uno scenografo. Durante le riprese della puntata pilota Lynch l’ha intravvisto chinato vicino ad un letto e ha deciso di inserirlo nella serie nella medesima posizione, vicino al letto. I vestiti sono gli stessi che portava quel giorno.



Bob è stato (forse rimane ancora) il personaggio più pauroso della televisione. Silva ha dato vita ad un personaggio che spaventa tantissimo con mimica facciale, urla e espressioni degli occhi.



I miei fratelli in qualche modo sono riusciti a vedersi tutte le puntate a suo tempo, grazie a videocassette scambiate fra i banchi di scuola, io invece le ho viste e riviste in streaming (come sono cambiati i tempi!) e ,da qualche anno a questa parte, ogni tanto mi piace rivederle ancora.

Seduto sul divano con una buona tazza di caffè nero fumante e tremante di paura.



Il mio piccolo regalo giornaliero.


A.L.




Visione Consigliata: I segreti di Twin Peaks, Daviv Lynch, Mark Frost (1990)
Twin Peaks: Fire Walk With Me, David Lynch (1992)

L’incubo di Roma.

Il messaggero arrivò alle porte di Roma esausto, novello Fidippide portava una comunicazione di massima importanza al Senato; quello, portava notizie di vittoria agli Ateniesi; questo, tutt’altro. L’esercito romano aveva subìto una sconfitta di proporzioni inedite nella battaglia di Canne. Il console Lucio Emilio Paolo era stato ucciso e l’altro console Gaio Terenzio Varrone era stato messo in fuga con pochi superstiti, tutto ciò ad opera di un uomo che provava un odio mortale contro Roma: Annibale Barca. La notizia non tardò a diffondersi, e fu subito panico; mai Roma, dai tempi dell’invasione barbara ad opera di Brenno nel 390 a.C. era stata così seriamente minacciata, mai popolo ebbe così paura di un uomo solo. Già dal 219 a.C. , con l’assedio di Sagunto, i romani avevano iniziato a prendere familiarità con il nome di Annibale, ma tutto ciò era solo un’eco lontana che riguardava la penisola iberica, il popolo si sentiva al sicuro dentro le proprie mura e protetto da un esercito senza eguali. I primi timori iniziarono con l’avanzata dell’esercito cartaginese guidato da Annibale nei territori presidiati al tempo dalle tribù celtiche e galliche, che poca resistenza avevano potuto opporre contro l’imponente armata. Più di tutti avevano stupito i 37 elefanti, che da soli incutevano una tale paura da far scappare le accozzaglie barbare, le quali di fronte a questi mostri credevano di essere vittime di qualche punizione divina . Nemmeno il Rodano in piena era riuscito a fermare gli imponenti animali, tanto che Annibale aveva dato prova della sua furbizia attraverso un inganno: aveva fatto posizionare delle enormi zattere che attraversavano il fiume ricoperte di selci, arbusti e alberi, tenute ferme da zavorre di modo che gli elefanti non si accorgessero nemmeno di attraversare un fiume in piena. La marcia era poi proseguita alla volta delle Alpi, catena montuosa ritenuta invalicabile specialmente per il periodo in cui l’esercito di Annibale aveva intrapreso la scalata, l’inizio dell’inverno. Ma Annibale sembrava essere un dono degli dei per i propri soldati, sempre pronto a incoraggiare, a dare l’esempio e a soffrire le stesse privazioni dei propri uomini. Non tutti però riuscirono a vedere le fertili pianure dell’Italia, tanto che tutti gli elefanti eccetto uno perirono nella traversata o immediatamente dopo.

L’Italia. Fin da bambino Annibale sognava questo momento, ed ora che davanti a sé si stagliavano le fertili terre della penisola un solo pensiero, sempre quello, gli martellava come un chiodo nel cervello: distruggere l’odiata Roma. Le vittorie si susseguirono una dopo l’altra, schiaccianti, umilianti, dalla Trebbia a Canne passando per il Trasimeno. Ormai la popolazione romana era in preda al panico, rassegnata non sacrificava nemmeno più agli dei, e ogni mattina uomini, donne e bambini si svegliavano con il terrore di ricevere la notizia di una nuova vittoria dell’esercito cartaginese. Il Senato non sapeva più come affrontare il problema, fino a che un giovane di polso prese in mano la situazione: il suo nome era Publio Cornelio Scipione, noto successivamente come l’Africano. Il destino di Roma dipendeva ora da lui.

Nel frattempo Annibale continuava a razziare la penisola italica, ma non si decideva a sferrare l’attacco decisivo verso Roma. Nonostante l’odio provato, egli ben sapeva con chi aveva a che fare, conscio del fatto che senza un appoggio da parte della madrepatria (il governo di Cartagine non aveva approvato la spedizione di Annibale considerandola un’impresa privata) un assedio alla città più importante del mondo sarebbe stato insostenibile. Inoltre, l’esercito romano sembrava un’Idra a cui per ogni testa tagliata ne rinasceva un’altra ancora più forte e vigorosa. Scipione decise di opporsi ad Annibale usando la stessa arma di cui il cartaginese aveva maggiormente fatto uso: la furbizia.


Difendere Roma attaccando Cartagine. Questa fu la tattica di Scipione, nonostante le perplessità del Senato romano; l’assedio di Cartagine fu breve, Annibale fu costretto a malincuore a ritornare a difendere la propria patria, sapendo che mai più avrebbe potuto distruggere Roma. Ora, nel 202 a.C. dopo 17 anni di razzie e vittorie Annibale si trovava in difficoltà; a Zama, alla periferia di Cartagine i due eroi del tempo si incontrarono in una tenda in un faccia a faccia epico, ma le parole, nonostante la stima reciproca dei due avversari, non portarono a nulla. La battaglia fu inevitabile, e per la prima volta dopo lunghi anni Annibale fu sconfitto e costretto a fuggire. Roma e il suo popolo potevano tornare a dormire sonni tranquilli.

Annibale, spettro di sé stesso ed esiliato dalla madrepatria, vagò per l’Asia minore ancora per qualche anno, al soldo del sovrano di turno. Decise di avvelenarsi con le proprie mani per paura di essere preso vivo dai romani.



M.F.




Letture consigliate: Gianni Granzotto, Annibale, Mondadori.

La paura fa '90

Nel 2011, dopo dieci anni di assenza, tornano sulle scene musicali i Bush con il loro nuovo lavoro, The Sea Of Memories. La band inizia un grande tour in America e in Europa per promuovere il disco.



Bene, pensai. «La faranno una maledetta data anche in Italia, così finalmente li vedrò dal vivo». E un giorno ecco finalmente la notizia: i Bush suoneranno all'Alcatraz di Milano il 5 settembre. Felicità, e paura. Sì, paura.



Non siamo più negli anni in cui i Bush esordivano con un disco, Sixteen Stone, in grado di unire melodie orecchiabili ad un sound sporco, robusto, tipicamente grunge. Non siamo più negli anni in cui Gavin Rossdale, giovane e pieno di carisma, cantava con voce roca “Don't let the days go by, Glycerine”. Non siamo più negli anni in cui ai concerti si andava per ascoltare il proprio gruppo del cuore. Non siamo più negli anni in cui, alla canzone più bella, si tirava fuori l'accendino dalla tasca dei jeans. Non siamo più negli anni in cui la musica era anche uno stile di vita, un credo, un tutto.

Siamo negli anni in cui ai concerti si va perché fa figo andarci. Siamo negli anni in cui invece degli accendini ai concerti si porta l'ultimo modello di iphone. Siamo negli anni in cui ad un live ciò che è fondamentale fare sono delle foto da postare sul proprio social network. Siamo negli anni in cui per andare ad un concerto si devono sborsare anche 70 euro.



Gli anni '90 sono finiti. Gli anni dei Nirvana, degli Smashing Pumpkins, dei Pearl Jam, dei Sonic Youth, dei Bush sono finiti. I concerti di una volta non ci sono più, e bisogna farsene una ragione. E io me la sono fatta, ecco perché pur sapendo benissimo che i Bush del 2012 non sono i Bush del 1994, ho rischiato. Ho comprato il biglietto e sono andata fino a Milano per vederli.

Avevo paura, paura di dover dare ragione a quegli amici che mi avevano detto «Che cazzo vai a vedere i Bush adesso? Non ha senso, Gavin non avrà un filo di voce». Avevo paura di rimanere delusa.



I miei amici si sbagliavano, eccome se si sbagliavano. Sono in prima fila. I Bush entrano e aprono il concerto con Machinehead. La fanno perfettamente. Sono in gran forma. Mi viene quasi da piangere. Gavin è gentilissimo, si rivolge al pubblico ringraziandolo e dicendo che è consapevole che la maggior parte dei presenti non ha neppure ascoltato il nuovo lavoro e li invita a farlo. Io, lo ammetto, sono tra quelli. Fanno un paio di canzoni del nuovo disco, ma tutta l'attenzione è per i grandi successi degli anni '90: Swallowed, Alien, Little Thing, Prize Fighter, Greedy Fly, Comedown e, naturalmente, Glycerine. Appena il pubblico sente attaccare questi pezzi storici va in delirio, sintomo che non sono l'unica a provare nostalgia per quel poco degli anni '90 che sono riuscita a vivere. Il concerto finisce e io sono sotto shock. Un live del genere non me lo aspettavo. Gavin saluta il pubblico ringraziandolo ancora una volta ed esprimendo la sua gioia per essere tornato a suonare in Italia. Scende dal palco, ha in mano due plettri. Uno lo dà ad un ragazzo che per tutto il concerto non aveva smesso un attimo di cantare. Poi si gira e viene dalla mia parte. «Lo darà sicuramente alla ragazza con le tette fuori vicino a me» pensai. Non avevo neanche allungato la mano più di tanto. E invece Gavin viene proprio da me, mi apre la mano, dove mette il plettro, e me la richiude. In quell'istante mi sembrò che per un attimo, solo un attimo, gli anni '90 non fossero mai finiti.




D.C.



Ascolto Consigliato: Bush, Sixteen Stone (1994)

Stoccolma, che paura!

Arriviamo a Stoccolma, ci perdiamo, sbagliamo l’uscita della stazione dei treni –è grandissima-, piove, siamo felici, ci guardiamo attorno e tutto è solo incantevole. Piove tantissimo e noi siamo gongolanti, pimpanti. Camminiamo, attraversiamo un ponticello ed entriamo nella ‘città vecchia’, a ‘Gamla Stan’. Avevamo letto che ‘il modo migliore per visitare Gamla è quello di lasciarsi trasportare fuori strada dall’improvvisa apertura di un vicolo tra due case così da scoprire angoli inattesi; seguire lo snodarsi tortuoso delle stradine fino a piazzette piene di atmosfera’; noi ci siamo lasciate vincere dalla suggestione di quei viottoli così piottoreschi ed eleganti finchè siamo approdate al Palazzo Reale. E lì, di fronte a quell’enorme edificio, abbiamo quasi avuto PAURA. Giriamo un po’ quando quasi ci scontriamo con due enormi leoni di pietra a fiancheggiarne l’ingresso; vorremmo entrarci ma sono già le sei e mezza e qui chiude tutto alle cinque. Continuiamo con la nostra avanscoperta ed arriviamo a ‘Stortorget’, piazza dove nel 1520 avvenne il ‘bagno di sangue’ di Stoccolma, in occasione del quale furono uccisi gli 82 nazionalisti che si dichiararono contrari all’unione con la Corona danese. Per quanto ‘macabra’ sia la sua storia, questo cantuccio di Stoccolma non mette PAURA; c’è una bella fontana, il Museo dei premi Nobel, i palazzi in stile classico; tutto è imponente e ‘serio’, ma le pasticcerie e i caffè riescono a smussare il tono degli edifici.

Anche se lo zaino non pesa poi così tanto le spalle cominciano a dolermi, Giulia non parla più, si guarda attorno e di quando in quando lancia un gridolino di contentezza. Cominciamo a cercare seriamente la via dell’ostello in cui dovremmo fermarci a dormire, cerco di orientarmi dalla cartina ormai inzuppata di pioggia quando sento: ‘sorryyy..’ e bla bla bla. Ha fermato un enorme signore sulla cinquantina, parlano parlano parlano e lui non la lascia più; faccio quasi per svignarmela, ma lei mi chiama e di nuovo mi torna quel senso di PAURA che mi aveva presa nell’incrociare i leoni del Palazzo Reale: ho PAURA che non mi diano modo di togliermi le scarpe e di cambiarmi i calzini fradici. Nonostante il bagnato mi sforzo di essere cortese e ricominciamo a camminare. Tutto a Stoccolma è veramente imponente, non capisco se sia il buio a conferirle anche un tono un po’ tetro, o il fatto che per le vie non ci sia anima viva –a parte me, Giulia e quell’uomo da un metro e novanta per uno-, non capisco. Ci perdiamo di nuovo: troppe informazioni, l’ inglese pessimo, le stradine..passiamo un ponte –l’ennesimo- e ci accorgiamo che ha smesso di piovere. Alzo la testa al cielo e rimango basita per le altissime guglie che svettano in sù sù sù. Sono le guglie della Riddarholmskyrkan, una chiesa conventuale fondata per i francescani verso il 1270 da un re di nome Magnus. MAGNUS, ‘grande’, sicuramente ci ha azzeccato, ha reso l’idea della grandezza che probabilmente aveva in mente. Ci giariamo attorno e non finisce più, è tutto chiuso; avrei voluto vedere i vari sarcofagi delle diverse dinastie reali –soprattutto verdi e rossi, dice la mia guida-. Decidiamo che fa freddo, che è ora di prendere in mano la situazione e di dirigersi verso la calda dimora.


È giorno, non piove più, Stoccolma è più serena. C’è anche un po’ di sole, siamo fortunate; in inverno qui piove sempre –anche se è solo ottobre si può decisamente parlare di ‘inverno’-. Stoccolma città d’arte straripa di musei, ve ne sono moltissimi, per tutti i gusti: c’è il National Museum, quello dell’esercito, quello storico, della marina, della telegrafia e della telefonia; a Stoccolma ce n’è per chiunque. Noi decidiamo di darci all’arte e ci dirigiamo, stavolta senza troppi problemi, verso il Moderna Museet, il Museo Nazionale di arte moderna e contemporanea. Dentro vi sono esposti i quadri e le installazioni dei geni che hanno segnato l’arte dell’ultimo secolo: per la pop art c’è Warhol, poi Pollock, Matisse, c’è Fontana il taglia-tele, Klee, Mirò, un Modigliani, Kirchner, Kandinskij, Braque, Mondrian e infine una mirabile esibizione intitolata “He was wrong” che affianca P.Picasso e M. Duchamp. Picasso, che personificò il pittore moderno, e Duchamp, l’ironico indifferente e il grande degli scacchi, che cambiò la pittura e trasformò l’arte in un labirinto di divertimenti intellettuali. Tutto questo talento, la loro creatività, dopo un po’ mi lascia senza parole, non credo si possa parlare di PAURA dell’arte, ma del loro genio un po’ sì. Giriamo per due lunghissime ore tra le stanze del Moderna, sorpassiamo le scolaresche e inciampiamo sui più piccoli seduti per terra e stremati da tutti quei quadri. Usciamo.
Ora tocca al grandissimo parco dello Skansen, ci dovrebbero essere molti animali tipici di questi posti qui; un’amica ci ha detto di una civetta enorme, delle linci e pure delle renne. Ci dirigiamo verso est col timore che faccia buio troppo in fretta; chissà che non ci tocchi passare la notte chiuse là dentro.



Sai che PAURA?!








S.T.