cinque ragazzi. cinque ragazzi per cinque argomenti: letteratura, arte, musica, cultura e non solo... cinque argomenti in "cinque righe": il pentagramma, un progetto che si propone di accendere la curiosità del suo lettore suggerendo semplici spunti di interesse generale. Discorsi intrecciati l'un l'altro come note musicali che cercano l'armonia uniti dalla stessa "chiave".

sabato 2 marzo 2013

La Sfida Inutile


Una lettura infedele de Il Duello, di Joseph Conrad
We got up early,
washed our faces,
walked the fields
and put up crosses.
Passed through the damned mountains,
went hellwards,
and some of us returned,
and some of us did not.

PJ Harvey, In The Dark Places (2010)
«La carriera di Napoleone fu come un lungo duello contro l'Europa intera, ma all'imperatore non piaceva che i suoi ufficiali si battessero tra loro; non gli piacevano gli ammazzasette e poco si curava delle tradizioni. E tuttavia c'è la storia di un duello che divenne leggenda nell'esercito imperiale e che attraversa tutta l'epopea delle guerre napoleoniche».
Nell'attacco del racconto The Duel (1908), Joseph Conrad fa giocare, l'uno contro l'altro, due punti di vista sul mondo – e sembra alludere ad una loro intima complicità: da una parte, vediamo muoversi la Storia, movimento dello hegeliano Spirito Assoluto che si rivela nella figura di Napoleone I; dall'altra, il brulicare delle piccole storie, che nondimeno, per dinamiche insondabili, sanno diventare leggenda e mistero già agli occhi dei loro contemporanei – e restano, come fantasmi fatti della stessa sostanza delle parole, nella memoria popolare.


Il duello è il racconto di una sfida che copre quasi due decadi: i suoi protagonisti, gli ufficiali D'Hubert e Feraud, hanno poco più di vent'anni quando tutto ha inizio – ne hanno quasi quaranta, quando la vicenda sembra trovare una conclusione. Il loro scontro vive nelle pieghe di atroci violenze collettive, che sconquassano l'Europa, ridefinendone a più riprese l'assetto geo-politico. Le vittorie e le sconfitte di Napoleone sono il terreno insanguinato nelle cui fratture Feraud e D'Hubert portano avanti una sfida insensata, irragionevole come il diniego ostinato del Bartleby di Melville. Se quest'ultimo rivela l'incepparsi del linguaggio come dispositivo sociale, gli infiniti duelli dei due giovani ussari, poi maturi ufficiali, stanno a testimoniare la cecità dell'agire umano, il suo esser senza scopo.

Tutto comincia – se così si può dire – in uno dei pochi giorni di pace armata, in cui soldati e ufficiali godono il riposo dei guerrieri, chiacchierando e lucidando spade che torneranno a sporcarsi a breve. L'ussaro D'Hubert deve comunicare all'ussaro Feraud che si trova in stato di arresto, avendo egli violato il regolamento militare, che vieta ai soldati di sfidare a duello i civili. Cosa che Feraud, mosso dal proprio animalesco istinto, ha puntualmente fatto. In pochi minuti, il rifiuto di fronte alla punizione e l'orgoglio ferito di Feraud danno il via ad una rivalità in cui si rispecchia un'epoca, ma che trascende il contesto storico per dirci qualcosa sul senso stesso dell'agire umano. Gli innumerevoli, ostinati duelli che Conrad racconta – a tratti con dovizia di particolari, altre volte con pennellate rapide – finiscono immancabilmente con un nulla di fatto: entrambi i contendenti sopravvivono – e se è vero che è la cieca furia di Feraud a dare pathos alla sfida, è anche vero che D'Hubert, che incarna un equilibrato, razionale desiderio di vivere e conservarsi nell'esistenza, in un ordine antico, sente sempre più nell'avversario un assurdo compagno, un intimo nemico.

Non è la smania di potere a muovere i protagonisti della vicenda: le loro gesta li fanno simili ad «artisti pazzi intestarditi a indorare l'oro, o a tinger di bianco i gigli»; non sono il denaro o la prospettiva di nuovi possedimenti a guidarne l'agire, ma il senso etico ed estetico dell'onore e del ridicolo. Conrad ci ricorda che «[n]essuno riesce in tutto ciò che intraprende. In questo senso non c'è chi non sia, in qualche misura, un fallimento». Il continuo fallire della sfida tra Feraud e D'Hubert è allora lo specchio su cui le imprese militari del loro tempo possono riconoscere il proprio volto: un destino immobile, una sfida inutile nella sua tragicità. Una sfida che proprio per la sua enormità e per la cieca ostinazione dei contendenti che la animano, non può che interrogare i commilitoni e tutti coloro che ne sentano il cupo e grottesco riecheggiare: perché? – si chiedono questi. Così è fatto l'uomo, che dove non vede ragioni le inventa e sa accettare solo storie che abbiano un inizio e una fine. Conrad però è lo scrittore che ha saputo raccontare i momenti di passaggio, le linee d'ombra e le vie di fuga, alla ricerca di una dimensione autentica dell'esistere – racconti narrati col volto girato all'indietro, a guardare il passato, come a cercare una fine per ciò che non ha principio. Non poteva non accadere anche all'inutile duello tra Feraud e D'Hubert che la ragionevolezza dei molti – commilitoni, generali e sottoposti – cercasse un motivo nel loro insensato rincorrersi e sfidare la morte.


Non trovando quel motivo, lo immaginarono misterioso, tragico – ingombrante nell'essere assente. E invece non c'erano che due uomini, due tra quelli che in quindici anni di guerra e morte erano sempre riusciti a tornare – eppure stare non potevano, perché una sfida intima e inutile li univa. Una sfida in cui far risuonare le promesse della giovinezza. Per gustare ancora il sapore vago, intenso di una linea d'ombra.
M.P.
Da leggere      J. Conrad, Il duello (1908); J. Conrad, La linea d'ombra (1917)
Da ascoltare   PJ Harvey, Let England Shake (2010)
Da vedere       R. Scott, I duellanti (1977)
Da bere          Riesling Alsaziano (2010)

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