cinque ragazzi. cinque ragazzi per cinque argomenti: letteratura, arte, musica, cultura e non solo... cinque argomenti in "cinque righe": il pentagramma, un progetto che si propone di accendere la curiosità del suo lettore suggerendo semplici spunti di interesse generale. Discorsi intrecciati l'un l'altro come note musicali che cercano l'armonia uniti dalla stessa "chiave".

mercoledì 18 gennaio 2012

Seventeen Seconds, a measure of life.



Il secondo album di studio dei The Cure, uscito nel 1980, rappresenta il manifesto dell’atmosfera dark (assieme a Unknown Pleasure dei Joy Division) che ha caratterizzato uno dei periodi musicali più controversi, quello della fine degli anni ’70, di raccordo tra il punk di fine decennio e il pop commerciale degli anni ’80. Seventeen Seconds è un album dalle atmosfere cupe, malinconiche, direi oniriche. E già dalla traccia di apertura dell’album, A Reflection, sembra di entrare in un sogno, un incubo, accompagnati dalle note lente e malinconiche del piano che si legano a meraviglia con il suono appena più vivace della chitarra, a cui fanno da sottofondo delle voci strazianti e inquietanti. Play For Today è forse la canzone più agitata e di polemica dell’intero album (It’s not a case of doing what’s right / It’s just the way I feel that matters / Tell me I’m wrong / I don’t really care), di un uomo in polemica con se stesso e con la propria compagna (You expect me to act like a lover / Consider my moves and deserve the reward / To hold you in my arms), un testo cantato da Robert Smith con un tono di disagio e ribellione. Al contrario, in Secrets le parole vengono sussurrate, quasi a nascondere un amore impossibile e travolgente che non può essere rivelato (Secrets / Share with another girl / Talking all night in a room) tra due amanti che non possono godere a pieno dei loro sentimenti e che sono destinati a non rivedersi più (One look relives the memory / Remember me the way I used to be), il tutto accompagnato da una chitarra nervosa che sembra sottolineare il disagio dei due protagonisti del testo, mentre basso e piano restano su toni cupi e malinconici, con un crescendo verso la fine del pezzo come a lasciare ancora qualche speranza. Three e The Final Sound (strumentali) suonano da preludio all’altro capolavoro dell’album, A Forest, la parte centrale della visione onirica in cui siamo stati trasportati. L’intro del pezzo, meravigliosa nella sua inquietudine, ci fa giungere ad una batteria che descrive perfettamente la rincorsa di un uomo all’interno della foresta verso una ragazza sfuggevole (nella mia immaginazione la stessa di Secrets) ed i suoi battiti del cuore frenetici, a cui segue uno dei giri di basso più azzeccati della storia della musica. Dalla foresta giunge un richiamo (I hear her voice / Calling my name / The sound is deep / In the dark) a cui non possiamo opporre resistenza, e ci buttiamo nell’oscurità a rincorrere l’ignoto (I hear her voice / And start to run / Into the trees); all’improvviso (Suddenly I stop / But I know it’s too late) ci accorgiamo di essere da soli nell’oscurità della foresta, traditi dall’immaginazione (I’m lost in the forest / All alone / The girl was never there / It’s always the same / I’m running towards nothing), e le nostre emozioni svaniscono ad una ad una come svaniscono i suoni degli strumenti (prima la batteria, poi la chitarra), lasciando solo la malinconia sottolineata dal giro di basso che continua imperterrito.
Seventeen Seconds, traccia finale, conclude in modo perfetto l’album con una chitarra semplice e triste accompagnata da un basso che aggiunge frenesia, volto a suggerire la fugacità dell’esistenza (Time slips away / And the light begin to fade) come quella del sogno (Feeling is gone / And the picture disappears / And everything is cold now / The dream had to end / The wish never came true). Una vita che, come se fosse un sogno, riempie solo diciassette secondi.

                                                                                                                                  M.F.

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